Ecco finalmente un nuovo post per le micro-storie.

Dieci anni fa ero ben lontano dall’aver compreso fino in fondo il peso e l’importanza del punto di vista. Per carità, sapevo bene cosa fosse, avevo già frequentato un paio di corsi di scrittura e ne avevo avuto più che un’infarinatura durante il liceo (il mio professore di lettere del triennio era un fanatico strutturalista). Eppure non ero del tutto consapevole della sua importanza. Lo consideravo più uno strumento per analizzare i testi che un aspetto basilare per costruirli.

E difatti nella prima stesura de “L’acchiapparatti di Tilos” devo confessare di aver proceduto “a senso”. Mi sono reso conto che questo procedere a senso (un senso che viene sviluppato in maniera spontanea con la lettura) mi manteneva generalmente sulla retta via. In fase di rilettura l’orecchio riusciva spesso a segnalarmi qualche incongruenza nella gestione del p.o.v., ma non sempre.

Quando sono andato a riscrivere “L’acchiapparatti” per l’edizione B.C.Dalai, avevo acquisito consapevolezza. Uno dei 4 punti-controlli da fare in modo accurato per ciascun capitolo era per l’appunto il punto di vista. Credo di aver fatto un buon lavoro, aver risistemato diverse cosette e aver conferito rigore alla gestione del p.o.v. Al tempo, però, scelsi (fu una scelta sofferta e con più ripensamenti) di non associare, come invece per il cambio di luogo e/o di tempo, un salto di riga (ovvero la riga bianca di “cambio scena”) al cambio di punto di vista.

Ne “Il burattinaio” invece ho sempre segnalato il cambio di punto di vista con uno stacco di riga (anche se in realtà coincide sempre con un cambio di tempo e di luogo visto che certe scelte le ho fatte prima della stesura, in fase di progettazione). E ogni volta che mi accingevo a pensare per la prima volta alla struttura di un nuovo capitolo e annotavo le 4 o 5 macro-sequenze che lo avrebbero costituito scrivevo al fianco di ciascuna di esse il punto di vista. Perché la scelta del punto di vista è (o per lo meno è divenuta per me e per il mio modo di scrivere) cruciale.

Ne “Il burattinaio” la narrazione procede per scene scritte dal punto di vista dei personaggi in terza persona (sono molti i personaggi-p.o.v.), fatta eccezione per brevi intermezzi o passaggi in cui compare un narratore non onnisciente (nei quali la “telecamera” si solleva appena dalle spalle di un personaggio per inquadrare dall’esterno la scena).

Il discorso sui legami tra la scelta del p.o.v e l’approfondimento dei personaggi, il ritmo serrato e il movimento in una narrazione per scene, l’immedesimazione e l’immersione nella storia, è a dir poco vasto. Non ho intenzione di affrontarlo qui. Sono convinto però che certe mie scelte siano in sintonia con e frutto dell’epoca che viviamo. L’estrema attenzione all’immersione e all’immediatezza, la mancanza di filtri e la densità del flusso di informazioni sono aspetti che riflettono i nostri tempi. Al giorno d’oggi averli ben presenti è, a mio parere, fondamentale per chi scrive. Chi nella scrittura fa ricerca e sperimentazione, chi vuole stare al passo coi tempi, non può non rendersene conto.

Trovo efficace e proficuo l’alternarsi in scene successive del p.o.v. di diversi personaggi, vivacizza la narrazione, le dà brio. Naturalmente un alternarsi chiaro e coerente, e con le giuste segnalazioni al lettore. Rigore, rigore, rigore… Ma anche un certo grado di flessibilità e un occhio di riguardo nei confronti di leggibilità e scorrevolezza. Per cui, in alcuni casi, non condanno né disdegno profonde immersioni alternate a leggeri (leggeri!) allontanamenti dal punto di vista scelto per la scena.

L’eventuale “progressivo ingresso” nel punto di vista di un personaggio può diventare anche una buona tecnica, a mio avviso, specie all’inizio di una nuova scena. In questo post mi soffermerò su qualche possibile modo di introdurre e di sposare il punto di vista di un personaggio. O meglio sulle diverse sfumature che possono esserci tra il calarsi totalmente in tale punto di vista e lo scivolarci pian piano.

TRACCIA:

Scegliere un personaggio, nuovo o già esistente (comparso nelle micro-storie o ne “L’acchiapparatti“), e sposare il suo punto di vista per:

  • Dare il via a una nuova micro-storia.
  • Proseguire la micro-storia dal titolo provvisorio “La Muta”, che trovate qui.
  • Scrivere un intero racconto breve, centrato sul personaggio.

Scegliere uno dei due approcci: calarsi immediatamente e totalmente (in maniera stretta) nel p.o.v. o discendervi in modo graduale. Per  cercare di farlo in maniera “stretta”, aiutarsi con situazioni o personaggi particolari.

MATERIALE:

Tre esempi, tratti da “Il burattinaio”, con qualche commento che spero possa esservi di ispirazione (iniziare la lettura dallo stacco di riga e cliccare per ingrandire).

1. Questo è il primo pezzo del romanzo scritto dal punto di vista di Gamara, l’ex-cacciatore di taglie sfigurato. Il lettore lo ha incontrato qualche pagina prima (dal punto di vista di Fulciero). La scena inizia dentro al suo punto di vista senza preamboli o mediazioni.

Bozze: pagina 62

2. Primo pezzo scritto dal punto di vista di Orgo, il gigante un po’ lento di comprendonio. Il primo capoverso non è, per scelta, totalmente calato nel punto di vista. In particolare il nome proprio “Zaccaria” resta tale, nonostante la scelta successiva e coerente in tutto il romanzo di utilizzare i nomi con cui il personaggio-punto di vista chiama gli altri personaggi. Ho lasciato questa lieve incongruenza perché mi suonava la scelta migliore, non rischiava di far indugiare il lettore ed era giustificata, appunto, da una veloce discesa nel p.o.v. del gigante a inizio scena.

Bozze: pagina 120

3. Qui il primo capoverso serve per presentare la situazione ed è scritto scegliendo un narratore in terza persona non onniscente. Si entra nel punto di vista di Guia soltanto a riga 22 (la discesa non è comunque graduale).

Bozze: pagina 126

E infine qualche bislacco e più o meno confuso suggerimento:

- Scegliere un personaggio strano, con una visione strampalata delle cose/persone/situazioni/oggetti e dai modi di pensare quantomeno singolari. Oppure addirittura cieco. O sordo.

- Cercare di trovare una situazione particolare in cui collocare il personaggio in modo tale che la scelta di narrare dal suo punto di vista si ripercuota fortemente sul pezzo.

- Perché non sposare il punto di vista del mangiapeccati che risorge?

- Due personaggi, ad esempio torturatore e torturato, o prigioniero e aguzzino, sono calati un una certa situazione “instabile”. Narrare/descrivere la scena in due pezzi successivi, il primo dei quali scritto dal punto di vista dell’uno, il secondo dal punto di vista dell’altro.

“Il burattinaio” è stato dato alle stampe. Non ci posso più lavorare, è concluso, finito.
Il libro è composto da: lettera di Melzo, prologo, 30 capitoli distribuiti in 4 parti, epilogo e chiusura. Per un totale di 544 pagine (il romanzo termina a pagina 527).
Sarà in libreria il 27 settembre e il prezzo dovrebbe essere, salvo imprevisti, 18 euro o 18 euro e 50.

Sebbene non abbia più “toccato” il testo negli ultimi 25 giorni, l’idea che il romanzo non fosse ancora stato stampato mi impediva di separarmi del tutto da lui. Continuavo a pensare a possibili modifiche, piccole correzioni e microscopici interventi. E non avevo pace. Be’, adesso, volente o nolente, non posso più metterci le mani… Sarà bene che mi abitui all’idea di separarmene.

E adesso che è finita posso parlare un po’ (non troppo, cercherò di essere sintetico) dell’ossessione del rileggere, correggere, riflettere, rivedere, ritoccare il testo, che mi ha accompagnato anche stavolta. Insomma, forse anche per pensarci un’ultima volta, digerire la conclusione e riuscire a separarmi davvero dal libro, in questo articolo voglio parlare dell’editing e della revisione del testo.

Come già accennato in un post precedente, io rivedo fin da subito il testo, in corso di stesura. Ogni due o tre giorni, rileggo e sistemo “a freddo” quanto ho scritto e passo una serata a leggere ad alta voce con mia moglie. Lei è senza dubbio la mia prima, più fidata e accanita editor. La sera stessa o il giorno dopo (se c’è necessità di interventi più corposi) ancora una volta rivedo, ripenso, rifletto e correggo.
Ho proceduto così durante tutta la fase di stesura del romanzo. A dire il vero, ogni volta che ho terminato una delle 4 parti, ho di nuovo riletto e rivisto quella appena conclusa, sfoltendola qua e là, sistemando alcuni dettagli dell’ambientazione e mettendo a posto qualche tassello nell’architettura della trama…

Una volta terminata la stesura, ho iniziato a far leggere il romanzo a qualcuno che non fossimo io o mia moglie per avere un primo feed-back ed eventualmente dei consigli di macro-editing. In questa fase il libro è stato per la prima volta letto in casa editrice e dagli amici Eugenio e Roberto, Andrea D’angelo e Luca Tarenzi. Li ringrazio per i consigli e soprattutto per l’iniezione di fiducia che mi hanno dato in quel momento cruciale del primo “test”.

A questo punto, mi sono calato nella revisione globale. Ho eliminato parecchi aggettivi, avverbi e passaggi superflui, termini e frasi “letterarie”, ho sistemato molti dettagli, ma non ho quasi toccato la trama (di cui sapevo ben poco quando ho iniziato la stesura ma che ho elaborato via via cercando di stare in contatto con il mio “sentire”) e non credo di essere sceso a compromessi. Ho cercato di rimanere onesto, di “raccontare” la mia verità interna, di “arrivare” fino in fondo.
Per ciascun capitolo, dopo averlo letto, aver lavorato riga per riga e aver trascritto le note che mi ero lasciato in fase di stesura, ho applicato la scaletta nella seconda e nella terza delle 4 pagine mostrate qui sotto. Come esempio, l’ultima pagina contiene parte delle note sul prologo (le note e i simboli a lapis sono di solito risultato del passo successivo, cliccare per ingrandire).

Quadernetto: impostazione revisione 1

Quadernetto: impostazione revisione 2 e note prologo

Al termine di ciascuna parte mi sono poi annotato le osservazioni e le questioni rimaste in sospeso. Ecco ad esempio alcune delle note sulla prima parte che ho trascritto sul quadernetto in questa fase:

Quadernetto: note sulla prima parte

Dopo la revisione (ho impiegato 55-60 giorni), ho inviato a parecchi beta-readers: amici più o meno competenti nel campo, che approfitto per ringraziare, come Alessandro, Carlo, Francesco, Franco, Jacopo, Luca, Milli, Simona, nonché i miei genitori e i miei suoceri. Ringrazio poi, in particolare, Alessandro “Okamis” Cannella e Andrea Cattaneo, amici della rete che mi hanno dato molti suggerimenti e fatto alcune segnalazioni, commentando il testo capitolo per capitolo.

Che cosa ho fatto più o meno in contemporanea con l’arrivo dei feed-backs e delle osservazioni dei beta-readers e dell’editor della Dalai, anche facendo tesoro di alcuni dei loro consigli/suggerimenti? Un’ennesima revisione. Alla fine ho riempito due quadernetti di appunti. Come potete notare dall’immagine riportata qui sotto, se non altro, le note per capitolo sono diminuite:

Quadernetto: note capitoli ultima revisione

Una volta completata l’ultima revisione, basata anche sulle note dell’editor della casa editrice, il testo è passato al correttore di bozze. E poi? Poi è tornato a me, che ho riletto il tutto e ho fatto le ultime sofferte modifiche e scelte: virgole, sinonimi e altri cambiamenti non sostanziali. Come quello evidenziato qui sotto, che mi è costato un paio di ripensamenti. La frase a effetto, che funziona, o la purezza dello stile e la massima coerenza con il punto di vista?

Bozze: pagina 354

Infine ho ricontrollato tutto il lavoro del correttore di bozze…

E adesso mi devo proprio rassegnare a separarmi dal libro e a consegnarlo ai lettori.

2011 19 ago

Il burattinaio: la sovraccoperta

Author: Redazione Categories: Immagini, Ringraziamenti, Stesura del seguito

Il lavoro di ideazione, costruzione e realizzazione della copertina è stato completato a metà luglio, dopo un mesetto di proposte, studi, modifiche e ripensamenti. Ringrazio Mara Scanavino, l’art director della Dalai, per il risultato finale e per la pazienza.

In futuro forse mostrerò le “prime copertine” e qualche passaggio intermedio (le scelte effettuate per giungere al risultato finale sono state molto sofferte…), ma per il momento mi limito all’immagine definitiva. Eccola:

Che ve ne pare?

In contemporanea al lavoro di realizzazione grafica, utilizzando come base di partenza la scheda inviata a marzo ai librai, abbiamo pensato ai testi per la quarta di copertina e per i risvolti. Per chi fosse interessato, questo un file intermedio su cui abbiamo lavorato, in particolare per decidere quale quarta di copertina (ovvero quale estratto dal testo) scegliere:

Il burattinaio – risvolti e SCELTA della quarta di copertina

E questo il file contenente i testi definitivi:

Il burattinaio – risvolti e quarta di copertina DEFINITIVI

Infine, ecco il link all’immagine dell’intera sovraccoperta, completa di quarta e risvolti. Preferisco proporvela in versione pdf (formato che non è consentito utilizzare per l’inserimento delle immagini direttamente negli articoli) per non ledere troppo alla qualità (è possibile ridurre le dimensioni una volta aperta l’immagine).

Sovraccoperta de “Il burattinaio”

Che ne pensate?

Pareri, impressioni e commenti sono come al solito graditi.

“Il burattinaio” è ora in mano al correttore di bozze. Qualche altro giorno, poi il testo non si potrà più toccare. E finalmente avrò davvero finito.

Da qualche tempo a questa parte, mia figlia (quasi 4 anni) non fa altro che brindare a “Il burattinaio”. Si è resa perfettamente conto di quanto abbia condizionato la mia vita. Gli ultimi mesi sono passati con lei che continuava a chiedermi: “L’hai finito il burattinaio?” E io: “No, non ancora. Ancora un pochino…”
Be’, adesso è quasi finita e tra poco potrò dirle: “Sì. Ho finito.”

Ho dedicato due anni di vita a questo romanzo, ma sono molto soddisfatto. Sono convinto che non avrei potuto fare meglio, il libro è proprio come avevo immaginato e voluto che fosse.
Salvo imprevisti, sarà in libreria il 27 settembre. Spero tanto che lo apprezzerete.

A breve, penso che dedicherò un articolo più approfondito sulle ultime fasi di lavorazione del libro, l’editing e la copertina.

2011 30 giu

Editing, Il burattinaio, Capitolo 1

Author: Redazione Categories: Editing, Immagini, Stesura del seguito

Ecco il capitolo 1: “Riesumazione”.

“Il burattinaio” si apre al crepaccio nelle Terre di Confine, là dov’era terminato “L’acchiapparatti”. Sono passati più di quattro anni da quando il Boia di Giloc è precipitato nell’Abisso. Un manipolo di Guardiani dell’Equilibrio è stato inviato dall’Arconte Ossor a far luce sulla vicenda.

Il punto di vista è quello di Fulciero, il capitano delle guardie di Giloc già incontrato ne “L’acchiapparatti”.

Qui sotto riporto l’immagine di un pezzo di pagina del quaderno su cui scrissi le prime idee-note a proposito di questo capitolo, qualche tempo prima di affrontarne la stesura (cliccare per ingrandire):

Prime note-idee capitolo 1

Ed ecco il testo:

Il Burattinaio – Capitolo 1

Come al solito commenti, segnalazioni e suggerimenti sono graditi. Ho ancora qualche perplessità su alcuni pensieri di Fulciero. In particolare quello indiretto a chiusura della prima scena (pagina 3, “E se le sue indicazioni si fossero rivelate sbagliate?”) e quello diretto in chiusura di capitolo (al termine di pagina 10, “Ma alle spalle ti chiama “La Serpe”, bastardo. E bastardo lui che mi ha spedito quaggiù”).

P.S.: Ho quasi terminato la revisione.

2011 09 giu

Editing, Il Burattinaio, PROLOGO

Author: Redazione Categories: Editing, Stesura del seguito

Post telegrafico: sono immerso nella revisione, costretto a dedicargli tutto il mio tempo per restare più o meno in tabella di marcia.

Ecco il prologo del sequel de “L’acchiapparatti”:

Il Burattinaio – PROLOGO

Come per gli altri estratti, mi piacerebbe sapere che ne pensate.

In particolare circa:

- L’ambientazione, ovvero gli squarci della Cittadella e i passaggi descrittivi.

- La gestione del punto di vista. Il ruolo e i pensieri di Aleb.

- L’Oracolo. L’incontro, la descrizione dell’Oracolo e il dialogo.

Naturalmente sono ben accetti suggerimenti, segnalazioni e consigli.

2011 19 mag

Editing, Il Burattinaio, Lettera di Melzo

Author: Redazione Categories: Editing, Stesura del seguito

“Il Burattinaio” si aprirà in modo un po’ atipico, almeno per il genere. Una breve lettera precederà infatti il prologo. Si tratta di una missiva spedita da Melzo dei Sinisterni, consigliere del paese di Giloc, all’illustre Ossor, uno dei sette Arconti di Olm. Dal punto di vista cronologico, tale lettera si colloca tra l’ultimo capitolo e l’epilogo de “L’acchiapparatti” e introduce il lettore de “Il Burattinaio” al mistero che, quasi 5 anni dopo, muove inizialmente la nuova storia. D’altra parte, ha anche la funzione di fornire alcuni elementi di quanto successo ne “L’acchiapparatti” a chi non lo avesse letto. Come detto in precedenza, l’intento è quello di rendere “Il Burattinaio” un libro autoconsistente, leggibile e godibile senza la necessità di aver letto “L’acchiapparatti”.

Sono diversi i requisiti della lettera e le difficoltà che ho incontrato nello scriverla. La lettera doveva:

  • Essere breve. Trovo che sia rischioso partire con una lettera invece che calarsi subito nelle vicende. Molto rischioso se la lettera non è di rapida lettura, concisa e puntuale. E in qualche modo intrigante.
  • Fornire una sintesi o comunque alcuni dettagli importanti della storia di fondo de “L’acchiapparatti”.
  • Essere scritta con uno stile piuttosto forbito e ampolloso (lo stile di Melzo)… ma non troppo. Come in altre scelte analoghe (realismo e verosimiglianza nei dialoghi, gestione del punto di vista, eliminazione o riduzione delle sequenze raccontate, ecc.), per me le parole d’ordine sono buon senso, equilibrio e giusto mezzo. Tutto deve comunque, a mio parere, rimanere funzionale alla storia. E dunque la scrittura della lettera doveva avere sì certe caratteristiche e ricondurre a certi stilemi, ma senza risultare troppo pesante o inutilmente dotta.
  • Calare un certo alone di mistero sugli eventi descritti. E dunque destare curiosità.

Eccola:

Lettera di Melzo

Mi farebbe molto piacere sapere che cosa ne pensate. Naturalmente anche eventuali consigli e suggerimenti sarebbero ben accetti. Ho ancora un po’ di tempo prima dell’editing finale e quindi i vostri commenti potrebbero essermi preziosi.

Ho terminato la stesura de “Il Burattinaio”. Come “L’acchiapparatti”, sarà costituito da prologo, 4 parti per un totale di 30 capitoli, ed epilogo. Il prologo sarà preceduto da una breve lettera scritta da Melzo prima di recarsi alla torre a nord di Tilos, l’epilogo sarà seguito da un piccolo episodio collocato qualche anno dopo la fine delle vicende narrate. Ritornerò su questi inserti un po’ particolari tra qualche tempo. L’idea è quella di rendere “Il Burattinaio” un libro autoconsistente.

Considero di aver già fatto anche una prima revisione visto che procedo di pari passo con l’editing: penso al capitolo/scena da scrivere, faccio ricerca, progetto in dettaglio, scrivo e edito. E vado avanti così. Scrivo “per situazioni”, lasciandomi aperto a qualsiasi tipo di eventualità circa ciò che devo ancora scrivere, e dunque per me risulta cruciale definire bene che cosa è successo prima, ovvero quale sia la situazione di partenza. Alla fine di ciascuna parte, infine, mi fermo, rileggo ed edito di nuovo. Adesso che ho terminato la stesura del libro devo fare un’ulteriore revisione per poi sottoporlo all’editor della casa editrice.

In questo momento sto ascoltando i Pink Floyd, che mi hanno accompagnato nella stesura della parte finale del libro. Per l’occasione, penso di potermi lasciar andare a qualcosa che esula un po’ dalla scrittura, anche se non troppo, e che ha a che fare con la musica.

Parto da un aneddoto. Avevo 16 anni. Ero in un campeggio al mare, d’estate. Avevo da poco acquistato il mio primo walk-men, durante una vacanza a Londra. Iniziai a leggere “La metà oscura” di S. King con la cassetta di “Who made who”, AC/DC, nelle orecchie. Ho un ricordo meraviglioso di quel libro e della sua lettura. Lo lessi in 2 o 3 giorni, senza mai togliermi le cuffie. Non andavo in spiaggia per starmene sdraiato a leggere. Impossibile dimenticare quell’esperienza.

Qualche anno fa mi è capitato di leggere “On Writing”. Nel saggio, King dichiara di aver scritto “La metà oscura” ascoltando quello stesso album degli AC/DC che io, per caso, avevo nelle orecchie quando lessi il suo libro. Inutile dire la mia sorpresa quando l’ho scoperto. Avevo sempre collegato quella musica a quel libro, avevo sempre sentito e pensato che ci fosse stata una speciale alchimia tra musica e lettura.

Non ho un’idea precisa di quali siano le difficoltà (copyright e questioni di hardware e realizzazione materiale, ad esempio) connesse all’inserimento sui devices per gli e-books della possibilità di ascoltare brani musicali in parallelo con la lettura, ma non stento a credere che presto si potrà usufruire di tale tecnologia. In fondo perché i libri non dovrebbero essere dotati di una colonna sonora?

Be’, se fosse per me, nella colonna sonora de “Il Burattinaio” ci sarebbe tanta musica classica, in particolare Beethoven, Vivaldi e Mozart, molti brani degli AC/DC e dei Pink Floyd. E poi Cold Play, The Doors, The Police, Goldfrapp, Choen, fino ad arrivare a Morricone e Capossela… Sarebbe bello poter suggerire la musica, capitolo per capitolo, o quantomeno poter segnalare i brani che l’autore ascoltava quando ha scritto i diversi pezzi. Che ne pensate?

Ecco la scheda in anteprima per i librai del sequel de “L’acchiapparatti”. Contiene uno strillo, un riassunto di parte della trama, una piccola nota sull’autore e un estratto dal testo.  Che cosa ve ne sembra?

Francesco Barbi

Il Burattinaio

Da L’acchiapparatti a Il Burattinaio, dagli emarginati ai folli. Sinistri figuri, enigmatici pazzi e comuni squilibrati incrociano le loro strade per dar vita a un intreccio mozzafiato che trascina oltre le Terre di Confine, oltre i canoni del fantasy. Tutti  ignari di essere pedine nel piano di vendetta del burattinaio.

L’Oracolo, sopravvissuto sette volte al Tocco della Luce, ha predetto la caduta del regno di Olm. L’Arconte Ossor, uno dei pochi che ancora credono nel potere del chiaroveggente, torna a consultarlo e si convince che l’imminente catastrofe sia in qualche modo legata alla scomparsa del mostro di Giloc, precipitato cinque anni prima sul fondo di un crepaccio nelle lontane Terre di Confine.
Un manipolo di Guardiani dell’Equilibrio, inquisitori incaricati di condannare ogni forma di magia, parte da Olm per far luce sulla vicenda. È il loro capo, l’Indice, a sovrintendere alle operazioni per la riesumazione del mostro e a condurre le indagini circa la comparsa di un presunto stregone. Schiavo della spinavera e spietato, raccoglie voci e dicerie, interroga e tortura i paesani per scoprire l’identità e la dimora di colui che cerca. Fiuta e segue le tracce dell’acchiapparatti di nome Zaccaria fino a Ombroreggia, dove lo cattura e lo rinchiude in un gabbiotto di ferro per condurlo a Olm.
Ma Zaccaria ospita in sé un terribile segreto. Ci sono giorni in cui il gobbo parla attraverso di lui. Ci sono giorni in cui è un terzo ad abitarlo…
Molti altri saranno trascinati nel viaggio attraverso e oltre le Terre di Confine, verso Olm: Gamara, il cacciatore di taglie accecato dalla sete di vendetta; i due bambini Steben e Nodo, incatenati sul carro del raccogli-orfani; il colosso, in cammino dietro di loro; la strega strabica, la prostituta e la ragazza, unite nel disperato tentativo di salvarsi e di salvare Zaccaria.
Tutti protagonisti, tutti ignari di essere pedine nelle mani del burattinaio.
Non è un caso che il mostro in decomposizione, nascosto su una chiatta, venga condotto via fiume nella stessa direzione.
Il burattinaio aspetta da lungo tempo. Ha concepito un piano diabolico.

Francesco Barbi è nato a Pisa nel 1975. Laureato in Scienze Fisiche, è insegnante di matematica e fisica nella scuola superiore. L’acchiapparatti, suo romanzo d’esordio, è stato pubblicato dai tipi della B.C.Dalai nel 2010 e ha riscosso un notevole successo di pubblico e di critica.

«Proprio qui dovevo rifinire.» L’uomo si passò una mano sul volto, tirò su un bel catarro e sputò verso lo strapiombo. «Per Belzebù, di tutti i posti dove potevo capitare vado a ricapitare proprio dove sono crepato!» Si grattò la testa, cercò di trovare una posizione più comoda per gli arti inferiori. «Per giunta prigioniero! Prigioniero in una gabbia striminzita a venti piedi da terra… e prigioniero nel corpo tutto strano di quest’altro.» Infilò i piedi tra le sbarre, allungò le gambe e le lasciò penzolare nel vuoto.
«Be’, che ha di male il nostro corpo?»
La bocca che aveva appena parlato si spalancò in un’espressione di sorpresa.
«Per Belzebù, ci sei anche tu?»
«Noi? Sì, sì, noi ci siamo.»
«Ma… Ma quando ci sono io, non ci sei tu… Non era mai successo che…»
«Se qualcosa accade, c’è sempre una prima volta. Anche se è l’unica. In quel caso è la prima e unica. Sì, la prima e unica volta.»
«Lasciami parlare, accidenti a te!»
«Speriamo che non sia l’unica, stavolta… Ah, già, è bello poter parlare di nuovo con te.» L’uomo si abbracciò.
«Ma che accidenti fai! E io che credevo tu fossi meno rintronato.» La pelle della faccia si corrugò.
Poi si distese. «No, no, non siamo rintronati. Siamo in contatto con le nostre emozioni. Sì, in contatto.»
«Ma se sei tale e quale. Uno…» Il volto divenne paonazzo, poi si rilassò di nuovo.
«Non ti zittiremmo così, se fossimo tali e quali. No, no. Zaccaria è cambiato. Sì, ha fatto molta strada.»


.

Siamo al capitolo 26 del seguito de “L’acchiapparatti”, si tratta di una scena che alterna movimento, descrizione e azione. Una scena che penso, e spero, possa essere letta senza che la sua collocazione nell’ambito del romanzo risulti necessaria. Il punto di vista è quello di Gamara, il cacciatore di taglie sfigurato. Deve “impadronirsi” di un ponte. Il ponte del Moarramo. Non è ancora indicato nella mappa delle terre a nord-est di Olm, ma è il ponte sul fiume Olmo, quello tra Passalto e Olm. Lo potete individuare qui.

Avevo dunque bisogno del ponte e, soprattutto, della struttura che vigilava sul ponte. Un posto di guardia sul fiume? La solita casupola di legno? No, non mi intrigava a sufficienza.
Una torre. Ho cercato allora delle immagini di torri. Ne ho trovate diverse, questa è quella che ha catturato maggiormente la mia attenzione:

Doveva però essere una torre che avesse la funzione di controllare il passaggio sul ponte. Quindi doveva sorgere molto in prossimità della riva… Mi sarebbe poi piaciuto che dal posto di guardia si potesse gestire il transito delle imbarcazioni sul fiume. Una cancellata di ferro sotto il ponte, che potesse essere sollevata? Forse. Poi mi è venuto in mente il Tower-Bridge:

Sì, mi sono detto. Il ponte del Moarramo sarà un Tower-Bridge dei poveri, per giunta asimmetrico (con un’unica torre, sulla sponda est del fiume Olmo). A questo punto era possibile cominciare a entrare nei dettagli, definire i particolari.

Cliccare sopra le seguenti immagini per ingrandirle.

Ecco il primo schizzo (perdonate i problemi di prospettiva):

Moarramo: primo schizzo

Quindi mi sono trovato a dover studiare alcuni congegni per cercare di capirne il funzionamento così da renderli verosimili. Qui sotto un paio di illustrazioni per quel che riguarda il meccanismo di sollevamento della passerella del ponte:

Moarramo: marchingegno e contrappeso

Ora potevo procedere con tutti i dettagli.
Il prospetto, che mostra la facciata rivolta a nord:

Moarramo: vista da nord

La pianta del piano terra:

Moarramo: piano terra

Le piante dello scantinato, del primo, del secondo e del terzo piano:

Moarramo: scantinato e piani I, II, III

Infine il dettaglio di scale, rampe e botole:

Moarramo: scale, rampe e botole

Credo sia bene partire da un’idea, avere in mente una scena, magari cominciare a “vedere” qualche particolare. Tuttavia trovo che nella fase iniziale non sia sempre opportuno cercare di definire ogni cosa; anzi, a mio parere, è consigliabile rimanere un po’ nella nebbia, nella foschia, nella penombra. Pronti però a riconoscere eventuali luci.
All’inizio l’ambiente è giustamente ideato e pensato per soddisfare certe esigenze e concretizzare quell’idea iniziale. Poi l’ambiente diventa vero, però, con tutte le sue realtà, tutti i suoi vincoli. A quel punto, a mio parere, c’è il giusto equilibrio tra la forza dei proponimenti iniziali dello scrittore e la situazione “reale”, precisa, in cui sono calati i personaggi. E l’essere costretti a trovare una via d’uscita plausibile da quella situazione può portare a nuove e buone idee. O quantomeno potrebbe ridimensionare l’onnipotenza dell’autore e favorire l’immedesimazione nei personaggi. Una volta che l’ambiente è reale, non lo si può cambiare: è così come lo hanno di fronte i personaggi.

Una volta chiaro il luogo dell’azione (che ho sfruttato anche nel capitolo successivo), ho scritto il pezzo:

Il burattinaio – estratto capitolo 26

Come nell’articolo precedente, vi propongo la lettura dell’estratto, prima che io ci rimetta le mani, e vi chiedo un’impressione, eventuali note e suggerimenti, o quel che potrebbe essere il vostro editing del pezzo.

In particolare:
Come trovate la gestione del punto di vista? E i pensieri sono sempre opportuni?
Che ne pensate dell’avvicinamento alla torre? Qualcosa che non fila liscio prima della scalata?
Le scene di azione, gli scontri, funzionano? Risulta chiaro quel che succede?
Qualche incongruenza?

P.S. Ho risistemato l’estratto precedente, l’incipit del capitolo 22, anche in base alle vostre indicazioni. Lo trovate qui.

2011 22 feb

Sul titolo del seguito

Author: Redazione Categories: Aneddoti, Stesura del seguito

Il titolo dovrebbe essere l’anima del libro, racchiuderne in qualche modo l’essenza e, allo stesso tempo, essere fàtico, catturare l’attenzione.

Come già accennato, quando iniziai la stesura del seguito de “L’acchiapparatti” nel novembre 2009, l’idea era quella di riuscire a pubblicare il romanzo prima dell’estate 2011. D’altra parte, all’epoca, avevo progettato 3 parti e per questo mi ero prefissato di completare la stesura a fine 2010. Le parti sono invece diventate 4 e i capitoli 30, come ne “L’acchiapparatti”. Anche il numero di pagine sarà più o meno le stesso. Un caso?

Ad ogni modo, inizialmente non avevo idee precise sul titolo: “Gamara”, “Il ratto di Olm”, “Il negromante” sono soltanto alcuni dei titoli a cui avevo pensato. D’altronde, sebbene non possa proprio dire che le mie storie sfuggano al mio controllo visto che mi metto nelle condizioni per cui possano farlo, io tento di scrivere e mi trovo a scrivere lasciando che le storie prendano le proprie strade. Insomma, scrivo cercando di lasciare maggior libertà possibile ai personaggi, alla costruzione e allo sviluppo delle trame. Scrivo senza essere certo di chi sia, o chi sarà, il protagonista (anche ne “L’acchiapparatti” ho scoperto chi fosse per me il protagonista soltanto quando sono giunto all’ultima parte del libro). Credo che sia questo, almeno per quanto mi riguarda, il modo più onesto e vero per raccontare una storia. Non trovo strano, dunque, che al tempo non avessi deciso il titolo.

Dopo aver completato la prima delle 4 parti, però, credetti di averlo trovato:

“Gùlghezac”

Tale è rimasto fino alla settimana scorsa quando, su richiesta della casa editrice, ho dovuto iniziare a pensare alla scheda per i librai (il romanzo dovrebbe uscire a ottobre, mese più, mese meno): strillo, breve riassunto della trama, biografia, un estratto. Ma prima ancora dovevo assegnare il titolo al romanzo. Non credevo che avrei avuto dubbi. E invece, nel ripensare al romanzo nel suo insieme, nel digerire gli ultimi sviluppi, mi sono trovato ad essere folgorato da un nuovo titolo:

“Il burattinaio”

Che ve ne pare? Pareri, commenti e impressioni sono molto graditi.

Ormai è da settimane che spendo gran parte del tempo che ho a disposizione ogni giorno nella stesura del seguito dell’acchiapparatti. Al momento sono completamente immerso nel progetto e sono poco propenso a dedicarmi a tutto ciò che mi “porta fuori”. Non a caso, negli ultimi tempi, mi è capitato sempre più di frequente di inserire anche qui nel blog qualche estratto da “Gùlghezac”, per fare esempi, per rispondere a una domanda di un’intervista, per fornire materiale per le proposte creative.

Riguardo ai pezzi riportati finora, nessuno mi ha detto di aver storto il naso, o mi ha dato suggerimenti o consigli. Di solito, nel procedere della stesura, mi prendo periodicamente delle pause durante le quali riflettere, rileggere e fare le prime revisioni. Adesso che ho terminato il capitolo 25, sono tornato a rivedere i capitoli della terza parte. Visto che mi sono prefisso di discutere di scrittura e di editing, giunto al capitolo 22, ho pensato di proporvi la lettura di un estratto prima di rimetterci le mani e di chiedervi esplicitamente impressioni, note e suggerimenti: insomma, quel che potrebbe essere il vostro personalissimo editing del pezzo (sto parlando di line-editing, visto che presupposto per parlare di macro-editing è la lettura integrale del romanzo). In altre parole vi chiedo se, a vostro parere, nell’estratto riportato tutto funziona. In particolare la gestione del punto di vista, i pensieri di Cateno, la verosimiglianza della scena, il dialogo.
Tagliereste qualcosa?
Qualcosa non è chiaro?
C’è il giusto equilibrio tra detto e non-detto?
Il “raccontato” è ben amalgamato e diluito nei pensieri?
Qualche traccia di info-rigurgito?
Le battute potrebbero essere migliorate?
I nomi e/o i soprannomi vi paiono appropriati?

Alcune vostre osservazioni potrebbero poi essere legate a gusti personali. Non esitate, mi interessano, e potrebbero dare il via a fruttuose discussioni.

Ma veniamo al pezzo. Innanzitutto l’ho scelto perché sufficientemente separato dal resto da essere quasi “indipendente” (e, soprattutto, non troppo “spoileroso”). Si tratta della parte iniziale del provvisorio Capitolo 22. Come già detto, nel seguito dell’acchiapparatti, le diverse scene si susseguono in una narrazione in terza persona che abbraccia sempre il punto di vista di un personaggio. Ci sono molti p.o.v. ricorrenti, quelli dei personaggi principali, ma ci sono anche un paio di scene narrate dal punto di vista di un personaggio secondario che compare in quella scena per poi sparire, o quasi, dal romanzo. Questo è il caso dell’estratto riportato. Non mi dispiacciono i cosiddetti “death-pov”, ovvero quei punti di vista (di personaggi destinati a scomparire dalle vicende o addirittura a morire alla fine della scena) che vengono chiamati in causa per mostrare una singola scena.

Questo il link al file pdf contenente il pezzo:

Gùlghezac – incipit capitolo 22

COMUNICAZIONE di servizio: Ho deciso di aspettare il 2 febbraio (primo anniversario del blog) per risistemare e organizzare i post riguardanti le micro-storie (non garantisco però di trovare la forza per intraprendere l’ultima revisione di “Fino all’ultimo pezzo”). Forse pubblicherò, prima di quella data, un ulteriore post per le micro-storie.

EDIT del 24/02/2011:

Ho lavorato un po’ sul pezzo, anche seguendo le vostre indicazioni. Qualche nota:

- Nel primo capoverso, ho inserito una frase sulle mani di Cateno, e ho fatto di lui un armaiolo che fabbrica essenzialmente armi dotate di manico. Che ne dite?

- Non ho trovato una soluzione valida per risolvere il problema di “quei” e “quella” nella frase: ”Quei maledetti uccelli sembravano nutrire una particolare predilezione per quella scala.”  Sebbene mi dispiaccia, ho deciso di eliminarla.

- All’inizio del dialogo ho separato i ricordi-pensieri di Cateno distribuendoli fra le battute. Funziona?

Ecco il pezzo rivisto:

Gùlghezac – incipit capitolo 22 – rivisto

Segnalo una videorecensione, una videointervista e un’intervista apparse in rete nello scorso dicembre.

  • La videorecensione, pubblicata da Valentina Summa, la trovate qui. Vania ha letto sia “L’acchiapparatti di Tilos” che “L’acchiapparatti”. Del primo scrisse una recensione molto bella su Terre di Confine nel gennaio 2009. Ecco il link.
  • La breve videointervista, in compagnia di Francesco Falconi e Paolo Barbieri, è stata invece fatta da Marika Godani subito dopo la presentazione a Lucca Comics and Games 2010… Purtroppo ho una voce bassa e tendo a parlare piuttosto piano, per cui non è facile sentire quel che ho detto. Ad ogni modo Marika ha provveduto a sintetizzare le mie parole. Trovate l’articolo con videointervista qui.
  • Infine riporto di seguito l’intervista, apparsa qui, che mi è stata fatta da Valeria-Cyrilla e che contiene in risposta alla terza domanda un estratto (provvisorio) del quindicesimo capitolo di Gùlghezac, seguito dell’acchiapparatti:

Continua a leggere…

I primi di Novembre 2009, quando ho iniziato a scrivere “Gùlghezac”, titolo provvisorio del seguito dell’acchiapparatti, speravo di terminare la prima stesura entro il dicembre 2010. Eccoci dunque arrivati alla fine dell’anno… Come previsto, non sono riuscito a completare il romanzo. Né sono poi così vicino alla fine. D’altra parte mi sono dedicato al progetto anima e corpo e, tutto sommato, mi ritengo soddisfatto: ho appena concluso la terza delle quattro parti. Prologo e 23 capitoli. Restano 7 capitoli e l’epilogo, 3 o 4 mesi di lavoro.

Ecco l’Indice provvisorio delle prime 3 parti:

PROLOGO
-
PARTE I: SINISTRI FIGURI
1. Riesumazione
2. Dicerie e inquisizioni
3. L’intruso
4. In nome della Luce
5. Prigioniere e aguzzini
6. Gli incanti di Gúlghezac
7. Steben
-
PARTE II: PISTE E SENTIERI
8. Alla torre
9. Il raccogli-orfani
10. Spinavera e vecchi orpelli
11. Perduti e presi
12. Compagni di viaggio
13. Nuove e vecchie conoscenze
14. Una taglia sulla testa del cacciatore di taglie
15. Follia
-
PARTE III: PUTIFERIO
16. Sassi e lumache nella bufera
17. Imprevisti
18. Passaggi al confine
19. Scelte?
20. Nei dedali delle Baracche
21. Le storie di Gogloc
22. Il mendicante
23. Nel “Velarione”
-
PARTE IV: A OLM

Sono ritornato più volte sugli ultimi capitoli, eliminando pezzi, aggiungendo scene. Come mi aspettavo, nell’avvicinarmi al finale, la scelta delle vie da percorrere è divenuta cruciale, e dunque più faticosa. Credo di aver sistemato la terza parte in maniera sufficiente per potermi dedicare alla quarta, sebbene abbia almeno un quadernetto pieno di annotazioni con dettagli da aggiungere, snodi della trama da rendere più chiari, eventuali nuove scene da inserire. Procedo… Ritornerò sul testo una volta completata la prima stesura. Una volta che avrò più chiare molte cose.

Adesso ho in programma di spendere i prossimi giorni a pensare e a ripensare alla trama dell’ultima parte, a cercare di arricchirla, studiarla, digerirla. Oltre che definire e precisare gli snodi e i passaggi nella storia, devo iniziare a lavorare sulle singole scene dei diversi capitoli: decidere quali mostrare, “visualizzarle”, schematizzarle e riflettere sui passaggi di punto di vista. In “Gùlghezac”, infatti, il punto di vista è sempre affidato ai personaggi, non c’è quasi traccia di narratore onnisciente. I personaggi in ballo sono molti e, se si vuole limitare al massimo il raccontato, diviene fondamentale la scelta delle scene da mostrare: devono sì contenere gli eventi più importanti ai fini della trama, ma anche dare la possibilità di recuperare le informazioni (attraverso dialoghi e pensieri, ad esempio) di quanto accaduto e non mostrato. Questo però è un discorso lungo e complesso, che coinvolge la cronologia degli eventi e i salti di scena, e a cui probabilmente dedicherò un post più avanti.

Una delle difficoltà che devo poi affrontare in quest’ultima parte ha a che fare con quella che si potrebbe chiamare la “costruzione di mondi”. Nella parte finale del libro, infatti, i personaggi giungeranno a Olm. A dire il vero, ho già riempito un mezzo quadernetto di note che riguardano la capitale del Regno, l’architettura e la struttura della città, la vita e l’organizzazione sociale, la storia, il Culto della Luce e i suoi riti… Ma adesso devo decidere che cosa è essenziale, che cosa reputo necessario mostrare; e riflettere su come trasmettere certe informazioni.

Nella terza parte, ho già “abbandonato” le Terre di Confine, e infatti ho dovuto lavorare molto sull’aspetto di costruzione dell’ambientazione di cui ho parlato sopra: note e appunti, mappe di paesi, riflessioni su lingua e cultura degli abitanti. Molte delle vicende si svolgono a Medara, in compagnia dei girovaghi, una comunità di nomadi che fanno però tappa parte dell’anno nella baraccopoli della cittadina a sud del confine. Uomini “liberi”, che vivono giorno per giorno; musicisti, mercanti viaggiatori, artisti, acrobati e giocolieri, la cui cultura è intrisa sia di astuzie ed espedienti per campare che di superstizione. Al momento sto pensando di differenziare e rendere particolare la loro lingua, o meglio, il loro modo di parlare… Se qualcuno avesse suggerimenti, sarebbero ben accetti. Così come sarei ben lieto di ricevere consigli sulla mappa e sulla prima descrizione di Medara che riporto qui sotto. Naturalmente informazioni e dettagli sulla cittadina trapelano e vengono mostrati qua e là nei capitoli, ma l’estratto che segue contiene il “primo contatto”: uno dei pochi pezzi che sanno un po’ di raccontato, sebbene sia comunque breve e inserito nel punto di vista di un personaggio.

Ecco la mappa di Medara:

Mappa di Medara


Cliccare sopra l’immagine per ingrandirla.

Ed ecco l’inizio del capitolo 20:

“Eccola Medara, covo e rifugio di ladri, tagliagole, pendagli da forca, reietti. Isotta si sporse dalla fiancata del carro. La strada saliva dolce su un altopiano di terra argillosa, un’enorme duna di sabbia bagnata e compatta al di sotto di una superficie friabile e polverosa. Così era la terra da quelle parti, difficile da dissodare e spesso acquitrinosa al punto da rendere ardua qualsivoglia coltivazione. In alto si intravedevano le prime case, strutture di legno e pietra, fango secco e paglia, arroccate l’una sull’altra ai lati della via.

Isotta non aveva mai lasciato le Terre di Confine, non era mai stata a Medara; ma il mercante con cui aveva vissuto qualche mese le aveva parlato più volte della particolare cittadina oltre il confine. Niente campi, né orti o alberi da frutto. Qualche gregge di pecore, poche mucche, giusto quelle in grado di sopravvivere al Mal Giallo che ogni decina d’anni funestava quelle regioni. Un paese di nomadi, mercanti e arraffoni, che si reggeva sul mercato, i traffici, il gioco d’azzardo e le scommesse, le puttane e la vendita di schiavi.”

Supponiamo di aver pensato e più o meno deciso cosa deve accadere nella storia che stiamo scrivendo. Abbiamo cioè “visto” un evento o una situazione di partenza (che presenta un conflitto o comunque una problematica che deve essere in qualche modo sciolta).

La questione è: Dove collocare le scena?

Scegliere, pensare con cura il luogo, magari scovandone particolarità e stranezze, arricchirlo di informazioni, e possibilmente disegnarlo, può essere di grande utilità per diversi motivi. Questi quelli che mi vengono in mente, così su due piedi:

  • Può dotare la locazione di un certo fascino e dunque rendere la narrazione più stimolante, oltre che per lo scrittore, per il lettore.
  • Può generare nuove idee, riguardanti azioni e sviluppi nella trama.
  • Rende necessariamente l’azione (o la descrizione) più plausibile e verosimigliante.
  • Facilita l’uso di dettagli sensoriali e rende più naturale ed efficace il “mostrare”.

TRACCIA:

Decidere a grandi linee il prossimo “passo” della storia (o l’incipit di una nuova micro-storia). Scegliere e arricchire di dettagli un luogo (preferibilmente un interno, che chiamerò locazione) dove collocare la situazione, l’azione, il dialogo. Sfruttare le caratteristiche della locazione nel mostrare la scena. O addirittura partire dalla locazione per trovare lo sviluppo della trama.

MATERIALE:

- La figura mostra la visione dall’alto e la visione laterale di una possibile locazione, tratta dal seguito dell’acchiapparatti. Il disegno potrebbe rappresentare una grande taverna sotterranea, un luogo dove si svolgono spettacoli, un “manicomio” fantasy, un ambiente ricreativo per soldati al di sotto di una caserma, il covo di una banda di briganti… Quello che volete.

Visione dall'alto e laterale del Velarione


Cliccare sopra l’immagine per ingrandirla.

NOTA 1: I diversi dettagli contenuti nella figura possono essere eliminati o interpretati nei modi più disparati. Si possono aggiungere altri elementi o anche modificare alcuni aspetti strutturali.

Un piccolo estratto dal capitolo 21 del seguito dell’acchiapparatti:

“Gogloc non parve neppure averlo sentito. Continuò a parlare, ora a occhi chiusi.
«Un uomo che si è stabilito infine nella città di legno, fango e argilla, dove nessuno è padrone. Qui ha costruito un veliero, nella terra. Per i suoi spettacoli, per il suo circo.»
«Il Velarione…» Ancora la voce del bambino.
«Tendaggi come vele, due pali possenti al pari di alberi maestri. Cime, sartie, soppalchi e reti…» Gogloc sollevò le palpebre, il suo sguardo si perse lontano.”

- Nel caso in cui l’immagine in figura non sia stimolante o adatta al proseguimento della micro-storia, è possibile “costruire” e far uso di qualsiasi altra locazione venga in mente. Qualche suggerimento:

  • Una caverna.
  • Una rete fognaria.
  • Un tempio.
  • Un dedalo di catacombe.
  • Una “casa” su un albero secolare.

NOTA 2: Potrebbe essere di ulteriore ispirazione riflettere sulla storia passata della locazione: chi l’ha costruita, perché, se è stata teatro di particolari avvenimenti…

NOTA 3: Cercare di inserire qualche informazione circa gli odori, i suoni, le sensazioni che si avvertono nel posto scelto.

COMUNICAZIONE: Approfitto di questo post per dire che nelle vacanze di Natale cercherò di risistemare finalmente la storia “Fino all’ultimo pezzo” e di rivedere, mettere insieme e dare ordine al materiale riguardante le micro-storie, in modo tale da renderlo più accessibile e fruibile.

2010 09 ago

Azione, 1 (e P.o.V.)

Author: Redazione Categories: Azione, Punto di vista, Stesura del seguito, micro-storie

Ecco il post che potrebbe dare il via alla prossima micro-storia.

A me piace molto scrivere le “scene d’azione”. Un po’ perché ciò mi permette di inquadrare meglio i particolari e focalizzare i dettagli di una scena che ho immaginato (ho sempre desiderato saper disegnare bene dal vero), un po’ perché sono passaggi particolari, in cui sento di poter/dover osare e sperimentare per ottenere l’effetto che voglio. A mio parere, infatti, le scene di azione richiedono un linguaggio e uno stile differenziati, particolari. Il ritmo deve accelerare, sono preferibili frasi brevi e paratassi, in alcuni casi può essere efficace procedere dando come dei flash di immagini consecutive; si deve comunque cercare di aumentare la densità di informazioni fornite, curando la chiarezza ma evitando al tempo stesso prolissità e dettagli che possano rendere lenta la lettura.

Questo post è concepito per dare inizio a un racconto breve che mi auguro possa essere concluso in 3 o al massimo 4 tappe. L’idea sarebbe quella di partire nel bel mezzo dell’azione, completamente in medias res… Cercando di definire la situazione (e recuperando le informazioni necessarie) attraverso dettagli, allusioni, pensieri… Tutti interventi brevi, ma densi di possibili significati. L’azione dovrebbe essere al centro di questo primo pezzo e possibilmente fornire lo spunto per l’intero racconto.

I link alle note e “regole” riguardanti la stesura delle micro-storie si trovano nella pagina MICRO-STORIE nella barra del menù principale.

TRACCIA:

Scegliere un personaggio “strano” (con una caratteristica peculiare, o affetto da malformazioni, o sordo, o muto…) che assiste a una scena d’azione-movimento molto particolare, o addirittura impensabile, quasi assurda. Una scena di pericolo (fisico), oppure di conflitto (interiore), o comunque di tensione. Scrivere e descrivere (possibilmente facendo vedere, sentire e udire) la scena dal punto di vista del personaggio “spettatore” cercando di imprimere al pezzo un crescendo di tensione che porterà il personaggio a intervenire, a buttarsi nell’azione… e a cacciarsi nei guai?

MATERIALE:

Ecco alcuni possibili suggerimenti o elementi attivanti (potete servirvene o meno):

  • Scrivere 3 o 4 righe che descrivano il personaggio che assiste all’evento e che diano un’idea della sua storia. Informazioni proficue, che in qualche modo possano far nascere idee, come il motivo della particolare sua “sensibilità” alla scena. Ad esempio Quiburno, un mendicante che vive di elemosina, proclamandosi un “mangia-peccati”… Che significa mangia-peccati? Ed è riconosciuto come tale dalla comunità o è soltanto una sua convinzione? E quando…

  • Fare uno schizzo più o meno dettagliato del luogo dell’azione (visione prospettica o dall’alto), cercando di pensare a elementi che potrebbero essere utili e di stabilire approssimativamente dimensioni e distanze. La locazione potrebbe essere all’esterno: un mercato, tra vicoli sudici, in una rete di fogne, sotto un palco… Oppure all’interno: una taverna scavata nelle viscere della terra, un tempio, una stalla, un rudere ritenuto “infestato”…

  • Stabilire infine in che momento del giorno avviene l’azione e riflettere sulle possibili conseguenze di questa scelta. In pieno giorno? Nel cuore della notte? Al tramonto? Nelle nebbie che precedono l’alba?

Infine, un esempio concreto tratto dal provvisorio capitolo 14 del seguito dell’acchiapparatti:

Continua a leggere…

Ultimamente in molti mi hanno chiesto se stessi scrivendo e in particolare se stessi lavorando al seguito de “L’acchiapparatti”.

A dire il vero, mi era capitato di parlare, su questo blog e qua e là in rete, della stesura del seguito dell’acchiapparatti. Per un po’ di tempo però non ne ne ho fatto alcun cenno, probabilmente perché ero stato costretto a sospendere il lavoro. In questo periodo la scrittura è tornata ad assorbirmi completamente; anche per questo non ho il tempo che vorrei per curare il blog e le micro-storie…

Per più motivi, ho deciso di riportare un estratto, del tutto provvisorio e non rivisto, di quello che attualmente è il capitolo 12 del libro in stesura. Ho scelto questo pezzo perché non coinvolge i protagonisti de “L’acchiapparatti” ed è ben poco spoileroso (pur non essendo all’inizio); e anche per la scelta di alcuni dei nomi dei personaggi-bambini che compaiono qui… Tratti liberamente da “esperienze di vita”, come si potrebbe scoprire dai due post che precedono questo e dai relativi link.

Ho scelto il pezzo anche perché mi permette di focalizzare l’attenzione sul punto di vista (e sul fatto che calarsi nel p.o.v di un personaggio può dare la possibilità di recuperare informazioni, non proprio “raccontandole”). Il brano estratto è infatti scritto dal punto di vista di Nodo, un bambino di undici anni. Il punto di vista non è “strettissimo”, e forse varrebbe la pena lavorarci un altro po’. Magari inserendo altri pensieri e sensibilità personali e peculiari. Osservazioni e suggerimenti riguardanti il brano proposto sarebbero graditi e potrebbero anche dare il via a una piccola discussione sul P.o.V.

Ecco l’estratto:

Continua a leggere…

2010 29 apr

Le terre a nord-est di Olm

Author: Redazione Categories: Immagini, Stesura del seguito

In questo periodo la stesura del seguito dell’acchiapparatti procede piuttosto a rilento, per non dire che si è praticamente interrotta da due o tre settimane. Non per mancanza di ispirazione, ma di tempo e, forse, della dovuta concentrazione per lavorare appunto anche soltanto un’ora o due al giorno.

Se non altro, però, sono riuscito a trovare tempo e modo per entrare nei dettagli dei territori che circondano Olm e per realizzare (o meglio far disegnare) la mappa. Ne avevo proprio bisogno.
Dal punto di vista dell’autore, la mappa è uno strumento essenziale per coerenza e verosimiglianza. Ma non solo, può essere grande ispiratrice di idee…
Circa a metà della seconda parte del seguito dell’acchiapparatti, i personaggi e le vicende narrate lasceranno le Terre di Confine per spostarsi verso sud-ovest, nelle terre del Regno di Olm.

Ecco dunque la mappa dei territori a nord-est del Regno di Olm, ovvero a sud-ovest delle Terre di Confine rappresentate nella mappa de “L’acchiapparatti” (cliccare per ingrandire):

Costruire una mappa realistica non è così semplice e può nascondere molte insidie. Dopo aver letto il post “La mappa nei libri fantasy” sul sito (di) “Zweilawyer”, ho pensato che potesse valer la pena pubblicare questa prima versione della mappa per proporla all’attenzione di più persone e sottoporla al loro parere. In questa fase tutto è ancora modificabile, eliminabile o integrabile… Suggerimenti per aggiunte, consigli, considerazioni sui nomi, segnalazioni di eventuali discrepanze o errori, e così via, sono oltremodo graditi. Così come pareri generali.

Scopo di una descrizione è la creazione del contesto, la definizione di una situazione. Ma il fine ultimo deve rimanere la storia: la descrizione serve, ha significato e deve avere significato per la storia.

Quando si ha a che fare con le descrizioni, sia come autori che come lettori, la noia è dietro l’angolo. A mio parere, le descrizioni sono forse i pezzi più impegnativi o comunque quelli da non scrivere di getto, “tanto per dare qualche indicazione sull’ambiente”… A meno che non ci sia davvero l’ispirazione, spesso legata all’aver intravisto o scoperto la possibile funzionalità della descrizione nella storia.

Anche i luoghi possono essere elementi attivanti per l’immaginazione e la costruzione delle vicende. Avere davanti una mappa potrebbe forse aiutare…

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