Ecco finalmente un nuovo post per le micro-storie.

Dieci anni fa ero ben lontano dall’aver compreso fino in fondo il peso e l’importanza del punto di vista. Per carità, sapevo bene cosa fosse, avevo già frequentato un paio di corsi di scrittura e ne avevo avuto più che un’infarinatura durante il liceo (il mio professore di lettere del triennio era un fanatico strutturalista). Eppure non ero del tutto consapevole della sua importanza. Lo consideravo più uno strumento per analizzare i testi che un aspetto basilare per costruirli.

E difatti nella prima stesura de “L’acchiapparatti di Tilos” devo confessare di aver proceduto “a senso”. Mi sono reso conto che questo procedere a senso (un senso che viene sviluppato in maniera spontanea con la lettura) mi manteneva generalmente sulla retta via. In fase di rilettura l’orecchio riusciva spesso a segnalarmi qualche incongruenza nella gestione del p.o.v., ma non sempre.

Quando sono andato a riscrivere “L’acchiapparatti” per l’edizione B.C.Dalai, avevo acquisito consapevolezza. Uno dei 4 punti-controlli da fare in modo accurato per ciascun capitolo era per l’appunto il punto di vista. Credo di aver fatto un buon lavoro, aver risistemato diverse cosette e aver conferito rigore alla gestione del p.o.v. Al tempo, però, scelsi (fu una scelta sofferta e con più ripensamenti) di non associare, come invece per il cambio di luogo e/o di tempo, un salto di riga (ovvero la riga bianca di “cambio scena”) al cambio di punto di vista.

Ne “Il burattinaio” invece ho sempre segnalato il cambio di punto di vista con uno stacco di riga (anche se in realtà coincide sempre con un cambio di tempo e di luogo visto che certe scelte le ho fatte prima della stesura, in fase di progettazione). E ogni volta che mi accingevo a pensare per la prima volta alla struttura di un nuovo capitolo e annotavo le 4 o 5 macro-sequenze che lo avrebbero costituito scrivevo al fianco di ciascuna di esse il punto di vista. Perché la scelta del punto di vista è (o per lo meno è divenuta per me e per il mio modo di scrivere) cruciale.

Ne “Il burattinaio” la narrazione procede per scene scritte dal punto di vista dei personaggi in terza persona (sono molti i personaggi-p.o.v.), fatta eccezione per brevi intermezzi o passaggi in cui compare un narratore non onnisciente (nei quali la “telecamera” si solleva appena dalle spalle di un personaggio per inquadrare dall’esterno la scena).

Il discorso sui legami tra la scelta del p.o.v e l’approfondimento dei personaggi, il ritmo serrato e il movimento in una narrazione per scene, l’immedesimazione e l’immersione nella storia, è a dir poco vasto. Non ho intenzione di affrontarlo qui. Sono convinto però che certe mie scelte siano in sintonia con e frutto dell’epoca che viviamo. L’estrema attenzione all’immersione e all’immediatezza, la mancanza di filtri e la densità del flusso di informazioni sono aspetti che riflettono i nostri tempi. Al giorno d’oggi averli ben presenti è, a mio parere, fondamentale per chi scrive. Chi nella scrittura fa ricerca e sperimentazione, chi vuole stare al passo coi tempi, non può non rendersene conto.

Trovo efficace e proficuo l’alternarsi in scene successive del p.o.v. di diversi personaggi, vivacizza la narrazione, le dà brio. Naturalmente un alternarsi chiaro e coerente, e con le giuste segnalazioni al lettore. Rigore, rigore, rigore… Ma anche un certo grado di flessibilità e un occhio di riguardo nei confronti di leggibilità e scorrevolezza. Per cui, in alcuni casi, non condanno né disdegno profonde immersioni alternate a leggeri (leggeri!) allontanamenti dal punto di vista scelto per la scena.

L’eventuale “progressivo ingresso” nel punto di vista di un personaggio può diventare anche una buona tecnica, a mio avviso, specie all’inizio di una nuova scena. In questo post mi soffermerò su qualche possibile modo di introdurre e di sposare il punto di vista di un personaggio. O meglio sulle diverse sfumature che possono esserci tra il calarsi totalmente in tale punto di vista e lo scivolarci pian piano.

TRACCIA:

Scegliere un personaggio, nuovo o già esistente (comparso nelle micro-storie o ne “L’acchiapparatti“), e sposare il suo punto di vista per:

  • Dare il via a una nuova micro-storia.
  • Proseguire la micro-storia dal titolo provvisorio “La Muta”, che trovate qui.
  • Scrivere un intero racconto breve, centrato sul personaggio.

Scegliere uno dei due approcci: calarsi immediatamente e totalmente (in maniera stretta) nel p.o.v. o discendervi in modo graduale. Per  cercare di farlo in maniera “stretta”, aiutarsi con situazioni o personaggi particolari.

MATERIALE:

Tre esempi, tratti da “Il burattinaio”, con qualche commento che spero possa esservi di ispirazione (iniziare la lettura dallo stacco di riga e cliccare per ingrandire).

1. Questo è il primo pezzo del romanzo scritto dal punto di vista di Gamara, l’ex-cacciatore di taglie sfigurato. Il lettore lo ha incontrato qualche pagina prima (dal punto di vista di Fulciero). La scena inizia dentro al suo punto di vista senza preamboli o mediazioni.

Bozze: pagina 62

2. Primo pezzo scritto dal punto di vista di Orgo, il gigante un po’ lento di comprendonio. Il primo capoverso non è, per scelta, totalmente calato nel punto di vista. In particolare il nome proprio “Zaccaria” resta tale, nonostante la scelta successiva e coerente in tutto il romanzo di utilizzare i nomi con cui il personaggio-punto di vista chiama gli altri personaggi. Ho lasciato questa lieve incongruenza perché mi suonava la scelta migliore, non rischiava di far indugiare il lettore ed era giustificata, appunto, da una veloce discesa nel p.o.v. del gigante a inizio scena.

Bozze: pagina 120

3. Qui il primo capoverso serve per presentare la situazione ed è scritto scegliendo un narratore in terza persona non onniscente. Si entra nel punto di vista di Guia soltanto a riga 22 (la discesa non è comunque graduale).

Bozze: pagina 126

E infine qualche bislacco e più o meno confuso suggerimento:

- Scegliere un personaggio strano, con una visione strampalata delle cose/persone/situazioni/oggetti e dai modi di pensare quantomeno singolari. Oppure addirittura cieco. O sordo.

- Cercare di trovare una situazione particolare in cui collocare il personaggio in modo tale che la scelta di narrare dal suo punto di vista si ripercuota fortemente sul pezzo.

- Perché non sposare il punto di vista del mangiapeccati che risorge?

- Due personaggi, ad esempio torturatore e torturato, o prigioniero e aguzzino, sono calati un una certa situazione “instabile”. Narrare/descrivere la scena in due pezzi successivi, il primo dei quali scritto dal punto di vista dell’uno, il secondo dal punto di vista dell’altro.

2011 31 gen

Personaggi, Pensieri e P.o.V.

Author: Redazione Categories: Personaggi, Punto di vista, micro-storie

Mi sembra chiaro che, per dare spessore ai personaggi, sia fondamentale trasmettere in qualche modo al lettore ciò che essi pensano, hanno pensato o potrebbero pensare. Naturalmente riflessioni, convinzioni, decisioni, desideri e così via, emergono da ciò che i personaggi dicono (dialoghi) e da ciò che fanno e come agiscono nelle diverse situazioni (azioni). Spesso però è utile, proficuo e interessante, esplicitare che cosa passa per la loro testa.

Credo risulti altrettanto chiaro come questo discorso abbia a che fare con il tipo di narratore scelto e il punto di vista. Supponiamo allora di narrare in terza persona, ma di non aver scelto un narratore onnisciente, bensì di aver abbracciato in maniera più o meno stretta il punto di vista di un personaggio. Ci sono fondamentalmente due modi per inserire nel testo i suoi pensieri, cercando di “raccontarli” il meno possibile. Li chiamerò pensieri indiretti e diretti (un po’ come nel dialogo). Nel primo caso, si tratta di riportare in modo rapido, all’interno della narrazione, una singola frase pensata o il succo, il senso di certi pensieri. Ecco tre possibili modalità (personalmente preferisco la terza):

Sarebbe fuggito all’alba,  si disse (o pensò, rifletté, etc…) Gildo.

“Fuggirò all’alba”, si disse Gildo.

Fuggirò all’alba, si disse Gildo.

Nel caso di pensiero diretto, si tratta invece di entrare maggiormente nella mente del personaggio e di riportare il più fedelmente e realisticamente possibile il suo pensiero (magari segnalandolo in corsivo, o tra virgolette):

Alle prime luci. Me ne vado alle prime luci.

In questo secondo caso, a mio parere, è preferibile favorire la verosimiglianza, anche a discapito della chiarezza o della brillantezza. Trovo che, se il pensiero viene espresso in un’attenta immedesimazione col personaggio e viene percepito come vero, esso possa comunque risultare brillante, o quantomeno interessante.

Scegliere quale usare tra le due diverse modalità non è affatto banale. A me piace fare uso di entrambe e farmi guidare nella scelta dall’istinto (e dall’esigenza di entrare o meno in modo più profondo nella mente del personaggio). Il discorso potrebbe essere ben più lungo. Mi fermo qui, sebbene mi piacerebbe discutere dei dettagli più formali, delle problematiche che possono sorgere o di altre possibili vie per riportare i pensieri…

Visto che è da un po’ che non lo faccio, segnalo a chi fosse capitato soltanto di recente su questo blog, e fosse interessato a partecipare a questa sorta di laboratorio di scrittura a più mani, che è possibile trovare tutte le indicazioni per svolgere le tracce nella pagina dedicata alle MICRO-STORIE.

TRACCIA:

Il personaggio-punto di vista è in una situazione di pericolo, o sta svolgendo una personalissima attività (che magari lo caratterizza), oppure sta semplicemente riflettendo su come affrontare un problema pratico o un dilemma morale. Scrivere il pezzo inserendo i suoi pensieri, diretti e/o indiretti.

NOTA 1: Cercare di alternare-connettere i pensieri o il monologo interiore con ciò che il personaggio sta facendo/vedendo/sentendo. Per non rendere scontati i pensieri, cercare di dare informazioni ulteriori rispetto all’azione o addirittura generare un qualche contrasto tra pensiero e azione.

NOTA 2: Cercare di sfruttare il non-detto che potrebbe derivare dal riportare fedelmente i pensieri del personaggio (che a rigore non ha alcun bisogno di spiegare come pensa o come stanno certe cose al lettore), per catturare l’attenzione del lettore.

MATERIALE:

  • Il personaggio-punto di vista deve essere in qualche modo “conosciuto”. Ma, prima ancora, scelto. Potete “prendere in prestito” un personaggio delle micro-storie precedenti o di quella in corso, uno inventato di sana pianta, oppure uno dei personaggi secondari dell’acchiapparatti (che trovate qui).
  • La situazione di pericolo potrebbe implicare una fuga. Il personaggio potrebbe dover decidere che cosa portare con sé. Che cosa infilare nello zaino. Dove si trova il personaggio, e che cosa ha intorno?
  • La personalissima attività potrebbe essere legata a uno strano lavoro/hobby del personaggio: vegliare i moribondi, intagliare il legno, scolpire una statuetta simil-vodoo, pescare rane e rospi, cercare pepite d’oro o lumache, cacciare conigli…
  • Il dilemma morale: il personaggio ha un sospetto ma non sa se fidarsi di qualcuno, forse di un losco figuro; mentire o non mentire, spifferare tutto quanto o meno, tradire o non tradire un compagno/a per soldi; aiutare uno strano sconosciuto/a o lasciarlo marcire in una buca scavata nella terra con una gamba fratturata…
  • Nei pensieri potrebbe ricorrere un detto, un proverbio.
  • SUGGERIMENTO: Iniziare a scrivere non appena viene un’idea, utilizzare anche una sola suggestione proveniente da quanto scritto sopra e provare a sperimentare una sorta di scrittura automatica, buttando giù cosa passa per la testa. Per poi, semmai, rivedere (eventualmente insieme).

Infine un estratto dal capitolo 1 de “L’acchiapparatti” (in cui ho evidenziato i pensieri anche con uno stacco di riga), come esempio:

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2010 09 ago

Azione, 1 (e P.o.V.)

Author: Redazione Categories: Azione, Punto di vista, Stesura del seguito, micro-storie

Ecco il post che potrebbe dare il via alla prossima micro-storia.

A me piace molto scrivere le “scene d’azione”. Un po’ perché ciò mi permette di inquadrare meglio i particolari e focalizzare i dettagli di una scena che ho immaginato (ho sempre desiderato saper disegnare bene dal vero), un po’ perché sono passaggi particolari, in cui sento di poter/dover osare e sperimentare per ottenere l’effetto che voglio. A mio parere, infatti, le scene di azione richiedono un linguaggio e uno stile differenziati, particolari. Il ritmo deve accelerare, sono preferibili frasi brevi e paratassi, in alcuni casi può essere efficace procedere dando come dei flash di immagini consecutive; si deve comunque cercare di aumentare la densità di informazioni fornite, curando la chiarezza ma evitando al tempo stesso prolissità e dettagli che possano rendere lenta la lettura.

Questo post è concepito per dare inizio a un racconto breve che mi auguro possa essere concluso in 3 o al massimo 4 tappe. L’idea sarebbe quella di partire nel bel mezzo dell’azione, completamente in medias res… Cercando di definire la situazione (e recuperando le informazioni necessarie) attraverso dettagli, allusioni, pensieri… Tutti interventi brevi, ma densi di possibili significati. L’azione dovrebbe essere al centro di questo primo pezzo e possibilmente fornire lo spunto per l’intero racconto.

I link alle note e “regole” riguardanti la stesura delle micro-storie si trovano nella pagina MICRO-STORIE nella barra del menù principale.

TRACCIA:

Scegliere un personaggio “strano” (con una caratteristica peculiare, o affetto da malformazioni, o sordo, o muto…) che assiste a una scena d’azione-movimento molto particolare, o addirittura impensabile, quasi assurda. Una scena di pericolo (fisico), oppure di conflitto (interiore), o comunque di tensione. Scrivere e descrivere (possibilmente facendo vedere, sentire e udire) la scena dal punto di vista del personaggio “spettatore” cercando di imprimere al pezzo un crescendo di tensione che porterà il personaggio a intervenire, a buttarsi nell’azione… e a cacciarsi nei guai?

MATERIALE:

Ecco alcuni possibili suggerimenti o elementi attivanti (potete servirvene o meno):

  • Scrivere 3 o 4 righe che descrivano il personaggio che assiste all’evento e che diano un’idea della sua storia. Informazioni proficue, che in qualche modo possano far nascere idee, come il motivo della particolare sua “sensibilità” alla scena. Ad esempio Quiburno, un mendicante che vive di elemosina, proclamandosi un “mangia-peccati”… Che significa mangia-peccati? Ed è riconosciuto come tale dalla comunità o è soltanto una sua convinzione? E quando…

  • Fare uno schizzo più o meno dettagliato del luogo dell’azione (visione prospettica o dall’alto), cercando di pensare a elementi che potrebbero essere utili e di stabilire approssimativamente dimensioni e distanze. La locazione potrebbe essere all’esterno: un mercato, tra vicoli sudici, in una rete di fogne, sotto un palco… Oppure all’interno: una taverna scavata nelle viscere della terra, un tempio, una stalla, un rudere ritenuto “infestato”…

  • Stabilire infine in che momento del giorno avviene l’azione e riflettere sulle possibili conseguenze di questa scelta. In pieno giorno? Nel cuore della notte? Al tramonto? Nelle nebbie che precedono l’alba?

Infine, un esempio concreto tratto dal provvisorio capitolo 14 del seguito dell’acchiapparatti:

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Ultimamente in molti mi hanno chiesto se stessi scrivendo e in particolare se stessi lavorando al seguito de “L’acchiapparatti”.

A dire il vero, mi era capitato di parlare, su questo blog e qua e là in rete, della stesura del seguito dell’acchiapparatti. Per un po’ di tempo però non ne ne ho fatto alcun cenno, probabilmente perché ero stato costretto a sospendere il lavoro. In questo periodo la scrittura è tornata ad assorbirmi completamente; anche per questo non ho il tempo che vorrei per curare il blog e le micro-storie…

Per più motivi, ho deciso di riportare un estratto, del tutto provvisorio e non rivisto, di quello che attualmente è il capitolo 12 del libro in stesura. Ho scelto questo pezzo perché non coinvolge i protagonisti de “L’acchiapparatti” ed è ben poco spoileroso (pur non essendo all’inizio); e anche per la scelta di alcuni dei nomi dei personaggi-bambini che compaiono qui… Tratti liberamente da “esperienze di vita”, come si potrebbe scoprire dai due post che precedono questo e dai relativi link.

Ho scelto il pezzo anche perché mi permette di focalizzare l’attenzione sul punto di vista (e sul fatto che calarsi nel p.o.v di un personaggio può dare la possibilità di recuperare informazioni, non proprio “raccontandole”). Il brano estratto è infatti scritto dal punto di vista di Nodo, un bambino di undici anni. Il punto di vista non è “strettissimo”, e forse varrebbe la pena lavorarci un altro po’. Magari inserendo altri pensieri e sensibilità personali e peculiari. Osservazioni e suggerimenti riguardanti il brano proposto sarebbero graditi e potrebbero anche dare il via a una piccola discussione sul P.o.V.

Ecco l’estratto:

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2010 10 mag

Revisione, Micro-storie, 1

Author: Redazione Categories: Editing, Punto di vista, Tramificio, micro-storie

In questo particolarissimo caso, la revisione è faccenda più ardua del solito. Mettere insieme le micro-storie, scritte da più persone in una successione temporale alle volte sovrapposta e piuttosto confusa, in un unico racconto non è affatto banale… Credo però che questa operazione possa dare i suoi frutti.

Io ho fatto il primo necessario passo: scegliere un ordine e creare la base per il racconto. Ho scelto il criterio più semplice e naturale: seguire (sostanzialmente) l’ordine cronologico. Questo procedere per scene, vincolati dal rispettare l’effettiva successione temporale (con la possibilità-opportunità di recuperare “a posteriori” le informazioni di quel che è accaduto prima e non si è “visto”) è, a mio parere, un buon esercizio per la scrittura di un romanzo. Un tale artificio allontana dalla tentazione di raccontare e avvicina invece allo show, don’t tell. E l’alternanza di scene, un po’ troppo frenetica in questo racconto, può in certi casi dare ritmo alla trama e rendere più avvincente la lettura.

Laddove ho modificato la cronologia per ottenere un certo succedersi dei pezzi, sono stato guidato dalla ricerca di senso. All’inizio, ad esempio, che il brano di Odo, soprannominato “L’avvoltoio” e desideroso di liberarsi di un tale soprannome, segua quello della chimera serve per rafforzare il significato allegorico della micro-storia del soldato di ventura, collegandola intimamente alla vicenda principale.

Anche per ciò che concerne il p.o.v., lo stacco di riga coincide con, e ne segnala, il cambiamento. Si ottiene perciò un racconto con continui cambi di punto di vista. D’altronde non vedo altre soluzioni di semplice realizzazione. Aggiungo che non sono intervenuto minimamente, per ora, su questo aspetto. Non cercherei comunque l’uso di un punto di vista “stretto”, più che altro per mancanza di tempo… Non sono affatto certo che l’effetto mi dispiacerebbe.

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