La muta
PEZZO 1:
La muta si immobilizzò. Dei rumori provenivano dalla radura. Si tese in ascoltò. Rami spezzati. Grida. Una voce di donna.
La muta non si meravigliò, era abituata a vivere nella paura e nell’ombra. Se una donna era nei guai tanto meglio. Chiunque stesse molestando quella disgraziata non si sarebbe curato di lei.
Procedette con circospezione fino ad affacciarsi agli ultimi rami. Non si era sbagliata. Accanto alla fonte, la schiena di un uomo corpulento copriva quasi interamente la figura sdraiata sotto di lui, ma le gambe lunghe e i piedi scalzi recavano le inconfondibili forme della femminilità.
La muta si avvicinò rimanendo nell’ombra. Scaricò gli otri vuoti e si dispose in attesa. Ora che quel manipolo di briganti si era accampato là vicino era diventato ancora più pericoloso arrischiarsi alla sorgente. Si chiese quanto avrebbe dovuto aspettare perché quei due si levassero di torno. La donna si lamentava e si divincolava; l’uomo avrebbe dovuto faticare per avere la meglio.
La muta sospirò. L’uomo armeggiava sulla figura sotto di lui, la insultava. Alla fine riuscì a spalancarle le gambe con un grugnito.
– Statti ferma vacca schifosa –
La donna piegò un ginocchio e spinse via l’omone con un calcio. L’assalitore imprecò e le si lanciò di nuovo addosso. La donna tentò di divincolarsi, le sue vesti si lacerarono mentre si girava tentando di gattonare via. L’uomo l’afferrò per i fianchi e la strattonò brutalmente indietro. La donna gli scivolò fra le gambe passandogli sotto; l’uomo si voltò, inciampò nei calzoni slacciati e cadde bocconi.
La muta trasalì: la donna si avviava verso di lei, arrancando e vacillando con la disperazione nello sguardo; l’uomo si rialzava bestemmiando poco più in là. Il fuoco negli occhi, si tirò su i calzoni. La muta lo fissò. Il suo cuore perse un battito. Non poteva essere. Era lui. Il mangia-peccati. E ora si stava dirigendo ad ampi passi verso di lei.
Non avrebbe avuto un’occasione migliore.
In un lampo la muta serrava il pugnale nel palmo. Deglutì. Prese a tremare. Strinse più forte. Determinazione e paura.
Appena raggiunti gli alberi la donna crollò ai suoi piedi gemendo. Ecco l’uomo. La muta si fece avanti senza esitare. Il mangia-peccati le fu faccia a faccia in un baleno. I suoi occhi si dilatarono quando la riconobbe. Fece appena in tempo a spalancare la bocca. Il pugnale della muta affondò in profondità nel suo stomaco. Sangue caldo fiottò sulla mano serrata che ruotava la lama… L’uomo cadde in ginocchio. La muta lo fissò con disgusto.
– Muori come un cane, maiale bastardo. –
Udire la propria voce fu sconvolgente. La paura lasciò posto al trionfo. L’uomo alzò il capo e la fissò gorgogliando. Un rivolo di sangue gli scivolò lungo il mento. (Lo stupore fu l’ultima espressione sul suo viso).
PEZZO 2:
La muta fissò il cadavere per qualche istante. Si chinò e cominciò a rovistargli nelle tasche. Due ampolle, un sacchetto di monete e un pugnale tempestato di gemme. Nello zaino di cuoio, gli attrezzi del mestiere. La muta infilò il denaro e il pugnale nello zaino, e lo indossò. Lo avrebbe riaperto una volta al sicuro, lontano da lì.
Sentì delle voci avvicinarsi, il rumore di rami calpestati.
I due uomini la sorpresero così, a pochi passi dal cadavere violato.
- Ah, c’è la muta – disse il primo.
- Sì… Ehi, un momento, ma quello è il corpo di un uomo.
I due si chinarono sul cadavere.
- Cribbio, è il mangiapeccati.
- Com’è morto?
- Guarda. Lì c’è un pugnale.
- Chi sarà stato?
I due uomini guardarono la muta.
- Hai visto niente tu?
- Dai cosa vuoi che capisca. Quella è una rimbecillita.
- Bisogna caricarlo, andiamo a prendere il carretto.
- Ma no, portiamolo in spalla, faremo prima.
- E il pugnale?
- Lasciamolo lì.
Poco dopo la muta si sporgeva sulla polla della fonte per sciacquarsi il viso e bere un sorso d’acqua.
Il suo cuore non smetteva di battere forte.
La sua immagine riflessa la colse di sorpresa.
Non si erano nemmeno accorti dello zaino.
La verità è che sono invisibile, pensò.
Tanto vale approfittarne.
PEZZO 3:
Dei colpi alla porta sul retro dell’Areteria. Sauvino andò ad aprire.
I due conciatori, Roscio e Gualfardo, portavano un corpo in spalla.
Si fece da parte mentre entravano e depositavano il cadavere sul bancone.
- Di chi si tratta? domandò sporgendosi sulla salma. – O perbacco – trasecolò, – il Mangiapeccati.
- Addosso non ha niente – disse Roscio.
- Sembra l’abbiano saccheggiato – aggiunse l’altro.
- Ah, e voi l’avete controllato ben bene, non è vero?
I due uomini abbassarono gli occhi.
- Andate a chiamare Maggiordo. – L’Aretere si chinò sul corpo. – Ditegli di far presto.
Con un sospiro iniziò a togliere gli abiti al cadavere. Era costretto di nuovo a lavorare in un giorno di festa. Osservò lo squarcio profondo del pugnale… Non si può certo dire che ti volessero bene, eh. Guardò il volto rugoso, vecchio. L’espressione sfigurata dal dolore degli ultimi istanti.
E’ proprio vero, pensò, nella morte siamo tutti uguali.
PEZZO 4:
Mirinna si affacciò nel Velarione e si guardò intorno spaesata. La sala non le era mai apparsa così ampia e buia. Rabbrividì. I musici fra i tappeti e le tende accordavano gli strumenti in una cacofonia disturbante. Oltre lo spiazzo delle danze, i tavoli dell’osteria, affollati di ubriaconi e brutti ceffi, riempivano la sala. Come al solito, donne volgari si aggiravano fra quei bestioni, come fossero in cerca di battute oscene.
Mirinna gettò lo sguardo oltre, verso i bracieri e i palchi. Zio Frusto doveva essere là dentro, da qualche parte. Avanzò tremante. Quante volte era entrata spavalda, a testa alta fra quegli uomini rudi, fiera di attirare i loro sguardi.Adesso avrebbe voluto strisciare. Si sentiva sporca, vile e stupida. Si vergognava ed era certa che chiunque l’avesse osservata avrebbe capito quel che le era accaduto. Superò i musici e si affrettò verso il muro. Strisciò sotto gli arazzi, il più lontano possibile dai tavoli gremiti di avvinazzati, poi tagliò dritta verso la parte opposta della sala, puntando verso i palchi.
Eccolo. Zio Frusto era sul secondo palco, circondato da quattro energumeni. Parlava in modo concitato, agitando le braccia. Mirinna si avvicinò, cercando di non pensare alla gente che la circondava. Si sentiva oppressa, risucchiata e piccola, in quella folla estranea e invadente. Il puzzo di sudore e l’odore di carni alla brace e stufati le davano il volta stomaco. Arrivò sotto il palco e si appoggiò ad un trave con la testa che le girava. Ora svengo, pensò. Allora sì che mi daranno dell’idiota. Osservò lo zio. Sembrava discutere. Adesso erano gli uomini a parlare e lui li fissava inbestialito. La pelle d’orso sulle spalle lo faceva sembrare più imponente di quegli energumeni, nonostante l’età. Per la Dea, è già arrabbiato. Mirinna deglutì. Le gambe presero a tremarle. Un attimo dopo, il buio.
PEZZO 5:
- Mirinna! Mirinna! Svegliati rammollita – La voce di Zio Frusto fu come una doccia fredda. Mirinna si tirò su di scatto.
- Stai giù stupida, sei più bianca di un morto. Dategli da bere. -
Mirinna afferrò la coppa che le veniva porta e tentò di mettere a fuoco lo zio. Il liquore le scese in gola e la testa smise di vorticare.
- Zio, mi dispiace, non immagini…
- So benissimo cosa è successo. E hai pure rischiato di farti zozzare da quell’immondo.
- Ma zio…
- Ora basta, non preoccuparti, – l’omone moderò il tono. – Dimmi, Mira, dove hai nascosto le ampolle? Dov’è la sua roba?
- Zio, ma io…
- Hanno detto che l’hai spogliato ben bene, è arrivato all’Areteria senza neanche le brache… Brava, hai fatto un buon lavoro. – Lo zio le diede una pacca sulla spalla. – Hai trovato anche il pugnale gemmato? Deve valere una fortuna. Ehi, ma perché mi fissi come un’idiota, che ti prende, ti sei rimbecillita?
- Zio, ma io… non sono stata io a… Zio -
- Cosa stai dicendo, Mirinna? -
- Zio. Io…
L’omone afferrò la ragazza per le spalle e la scosse. – Allora, ti decidi a parlare? –
- Zio, io non ho lo zaino, non ho preso le ampolle, ho perso tutto… Zio, mi ha assalito, mi dispiace… Ma era forte, mi stava addosso, io…
- Tu non hai la roba? – Zio Frusto alzò la voce. – E allora chi ha preso la roba, brutta imbecille? Chi ha le ampolle?
- Zio…
- Chi l’ha ammazzato, per la malora? Parla!
- E’… E’ stata la Muta.
PEZZO 6:
Mirinna fissò il bicchiere di liquore.
“Non devo bere ancora, devo restare lucida, devo far presto.”
Scambiò rapidamente i ferri, unì un nuovo capello al filo e riprese a lavorare.
“Lo odio, lo odio, se non fosse morto lo ucciderei io.”
Il tessuto di lana si allungava fra le sue mani.
“Vorrei conoscerla, stringerle le mani, ringraziarla. Lei forse non sa da che dolore mi ha salvata. Non ci penserà neppure.”
Di nuovo lo scambio dei ferri, Mirinna alzò gli occhi e fissò il muro sudicio.
“Ma io non posso, non potrò mai dimenticare.”
Osservò il lavoro, contò i ferri. Nove volte dieci. Fra poco avrebbe finito il dietro.
La vecchia aveva detto che doveva essere avvolgente e caldo.
“E lo sarà. E’ splendido, vorrei che fosse per me. Vabbé.”
Mirinna afferrò il bicchiere e lo vuotò d’un sorso. Giuntò un altro capello al filo e riprese a lavorare, macinando lana e pensieri.
“Devo far presto, deve essere pronto per stasera. Trovarla non sarà facile come trovare i suoi capelli.”
Mirinna sospirò. L’unica speranza era che la Muta si facesse vedere alla sagra e cercasse di vendere il bottino rubato al Mangiapeccati. E una volta indossato il maglione benedetto dalla vecchia Unda la Muta sarebbe diventata sua amica.
“Se non ottengo in qualche modo le ampolle Zio Frusto mi batterà ancora. E peggio.”
Bastò raddrizzare appena la schiena per sentir mordere il bruciore delle scudisciate. Pensò con amarezza alle cicatrici che le avrebbero segnato la schiena.
“E io che vorrei esserle amica, ringraziarla.”
Il ticchettio dei ferri si fermò. Mirinna unì un altro lungo capello.
“Fortuna che non si vedono fra la lana scura… Come vorrei abbracciarla. Come vorrei ringraziarla.”
Accanto alla ciocca dei propri cappelli, la bottiglia.
“Non berrò più, stasera devo essere lucida e sveglia.”
Fissò il liquore. Si versò da bere e rovesciò il capo vuotando il bicchiere.
“Oh, ma lo farò. Non mi importa se Zio non vuole. E’ un maledetto bastardo anche lui. Non ha idea di cosa voglia dire riconoscenza o compassione. Mi ha mandata a incontrare il demonio e poi mi ha pure battuta come una cagna… Gli frega solo delle sue maledette ampolle.”
I ferri ripresero a ticchettare.
“Non mi importa di cosa dice Zio. Le regalerò il maglione per ottenere le ampolle, ma questo non mi impedirà di dirle la verità. Deve sapere quanto le sono grata. Deve sapere che conosco la sua storia. Deve sapere che odio anch’io il Mangiapeccati, e quando avrò sistemato le cose con Zio Frusto, l’aiuterò e le dimostrerò la mia riconoscenza.”
PEZZO 7:
La muta raggiunse trafelata la sua capanna, ai margini del bosco. Estrasse la chiave, gettò uno sguardo alle sue spalle, aprì la porta ed entrò.
“Devo togliermi di mezzo. La notizia è già sulla bocca di tutti. Avranno già iniziato a cercare.”
Si chinò sulla cassapanca e sollevò il coperchio.
“Due paia di brache, la casacca, le calze… No, queste sono bucate.”
Man mano che li sceglieva, lasciava cadere gli indumenti a terra.
“Queste vanno bene, ah, e quest’altre.”
Si alzò, si girò, e fu davanti alla credenza.
“Il coltello. Il pane. E il cacio.”
Vuotò la caraffa dell’acqua nella borraccia. Mise tutto accanto ai vestiti, tranne il coltello, che tenne in mano.
“Prendo la roba del bastardo e sono pronta.”
Si voltò verso il letto e si mise a quattro zampe. Infilò il coltello sotto un asse e fece leva: la tavola di legno si sollevò. Il sacchetto era come lo aveva lasciato quando ce l’aveva messo, quella sera. Non aveva più osato toccarlo.
Sciolse il nodo e sparse gli oggetti sull’assito. Due ampolle di vetro scuro.
“Chissà che diavolo c’è in queste ampolle.”
Una canna di metallo con una cordicella legata in cima.
“Mah…”
Soppesò il pugnale.
“Deve valere una fortuna”.
Le gemme luccicarono nella luce che filtrava tra gli scuri. Rufolò fra ceri e candele, pergamene, sali e sacchetti di spezie.
“Oh, ecco i soldi.”
Il sacchetto sembrava colmo.
“Li conto dopo.”
Avvolse le ampolle in un panno e le ficcò in fondo allo zaino. Raccolse i vestiti da terra e li infilò dentro, insieme al pane e al formaggio. In cima mise il coltello e la borraccia.
“Il pugnale… me lo lego sotto la maglia”. Aggrottò le ciglia. ” No, meglio nelle brache.”
Afferrò un lembo dei canzoni e ficcò il pugnale dentro i mutandoni.
“Vendo questa roba e mi levo di torno.”
Un ultimo sguardo intorno e inforcò la porta.
PEZZO 8
Mirinna sollevò il pugno per bussare quando la porta della capanna si spalancò.
La Muta si irrigidì sulla soglia. La fissò con occhi selvaggi.
“Tu… Che vuoi da me?”
Mirinna rimase di sasso. “Parli” sussurrò.
“Allora, che vuoi?”
sibilò la Muta. Aveva una sporta a tracolla e sembrava avere fretta di andarsene.
“Volevo… Sono venuta a chiederti le ampolle… Mi manda Frusto, mio zio.”
La Muta la guardò obliquamente. “Levati di mezzo.”
“Ho bisogno di quelle ampolle, Frusto mi punirà se…”
“E cosa mi dai in cambio?”
“Io…”
“Sei suonata.” La Muta rilassò le spalle. “Non hai idea di quanto possono valere.”
“Mio zio…”
“Sai perché le vuole tuo zio? Sai cosa si dice di queste ampolle?
”
Mirinna scosse la testa.
“Si dice che possono lavar via il peccato di chiunque. Basta berne poche gocce ed è fatta. Si tramandano da generazioni. Valgono una fortuna!”
Mirinna intravide una speranza. Devo farla parlare, si disse.
“Davvero? Ma lo zio…”
“Il tuo zietto,” sogghignò la Muta, “ha da lavar via un bel po’ di peccati, te l’assicuro. E ha dei conti in sospeso anche con i gendarmi. Le ampolle, le belle ampolle che non potrai avere, eliminano anche le conseguenze terrene dei peccati. Puff, niente più frode, niente più colpevole.”
“Come sai tutto questo?”
“La gente non teme le orecchie di una muta. Adesso fammi passare.”
La superò urtandole la spalla.
“Aspetta! Io… Tu mi hai salvata.”
La Muta si girò. “E allora?”
“Io… Io ti ho portato un regalo.”

23rd dicembre 2010 at 21:49
@Psicomama: Mi sono reso conto che non avevo affatto rivisto e ritoccato il primo pezzo. L’ho fatto adesso: ho eliminato diversi avverbi e fatto qualche altro taglio di poco conto.
27th dicembre 2010 at 16:24
Grazie!!
Bene, così è più facile proseguire.
E poi è bello questo inizio, mi piace.
Dunque, è ora di andare avanti.
Il Natale, le ferie, i bimbi a casa, tutto volge contro ma tenterò di rimediare al più presto al mio ritardo.
Intanto auguro buone feste a tutti e un 2011 pieno di creatività e soprattitto generatività (che a volte anche concretizzare non guasta).
Un abbraccio,
@>——
27th dicembre 2010 at 23:19
@Psicomama: Buone feste anche a te e ai tuoi bimbi!
30th dicembre 2010 at 22:34
Dunque,
coi bimbi che vanno a letto sempre più tardi e la mia stanchezza è piuttosto difficile trovare il tempo per scrivere. Ma intanto ho riletto tutto ed ho qualche nota:
- Non mi piace la frase “Determinazione e paura” nel pezzo 1. Sarebbe bella ma non trovo sia in linea con lo stile del pezzo. Mi pare stoni.
- Ci siamo dimenticati della donna?! La ragazza che veniva assalita nel pezzo 1. Forse, nel pezzo 2, è necessario dire per lo meno che è scappata.
- mangiapeccati a volte è scritto tutto attaccato, a volte mangia-peccati. Io nei messaggi ai post lo chiamavo Mangia Peccati, mi pare. A me piace più di tutti mangiapeccati. O Mangiapeccati. E’ una sciocchezza ma val la pena di decidere. A voi quale sembra meglio?
La storia comunque mi piace molto. Ora ho un po’ di tempo; apro un file e tento di lanciarmi.
A prestissimo.
PS: ma scriverò sotto il post della microstoria. Anzi, Micro-Storia.
14th gennaio 2011 at 17:01
Appena inseriti i pezzi 4 e 5.
11th febbraio 2011 at 10:58
Inseriti i pezzi 6 e 7.
5th marzo 2011 at 08:53
Ho aggiunto nel pezzo 2 le ampolle, di cui si fa cenno nel pezzo 7.
14th settembre 2011 at 21:05
Ho inserito il pezzo 8. Possiamo sempre pensare di toglierlo, ma possiamo anche pensare di farlo ormai entrare a far parte della storia… Intanto andrei verso una conclusione per poi rimaneggiare questi pezzi…
14th settembre 2011 at 23:16
Lidia, mi piace la tua grinta!
Hai suscitato in me molte idee e pensieri.
Il riscatto di due donne che provano a unirsi è la prima cosa che mi è balenata in mente. Sarà l’influenza della nostra collaborazione?!
Appena posso rileggo tutti i pezzi con calma e concentrazione e ascolto cosa mi suscitano.
Grazie perché mi sto divertendo e con poca fatica, in un modo pieno e leggero, sento che andiamo avanti spontaneamente.
15th settembre 2011 at 09:18
Francesco e Psicomama.
Aspetterò nuovi spunti da entrambi. Ciao!
16th settembre 2011 at 17:34
Il riscatto di due donne: ma così mi escludete! Scherzo
Ho pensato un pò alla storia ma non mi è venuto in mente nulla. Però continuo a seguirvi, eh…
17th settembre 2011 at 08:21
Ignacio. Ciao!
Anzi, mi piacerebbe che il tuo personaggio si infilasse nella questione e desse il suo contributo per movimentare le cose. Più che di riscatto, a me piacerebbe, che so, leggere di un bell’intrigo. Magari un accordo fra i tre personaggi per fregare tutti! Certo, in questo forse rientrerebbe in qualche modo una sorta di riscatto, ma mi piacerebbe di più l’accento sull’intrigo, ecco.
In realtà ho fatto solo una domanda a Psicomama sui suoi personaggi. Non pensavo al riscatto di due donne
Pensate, pensate, che io voglio leggere!
19th settembre 2011 at 22:36
Inizio la rilettura. Commenti:
Pezzo 1:
-Ripetizione di tentare qui: La donna tentò di divincolarsi, le sue vesti si lacerarono mentre si girava tentando di gattonare via.
-Non mi piace “determinazione e paura” messo lì così, da solo. Anche se probabilmente l’ho scritto io.
-Qualcosa di più esplicito sullo sblocco della voce può essere aggiunto qui, tra “Udire la propria voce fu sconvolgente. La paura lasciò posto al trionfo.” e “L’uomo alzò il capo e la fissò gorgogliando.”
Ad es. buttando qui in fretta: Dopo dieci anni poteva parlare di nuovo. Quella ferita nel suo cuore e nel suo passato non l’avrebbe più messa a tacere.
-Mi piaceva la frase finale fra parentesi (ma sono un po’ romantica, forse troppo. Mi piacciono i finali a effetto ma è discutibile).
Pezzi 2, 3, 4 e 5: mi piacciono e mi sembrano funzionare. In effetti è necessario capire chi è il mangia-peccati (e tutt’ora non ho le idee affatto chiare!)
Pezzo 6: anche se l’ho scritto io non mi piace. Suona un po’ patetico e stona rispetto al resto, almeno al mio orecchio. Poi c’è un problema coi capelli: dice che trovare i suoi capelli non è stato facile ma poi avevamo cambiato ed i capelli sono di Mirinna. Infatti dopo parla dei propri capelli. Va reso coerente e forse de-sdolcinato.
Pezzo 8: mi piace molto e mi pare funzionare.
Dunque, ora c’è da andare avanti.
Mi convince l’idea delle due donne insieme, unite per farla franca e magari metterla in saccoccia a Zio Frusto. Non so però come possano fare.
Mi sfugge ancora il ruolo del mangia-peccati. Anche perché è morto!
Lo facciamo risorgere? O ce ne infischiamo e andiamo avanti fra donne e ampolle?
Ora il tempo stringe e la fatica della giornata si fa sentire.
Intanto mi sono messa al pari.
Domani pizza con due amiche; dopodomani penso alla micorostoria in base al post di Francesco.
Se ci fossero idee intanto, non so, suscitate da queste mie poche riflessioni…
Sennò tenterò, ma non assicuro niente su dove possa andare a finire. Forse sarebbe meglio che un buon burattinaio imbrigliasse la mia fervida quanto dispersivissima immaginazione.