2010 15 feb

Tamarkus

Author: Redazione

Tamarkus si svegliò presto quella mattina: aveva davanti a sé una giornata carica di incombenze. Nel primo pomeriggio doveva recarsi dal mastro d’armi per sistemare alcune questioni. Più tardi, in compagnia dei suoi sgherri, avrebbe fatto visita a un paio di clienti a cui aveva lasciato fin troppo tempo per saldare il debito accumulato. All’imbrunire si sarebbe poi tenuta la consueta corsa mensile di cani nel fossato che circondava Tilos.

Era una manifestazione che aveva luogo nel giorno di luna piena e a cui partecipava gran parte del paese. Tamarkus attendeva l’evento con trepidazione e non vi avrebbe rinunciato per nessuna ragione. Per questo motivo, però, doveva aprire presto la bottega e cercare di soddisfare tutti gli acquirenti nell’arco della mattinata. Dopo, non avrebbe tollerato scocciature.

Così, appena sveglio, aprì il baule contenente i suoi abiti migliori e si vestì di tutto punto. Calzamaglia e canottiera sotto, brache e giubba di stoffa sopra. Poi indossò il corpetto di cuoio, allacciò le cordicelle striate d’argento e si infilò gli stivali. Scese al piano inferiore dove, come ogni mattina, trovò ad attenderlo la tavola che la serva gli aveva imbandito. Quel giorno la colazione era particolarmente ricca, notò con soddisfazione lo speziale: pane, formaggio di capra, funghi, prosciutto affumicato, miele e una brocca di latte.

Dopo aver consumato buona parte del cibo, Tamarkus si alzò e si avviò alla porta dell’abitazione. Prima di uscire si soffermò a rimirarsi nello specchio che dominava il corridoio d’ingresso. Si tirò su le brache, sistemò la giubba in modo che nascondesse il grosso ventre, si lisciò baffi e barba ben curati e, allargate le spalle robuste, assunse un’espressione solenne. Soddisfatto del suo aspetto, afferrò il mantello più prezioso che possedeva e uscì.

Pur affrettandosi per i vicoli, Tamarkus manteneva un portamento composto e un’aria altezzosa. A dir la verità, sebbene tentasse di atteggiarsi come un ricco possidente dal sangue nobile, le umili origini e il carattere scontroso gli erano di grande intralcio. Godeva sì di un considerevole rispetto, ma se l’era guadagnato grazie ai traffici lucrosi e alle bastonate distribuite dai suoi tirapiedi. Ad ogni modo ricchezza e prepotenza gli garantivano una certa reputazione e Tamarkus adorava sentirsi un signorotto locale, specialmente in una giornata radiosa come quella.

Superati i quartieri centrali del paese, lo speziale stava adesso percorrendo una viuzza sporca e puzzolente, in direzione dei sobborghi più malfamati della cittadina. Era lì, e non poteva essere altrimenti, che si trovava la sua spezieria. Svoltato l’ultimo angolo, Tamarkus giunse infine alla bottega. Qui lo attendevano le sue guardie del corpo, due uomini robusti dall’aspetto poco rassicurante. Burz il Rosso e Toder il Lungo lo salutarono rispettosamente.