2010 19 gen

Luoghi

Author: Redazione

Le Terre di Confine

Le terre di confine

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Alcuni luoghi del romanzo:

Cimitero. Tilos
A est del villaggio di Tilos, poco lontano dal fossato, sorgeva un cimitero. Era situato su una collinetta, nel bel mezzo di una radura circondata da un bosco di abeti. Quel terreno consacrato, delimitato da un muricciolo di pietre, era spoglio di vegetazione, fatta eccezione per una quercia secolare che troneggiava al centro. Una quercia ai cui rami nodosi, in passato, erano stati appesi i condannati a morte. Soltanto quando i corvi avevano cessato di banchettare con le loro carni, quei corpi venivano sotterrati ai suoi piedi. Sebbene col tempo quel luogo avesse cessato di essere teatro di impiccagioni, l’usanza di seppellire i defunti fra le radici dell’albero era sopravvissuta. Il terreno era stato consacrato ed era divenuto l’ultima dimora degli indigenti e dei malati contagiosi.


La torre “maledetta”
La torre si innalzava davanti ai suoi occhi. Costruita con grandi blocchi di pietra sistemati l’uno sull’altro, era alta una quarantina di piedi. La pianta circolare tendeva a stringersi verso l’alto e l’edificio terminava con un tetto conico, attorno al quale si scorgeva un balcone circondato da merli. L’intera costruzione era in rovina. I resti di una cinta muraria esterna giacevano a terra come carcasse di enormi bestie. Solo qua e là tratti di mura erano rimasti in piedi. Anche la stessa torre, benché integra, era ormai un rudere. Numerose crepe e fratture correvano sulla pietra, l’edera si arrampicava sulla roccia e il tetto era parzialmente crollato.


Il Buco
Furti, razzie, stupri, omicidi. Numerosi erano i crimini commessi in quell’epoca nelle Terre di Confine. Quelli erano territori selvaggi senza un governo centrale, privi di leggi strutturate e di un’organizzazione militare e sociale che potesse garantire la sicurezza del singolo.
Poiché succedeva che la scelleratezza e la barbarie imperversassero in ogni dove, le punizioni e le condanne, sommariamente assegnate, non potevano che essere molto dure. Di frequente venivano attuate in pubblico, attraverso flagellazioni, pene corporali o torture di vario genere. D’altronde, per arginare la violenza, era buona norma offrire al cittadino le condanne sotto forma di spettacoli esemplari. In simili circostanze la pena di morte assumeva un valore educativo ed era un mezzo di indiscutibile efficacia.
Ogni paese aveva il suo metodo. A Brunosco l’esecuzione si attuava tramite impiccagione, una pratica piuttosto banale. A Burik il reo veniva interrato fino al petto e quindi lapidato dalla folla. Sulle mura di Tambulin i condannati erano lasciati a penzolare per giorni in gabbiotti di ferro. A Fontecheta si legava il malcapitato a un masso e lo si gettava nel Riomaggiore, mentre sulle piazze centrali di Fortevia e Valbel erano sempre pronti i patiboli per le decapitazioni. Tilos, infine, era provvista di un fossato circolare e profondo in cui il condannato correva nel vano tentativo di sfuggire a un branco di cani affamati.
Ma era il signore di Giloc a vantare lo spettacolo di gran lunga più eccitante. Qui, la pena di morte si chiamava ’Il Buco’.


La rocca di Giloc
Una colonna di persone serpeggiava sulla strada che portava in cima al colle, dove era situato il maniero di Gunter Obervald, il padrone delle terre circostanti. Il sole del tardo pomeriggio di quella giornata autunnale rendeva vividi i colori dei vigneti e delle balze di ulivi che scolpivano la collina. Ma sui fianchi della strada, lastricata di grosse pietre grezze per permettere il passaggio dei carri, il terreno rimaneva brullo: quella carraia, che collegava il villaggio di Giloc alla dimora del signore, pareva quindi come una frattura, una cicatrice che si arrampicava su per il colle. Sulla sommità del poggio la roccaforte, scura e minacciosa, dominava la pianura sottostante.
La fiumana di gente, costituita da uomini adulti e anziani, per lo più contadini dall’aspetto rozzo e selvatico, procedeva a gruppi, immersa nella polvere che si alzava sul selciato. Fra la folla in processione si percepiva una sorta di eccitazione frammista ad un sentimento di sacralità. Il brulichio disordinato degli individui in fila si trasformava in un assembramento caotico oltre il portale di bronzo che dava l’accesso alla cittadella. La roccaforte era protetta da alte mura merlate e quell’unica porta di ingresso si trovava al di là di un massiccio ponte levatoio; un fossato colmo d’acqua circondava la cinta muraria.


Piazzale del patibolo. Fortevia
Trascinati dalla calca, i tre compagni sbucarono improvvisamente in un ampio spiazzo. La strada principale confluiva, insieme ad altre due vie trasversali, al centro del paese, nel celebre ’Piazzale del Patibolo’. Il mastodontico ponteggio in legno di frassino impiegato per le decapitazioni era stato appositamente rimontato. Ingombrava una buona metà dell’intero sagrato e, nel periodo della fiera, era utilizzato dai commercianti più facoltosi e potenti. Dal palco, infatti, i rinomati venditori mettevano in mostra le mercanzie più rare.
Dietro al patibolo, al di sopra di tutti gli edifici che si affacciavano sul sagrato, la sagoma di un torre campanaria saliva al cielo. Alta almeno duecentocinquanta piedi, si ergeva come una sentinella, guardiana di tutta la valle.