2011 31 dic

Al confine…

Author: Redazione Categories: Aneddoti, Comunicazioni

Siamo alla fine dell’anno. Ad un confine, uno spartiacque immaginario che porta molti, me compreso, a fare bilanci sull’anno passato e a stendere buoni propositi per l’anno in arrivo. Al momento mi sento, come di rado mi è capitato, proprio coi piedi su un confine, un po’ bloccato e ancora indeciso sulla direzione da prendere, almeno per ciò che riguarda la scrittura. Tra l’altro questa idea del confine, in diverse forme, pare essere un motivo ricorrente negli ultimi mesi della mia vita.

- Per l’appunto a proposito di confini, intorno alla metà di questo mese ho consegnato a chi si occupa dell’iniziativa “Storie di Confine” le mie valutazioni degli 11 racconti finalisti. Che dire, 2 mi sono piaciuti molto, 3 o 4 poco. Quando il progetto venne messo in piedi, mi fu chiesto di fare da giudice e anche di scrivere, se avessi voluto, un racconto che entrasse nell’antologia. Il tema mi intrigava e così, una volta che ebbi trovato un’idea, acconsentii. Ecco qui l’incipit:

Racconto per “Storie di Confine” – incipit

- Come ho accennato nel post precedente, questo è per me un periodo di transizione piuttosto travagliato. Ho pensato molto ultimamente e ho elaborato diversi progetti, ma ancora nessuno mi ha convinto del tutto. Sono al confine, tra luoghi già esplorati e nuovi paesaggi.
Dopo aver concluso l’editing e la correzione di bozze de “Il burattinaio”, ho dedicato parte di agosto e settembre all’ultima revisione del libro di racconti di fantascienza a cui lavoro da anni, dal titolo “Marchi indelebili”. A ottobre sono stato impegnato e preso dalla pubblicazione de “Il burattinaio” e solo a novembre ho iniziato a pensare a ciò che avrei potuto e voluto scrivere nei mesi seguenti. Ho cercato di guardare in tutte le direzioni, di ascoltarmi per cercare di capire dove volessi dirigermi. In ottobre e novembre ho pensato parecchio alla possibilità di scrivere una serie per ragazzi. Ho elaborato un paio di progetti (dai titoli provvisori “L’era dei mostri viventi” e “Alle porte della fine del mondo”), che al momento sono rimasti tali, salvati in un due files di 5-6 paginette. Li ho lasciati sul desktop per quando sentirò la voglia di intraprendere quella strada. Voglia che, dopo essermi interrogato, al momento manca.
In novembre e dicembre mi sono invece buttato su un altro progetto. Un breve romanzo mainstream, ambientato nella Toscana del 1996, protagonisti 7 ragazzi. La storia di un week-end delirante e folle, raccontata attraverso i punti di vista dei diversi personaggi. Titolo provvisorio: “Magia, magia, portami via”. Dopo aver scritto una cinquantina di pagine, mi sono però reso conto di non aver ancora individuato il “sapore” del romanzo e di avere diversi dubbi circa i possibili sviluppi. Ho poi saputo alcune cose che mi hanno ulteriormente frenato cosicché ho deciso di far decantare quanto ho scritto per qualche tempo prima di tornarci.
A cavallo col Natale ho scelto quindi di dedicare questo periodo di vacanze a riflettere, immaginare, ragionare ancora un po’. E negli ultimi 3 o 4 giorni mi è venuta una nuova idea. Ancor più folle delle altre, probabilmente. Al momento sono ancora nella fase del prendere appunti e del riempire i miei quadernetti di note, idee, situazioni, motivazioni, descrizioni… Ma non vedo l’ora di iniziare la stesura e vedere se la cosa funziona. Spero di riuscire a cominciare a scrivere agli inizi di gennaio.

- Sempre i primi di gennaio conto di rimettere finalmente on-line il mio sito personale. Sarà piuttosto scarno, almeno all’inizio, costituito per lo più da qualche pagina statica. Tra l’altro non so ancora se avrò il tempo per dar vita a un vero e proprio secondo blog, dove magari parlare dei nuovi progetti o intraprendere nuove iniziative. Questo il link:

http://www.francescobarbi.it/

Se avete suggerimenti…

E, infine, buon anno!

Ecco finalmente un nuovo post per le micro-storie.

Dieci anni fa ero ben lontano dall’aver compreso fino in fondo il peso e l’importanza del punto di vista. Per carità, sapevo bene cosa fosse, avevo già frequentato un paio di corsi di scrittura e ne avevo avuto più che un’infarinatura durante il liceo (il mio professore di lettere del triennio era un fanatico strutturalista). Eppure non ero del tutto consapevole della sua importanza. Lo consideravo più uno strumento per analizzare i testi che un aspetto basilare per costruirli.

E difatti nella prima stesura de “L’acchiapparatti di Tilos” devo confessare di aver proceduto “a senso”. Mi sono reso conto che questo procedere a senso (un senso che viene sviluppato in maniera spontanea con la lettura) mi manteneva generalmente sulla retta via. In fase di rilettura l’orecchio riusciva spesso a segnalarmi qualche incongruenza nella gestione del p.o.v., ma non sempre.

Quando sono andato a riscrivere “L’acchiapparatti” per l’edizione B.C.Dalai, avevo acquisito consapevolezza. Uno dei 4 punti-controlli da fare in modo accurato per ciascun capitolo era per l’appunto il punto di vista. Credo di aver fatto un buon lavoro, aver risistemato diverse cosette e aver conferito rigore alla gestione del p.o.v. Al tempo, però, scelsi (fu una scelta sofferta e con più ripensamenti) di non associare, come invece per il cambio di luogo e/o di tempo, un salto di riga (ovvero la riga bianca di “cambio scena”) al cambio di punto di vista.

Ne “Il burattinaio” invece ho sempre segnalato il cambio di punto di vista con uno stacco di riga (anche se in realtà coincide sempre con un cambio di tempo e di luogo visto che certe scelte le ho fatte prima della stesura, in fase di progettazione). E ogni volta che mi accingevo a pensare per la prima volta alla struttura di un nuovo capitolo e annotavo le 4 o 5 macro-sequenze che lo avrebbero costituito scrivevo al fianco di ciascuna di esse il punto di vista. Perché la scelta del punto di vista è (o per lo meno è divenuta per me e per il mio modo di scrivere) cruciale.

Ne “Il burattinaio” la narrazione procede per scene scritte dal punto di vista dei personaggi in terza persona (sono molti i personaggi-p.o.v.), fatta eccezione per brevi intermezzi o passaggi in cui compare un narratore non onnisciente (nei quali la “telecamera” si solleva appena dalle spalle di un personaggio per inquadrare dall’esterno la scena).

Il discorso sui legami tra la scelta del p.o.v e l’approfondimento dei personaggi, il ritmo serrato e il movimento in una narrazione per scene, l’immedesimazione e l’immersione nella storia, è a dir poco vasto. Non ho intenzione di affrontarlo qui. Sono convinto però che certe mie scelte siano in sintonia con e frutto dell’epoca che viviamo. L’estrema attenzione all’immersione e all’immediatezza, la mancanza di filtri e la densità del flusso di informazioni sono aspetti che riflettono i nostri tempi. Al giorno d’oggi averli ben presenti è, a mio parere, fondamentale per chi scrive. Chi nella scrittura fa ricerca e sperimentazione, chi vuole stare al passo coi tempi, non può non rendersene conto.

Trovo efficace e proficuo l’alternarsi in scene successive del p.o.v. di diversi personaggi, vivacizza la narrazione, le dà brio. Naturalmente un alternarsi chiaro e coerente, e con le giuste segnalazioni al lettore. Rigore, rigore, rigore… Ma anche un certo grado di flessibilità e un occhio di riguardo nei confronti di leggibilità e scorrevolezza. Per cui, in alcuni casi, non condanno né disdegno profonde immersioni alternate a leggeri (leggeri!) allontanamenti dal punto di vista scelto per la scena.

L’eventuale “progressivo ingresso” nel punto di vista di un personaggio può diventare anche una buona tecnica, a mio avviso, specie all’inizio di una nuova scena. In questo post mi soffermerò su qualche possibile modo di introdurre e di sposare il punto di vista di un personaggio. O meglio sulle diverse sfumature che possono esserci tra il calarsi totalmente in tale punto di vista e lo scivolarci pian piano.

TRACCIA:

Scegliere un personaggio, nuovo o già esistente (comparso nelle micro-storie o ne “L’acchiapparatti“), e sposare il suo punto di vista per:

  • Dare il via a una nuova micro-storia.
  • Proseguire la micro-storia dal titolo provvisorio “La Muta”, che trovate qui.
  • Scrivere un intero racconto breve, centrato sul personaggio.

Scegliere uno dei due approcci: calarsi immediatamente e totalmente (in maniera stretta) nel p.o.v. o discendervi in modo graduale. Per  cercare di farlo in maniera “stretta”, aiutarsi con situazioni o personaggi particolari.

MATERIALE:

Tre esempi, tratti da “Il burattinaio”, con qualche commento che spero possa esservi di ispirazione (iniziare la lettura dallo stacco di riga e cliccare per ingrandire).

1. Questo è il primo pezzo del romanzo scritto dal punto di vista di Gamara, l’ex-cacciatore di taglie sfigurato. Il lettore lo ha incontrato qualche pagina prima (dal punto di vista di Fulciero). La scena inizia dentro al suo punto di vista senza preamboli o mediazioni.

Bozze: pagina 62

2. Primo pezzo scritto dal punto di vista di Orgo, il gigante un po’ lento di comprendonio. Il primo capoverso non è, per scelta, totalmente calato nel punto di vista. In particolare il nome proprio “Zaccaria” resta tale, nonostante la scelta successiva e coerente in tutto il romanzo di utilizzare i nomi con cui il personaggio-punto di vista chiama gli altri personaggi. Ho lasciato questa lieve incongruenza perché mi suonava la scelta migliore, non rischiava di far indugiare il lettore ed era giustificata, appunto, da una veloce discesa nel p.o.v. del gigante a inizio scena.

Bozze: pagina 120

3. Qui il primo capoverso serve per presentare la situazione ed è scritto scegliendo un narratore in terza persona non onniscente. Si entra nel punto di vista di Guia soltanto a riga 22 (la discesa non è comunque graduale).

Bozze: pagina 126

E infine qualche bislacco e più o meno confuso suggerimento:

- Scegliere un personaggio strano, con una visione strampalata delle cose/persone/situazioni/oggetti e dai modi di pensare quantomeno singolari. Oppure addirittura cieco. O sordo.

- Cercare di trovare una situazione particolare in cui collocare il personaggio in modo tale che la scelta di narrare dal suo punto di vista si ripercuota fortemente sul pezzo.

- Perché non sposare il punto di vista del mangiapeccati che risorge?

- Due personaggi, ad esempio torturatore e torturato, o prigioniero e aguzzino, sono calati un una certa situazione “instabile”. Narrare/descrivere la scena in due pezzi successivi, il primo dei quali scritto dal punto di vista dell’uno, il secondo dal punto di vista dell’altro.

“Il burattinaio” è stato dato alle stampe. Non ci posso più lavorare, è concluso, finito.
Il libro è composto da: lettera di Melzo, prologo, 30 capitoli distribuiti in 4 parti, epilogo e chiusura. Per un totale di 544 pagine (il romanzo termina a pagina 527).
Sarà in libreria il 27 settembre e il prezzo dovrebbe essere, salvo imprevisti, 18 euro o 18 euro e 50.

Sebbene non abbia più “toccato” il testo negli ultimi 25 giorni, l’idea che il romanzo non fosse ancora stato stampato mi impediva di separarmi del tutto da lui. Continuavo a pensare a possibili modifiche, piccole correzioni e microscopici interventi. E non avevo pace. Be’, adesso, volente o nolente, non posso più metterci le mani… Sarà bene che mi abitui all’idea di separarmene.

E adesso che è finita posso parlare un po’ (non troppo, cercherò di essere sintetico) dell’ossessione del rileggere, correggere, riflettere, rivedere, ritoccare il testo, che mi ha accompagnato anche stavolta. Insomma, forse anche per pensarci un’ultima volta, digerire la conclusione e riuscire a separarmi davvero dal libro, in questo articolo voglio parlare dell’editing e della revisione del testo.

Come già accennato in un post precedente, io rivedo fin da subito il testo, in corso di stesura. Ogni due o tre giorni, rileggo e sistemo “a freddo” quanto ho scritto e passo una serata a leggere ad alta voce con mia moglie. Lei è senza dubbio la mia prima, più fidata e accanita editor. La sera stessa o il giorno dopo (se c’è necessità di interventi più corposi) ancora una volta rivedo, ripenso, rifletto e correggo.
Ho proceduto così durante tutta la fase di stesura del romanzo. A dire il vero, ogni volta che ho terminato una delle 4 parti, ho di nuovo riletto e rivisto quella appena conclusa, sfoltendola qua e là, sistemando alcuni dettagli dell’ambientazione e mettendo a posto qualche tassello nell’architettura della trama…

Una volta terminata la stesura, ho iniziato a far leggere il romanzo a qualcuno che non fossimo io o mia moglie per avere un primo feed-back ed eventualmente dei consigli di macro-editing. In questa fase il libro è stato per la prima volta letto in casa editrice e dagli amici Eugenio e Roberto, Andrea D’angelo e Luca Tarenzi. Li ringrazio per i consigli e soprattutto per l’iniezione di fiducia che mi hanno dato in quel momento cruciale del primo “test”.

A questo punto, mi sono calato nella revisione globale. Ho eliminato parecchi aggettivi, avverbi e passaggi superflui, termini e frasi “letterarie”, ho sistemato molti dettagli, ma non ho quasi toccato la trama (di cui sapevo ben poco quando ho iniziato la stesura ma che ho elaborato via via cercando di stare in contatto con il mio “sentire”) e non credo di essere sceso a compromessi. Ho cercato di rimanere onesto, di “raccontare” la mia verità interna, di “arrivare” fino in fondo.
Per ciascun capitolo, dopo averlo letto, aver lavorato riga per riga e aver trascritto le note che mi ero lasciato in fase di stesura, ho applicato la scaletta nella seconda e nella terza delle 4 pagine mostrate qui sotto. Come esempio, l’ultima pagina contiene parte delle note sul prologo (le note e i simboli a lapis sono di solito risultato del passo successivo, cliccare per ingrandire).

Quadernetto: impostazione revisione 1

Quadernetto: impostazione revisione 2 e note prologo

Al termine di ciascuna parte mi sono poi annotato le osservazioni e le questioni rimaste in sospeso. Ecco ad esempio alcune delle note sulla prima parte che ho trascritto sul quadernetto in questa fase:

Quadernetto: note sulla prima parte

Dopo la revisione (ho impiegato 55-60 giorni), ho inviato a parecchi beta-readers: amici più o meno competenti nel campo, che approfitto per ringraziare, come Alessandro, Carlo, Francesco, Franco, Jacopo, Luca, Milli, Simona, nonché i miei genitori e i miei suoceri. Ringrazio poi, in particolare, Alessandro “Okamis” Cannella e Andrea Cattaneo, amici della rete che mi hanno dato molti suggerimenti e fatto alcune segnalazioni, commentando il testo capitolo per capitolo.

Che cosa ho fatto più o meno in contemporanea con l’arrivo dei feed-backs e delle osservazioni dei beta-readers e dell’editor della Dalai, anche facendo tesoro di alcuni dei loro consigli/suggerimenti? Un’ennesima revisione. Alla fine ho riempito due quadernetti di appunti. Come potete notare dall’immagine riportata qui sotto, se non altro, le note per capitolo sono diminuite:

Quadernetto: note capitoli ultima revisione

Una volta completata l’ultima revisione, basata anche sulle note dell’editor della casa editrice, il testo è passato al correttore di bozze. E poi? Poi è tornato a me, che ho riletto il tutto e ho fatto le ultime sofferte modifiche e scelte: virgole, sinonimi e altri cambiamenti non sostanziali. Come quello evidenziato qui sotto, che mi è costato un paio di ripensamenti. La frase a effetto, che funziona, o la purezza dello stile e la massima coerenza con il punto di vista?

Bozze: pagina 354

Infine ho ricontrollato tutto il lavoro del correttore di bozze…

E adesso mi devo proprio rassegnare a separarmi dal libro e a consegnarlo ai lettori.

“Il burattinaio” è ora in mano al correttore di bozze. Qualche altro giorno, poi il testo non si potrà più toccare. E finalmente avrò davvero finito.

Da qualche tempo a questa parte, mia figlia (quasi 4 anni) non fa altro che brindare a “Il burattinaio”. Si è resa perfettamente conto di quanto abbia condizionato la mia vita. Gli ultimi mesi sono passati con lei che continuava a chiedermi: “L’hai finito il burattinaio?” E io: “No, non ancora. Ancora un pochino…”
Be’, adesso è quasi finita e tra poco potrò dirle: “Sì. Ho finito.”

Ho dedicato due anni di vita a questo romanzo, ma sono molto soddisfatto. Sono convinto che non avrei potuto fare meglio, il libro è proprio come avevo immaginato e voluto che fosse.
Salvo imprevisti, sarà in libreria il 27 settembre. Spero tanto che lo apprezzerete.

A breve, penso che dedicherò un articolo più approfondito sulle ultime fasi di lavorazione del libro, l’editing e la copertina.

Ho terminato la stesura de “Il Burattinaio”. Come “L’acchiapparatti”, sarà costituito da prologo, 4 parti per un totale di 30 capitoli, ed epilogo. Il prologo sarà preceduto da una breve lettera scritta da Melzo prima di recarsi alla torre a nord di Tilos, l’epilogo sarà seguito da un piccolo episodio collocato qualche anno dopo la fine delle vicende narrate. Ritornerò su questi inserti un po’ particolari tra qualche tempo. L’idea è quella di rendere “Il Burattinaio” un libro autoconsistente.

Considero di aver già fatto anche una prima revisione visto che procedo di pari passo con l’editing: penso al capitolo/scena da scrivere, faccio ricerca, progetto in dettaglio, scrivo e edito. E vado avanti così. Scrivo “per situazioni”, lasciandomi aperto a qualsiasi tipo di eventualità circa ciò che devo ancora scrivere, e dunque per me risulta cruciale definire bene che cosa è successo prima, ovvero quale sia la situazione di partenza. Alla fine di ciascuna parte, infine, mi fermo, rileggo ed edito di nuovo. Adesso che ho terminato la stesura del libro devo fare un’ulteriore revisione per poi sottoporlo all’editor della casa editrice.

In questo momento sto ascoltando i Pink Floyd, che mi hanno accompagnato nella stesura della parte finale del libro. Per l’occasione, penso di potermi lasciar andare a qualcosa che esula un po’ dalla scrittura, anche se non troppo, e che ha a che fare con la musica.

Parto da un aneddoto. Avevo 16 anni. Ero in un campeggio al mare, d’estate. Avevo da poco acquistato il mio primo walk-men, durante una vacanza a Londra. Iniziai a leggere “La metà oscura” di S. King con la cassetta di “Who made who”, AC/DC, nelle orecchie. Ho un ricordo meraviglioso di quel libro e della sua lettura. Lo lessi in 2 o 3 giorni, senza mai togliermi le cuffie. Non andavo in spiaggia per starmene sdraiato a leggere. Impossibile dimenticare quell’esperienza.

Qualche anno fa mi è capitato di leggere “On Writing”. Nel saggio, King dichiara di aver scritto “La metà oscura” ascoltando quello stesso album degli AC/DC che io, per caso, avevo nelle orecchie quando lessi il suo libro. Inutile dire la mia sorpresa quando l’ho scoperto. Avevo sempre collegato quella musica a quel libro, avevo sempre sentito e pensato che ci fosse stata una speciale alchimia tra musica e lettura.

Non ho un’idea precisa di quali siano le difficoltà (copyright e questioni di hardware e realizzazione materiale, ad esempio) connesse all’inserimento sui devices per gli e-books della possibilità di ascoltare brani musicali in parallelo con la lettura, ma non stento a credere che presto si potrà usufruire di tale tecnologia. In fondo perché i libri non dovrebbero essere dotati di una colonna sonora?

Be’, se fosse per me, nella colonna sonora de “Il Burattinaio” ci sarebbe tanta musica classica, in particolare Beethoven, Vivaldi e Mozart, molti brani degli AC/DC e dei Pink Floyd. E poi Cold Play, The Doors, The Police, Goldfrapp, Choen, fino ad arrivare a Morricone e Capossela… Sarebbe bello poter suggerire la musica, capitolo per capitolo, o quantomeno poter segnalare i brani che l’autore ascoltava quando ha scritto i diversi pezzi. Che ne pensate?

2011 22 feb

Sul titolo del seguito

Author: Redazione Categories: Aneddoti, Stesura del seguito

Il titolo dovrebbe essere l’anima del libro, racchiuderne in qualche modo l’essenza e, allo stesso tempo, essere fàtico, catturare l’attenzione.

Come già accennato, quando iniziai la stesura del seguito de “L’acchiapparatti” nel novembre 2009, l’idea era quella di riuscire a pubblicare il romanzo prima dell’estate 2011. D’altra parte, all’epoca, avevo progettato 3 parti e per questo mi ero prefissato di completare la stesura a fine 2010. Le parti sono invece diventate 4 e i capitoli 30, come ne “L’acchiapparatti”. Anche il numero di pagine sarà più o meno le stesso. Un caso?

Ad ogni modo, inizialmente non avevo idee precise sul titolo: “Gamara”, “Il ratto di Olm”, “Il negromante” sono soltanto alcuni dei titoli a cui avevo pensato. D’altronde, sebbene non possa proprio dire che le mie storie sfuggano al mio controllo visto che mi metto nelle condizioni per cui possano farlo, io tento di scrivere e mi trovo a scrivere lasciando che le storie prendano le proprie strade. Insomma, scrivo cercando di lasciare maggior libertà possibile ai personaggi, alla costruzione e allo sviluppo delle trame. Scrivo senza essere certo di chi sia, o chi sarà, il protagonista (anche ne “L’acchiapparatti” ho scoperto chi fosse per me il protagonista soltanto quando sono giunto all’ultima parte del libro). Credo che sia questo, almeno per quanto mi riguarda, il modo più onesto e vero per raccontare una storia. Non trovo strano, dunque, che al tempo non avessi deciso il titolo.

Dopo aver completato la prima delle 4 parti, però, credetti di averlo trovato:

“Gùlghezac”

Tale è rimasto fino alla settimana scorsa quando, su richiesta della casa editrice, ho dovuto iniziare a pensare alla scheda per i librai (il romanzo dovrebbe uscire a ottobre, mese più, mese meno): strillo, breve riassunto della trama, biografia, un estratto. Ma prima ancora dovevo assegnare il titolo al romanzo. Non credevo che avrei avuto dubbi. E invece, nel ripensare al romanzo nel suo insieme, nel digerire gli ultimi sviluppi, mi sono trovato ad essere folgorato da un nuovo titolo:

“Il burattinaio”

Che ve ne pare? Pareri, commenti e impressioni sono molto graditi.

Ultimamente in molti mi hanno chiesto se stessi scrivendo e in particolare se stessi lavorando al seguito de “L’acchiapparatti”.

A dire il vero, mi era capitato di parlare, su questo blog e qua e là in rete, della stesura del seguito dell’acchiapparatti. Per un po’ di tempo però non ne ne ho fatto alcun cenno, probabilmente perché ero stato costretto a sospendere il lavoro. In questo periodo la scrittura è tornata ad assorbirmi completamente; anche per questo non ho il tempo che vorrei per curare il blog e le micro-storie…

Per più motivi, ho deciso di riportare un estratto, del tutto provvisorio e non rivisto, di quello che attualmente è il capitolo 12 del libro in stesura. Ho scelto questo pezzo perché non coinvolge i protagonisti de “L’acchiapparatti” ed è ben poco spoileroso (pur non essendo all’inizio); e anche per la scelta di alcuni dei nomi dei personaggi-bambini che compaiono qui… Tratti liberamente da “esperienze di vita”, come si potrebbe scoprire dai due post che precedono questo e dai relativi link.

Ho scelto il pezzo anche perché mi permette di focalizzare l’attenzione sul punto di vista (e sul fatto che calarsi nel p.o.v di un personaggio può dare la possibilità di recuperare informazioni, non proprio “raccontandole”). Il brano estratto è infatti scritto dal punto di vista di Nodo, un bambino di undici anni. Il punto di vista non è “strettissimo”, e forse varrebbe la pena lavorarci un altro po’. Magari inserendo altri pensieri e sensibilità personali e peculiari. Osservazioni e suggerimenti riguardanti il brano proposto sarebbero graditi e potrebbero anche dare il via a una piccola discussione sul P.o.V.

Ecco l’estratto:

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Poco più di un mese fa pensai che potesse essere una buona idea dedicare un post alle differenze tra le due edizioni del libro. Soltanto adesso mi rendo conto che lo scopo di questo articolo potrebbe risultare un po’ oscuro. Prima di tutto a me stesso.

Per chi lo scrivo? Di certo non per coloro che non hanno letto “L’acchiapparatti di Tilos”. Chi leggerà “L’acchiapparatti” non ha nessun bisogno di sapere come fosse l’edizione precedente. Anzi, scorrere questo post potrebbe forse rovinargli delle sorprese. D’altra parte, questo discorso vale anche per quelli che conoscono la prima edizione. Be’, in questo caso però sapere quanto il libro sia cambiato potrebbe forse indurli a prendere fra le mani anche “L’acchiapparatti”.

In ogni caso, la motivazione di questo articolo resterebbe piuttosto debole. Ho deciso allora di approfittarne per dare un ulteriore senso al post cominciando con dei ringraziamenti. Quei ringraziamenti che non ho potuto fare di persona a tutti coloro che, attraverso i contatti permessi dalla rete, hanno in qualche modo contribuito a migliorare il libro.

Ringrazio dunque tutti i commentatori di aNobii e ibs per i loro preziosi feedback e il loro sostegno (mi dispiace non fare i nomi, ma sono troppi per essere riportati qui).

Sono riconoscente nei confronti di Bruno Bacelli, “Firey”, “Vania” Summa, “Perflinka”, Carla Casazza, Andrea d’Angelo e “Tanabrus” per le accurate e corroboranti recensioni.

[EDIT del 16/03: Mi ero dimenticato di nominare e ringraziare Diego Ferrara, che ha contribuito alla revisione del prologo e del capitolo 6... Chissà chi altri mi sono dimenticato... Nel caso, perdonatemi.]

Un grazie particolare ad Alessandro Cannella, alias “Okamis”, per gli articoli dedicati all’acchiapparatti sul suo blog, le sue osservazioni e la segnalazione di due incongruenze presenti nell’edizione precedente.

La mia sentita gratitudine va poi a Chiara-Gamberetta che, dopo aver scritto una recensione dettagliata e piuttosto dura su “L’acchiapparatti di Tilos”, ha successivamente mostrato grande disponibilità al dialogo e al confronto. I suoi messaggi, e alcune delle sue critiche, mi hanno messo profondamente in discussione e costretto ad accelerare il processo di maturazione della mia scrittura. Chiara ha inoltre letto con attenzione la nuova versione dell’acchiapparatti, prima che fosse sottoposta all’editing della Baldini Castoldi Dalai, e mi ha fornito ulteriori consigli e suggerimenti.

E adesso veniamo ai miei interventi sul testo, ai cambiamenti, alle differenze tra le due edizioni.

Partiamo dal titolo. Ho deciso di cambiarlo dopo un lungo periodo di dubbi e addirittura un sondaggio su aNobii. Credo proprio di aver fatto bene. Lo trovo del tutto in linea con il cambiamento del testo. Mi è sembrato giusto sancire con un titolo diverso il fatto che, a mio parere, “L’acchiapparatti di Tilos” e “L’acchiapparatti” sono due libri diversi. Ho infatti lavorato sul testo per mesi. Questi in sintesi i cambiamenti apportati.

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2010 04 mar

Dialoghi, 1

Author: Redazione Categories: Aneddoti, Dialoghi, micro-storie

Uno degli scopi del dialogo è senza dubbio la caratterizzazione dei personaggi. D’altra parte il dialogo può essere uno strumento molto efficace per portare avanti la storia.

Per quel che riguarda la forza dei dialoghi, innanzitutto focalizzerei l’attenzione sulla necessità di una qualche tensione emotiva o intellettuale, un conflitto (più o meno esplicito) tra i dialoganti.

Nello scrivere un dialogo sarebbe poi auspicabile trovare un giusto equilibrio tra brillantezza e verosimiglianza. A mio parere, brillantezza e verosimiglianza non sono elementi così antitetici se si parla del dialogo, e non di ciò che viene detto. La verosimiglianza, intesa come vincolo che porta l’autore a sforzarsi nella ricerca di soluzioni originali e non immediate, può generare e indurre brillantezza nel dialogo anche se non brillantezza nelle singole battute. Credo che sia la ricerca del brio intellettuale nel massimo rispetto della verosimiglianza il principio da cui scelgo di farmi guidare.

Mi spiego con un personale ricordo risalente a qualche anno fa. Ho tentato di ricostruirlo con onestà e dunque mi sono posto in una condizione di estrema verosimiglianza. Le battute non mi sembrano brillanti, ma il dialogo sì.

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2010 12 feb

Sul risvolto di copertina

Author: Redazione Categories: Aneddoti

Qualche tempo fa giunse il momento di pensare al risvolto di copertina. Ne avevamo già uno, costruito sulla base di quello dell’edizione precedente dell’acchiapparatti. Con l’intenzione di collaborare al lavoro delle editor, mi misi a riflettere sulla faccenda. Un pomeriggio mi venne un’idea bislacca. La sera, confesso di essere stato un po’ su di giri, scrissi la seguente e-mail a una delle due editor:

“… Mi è capitato di ragionare sugli sguardi di copertina e di essere stato colto da un’idea improvvisa. Sono convinto di aver trovato un’ottima soluzione. Esclusivamente un brano estratto dal testo. Un brano che, in una scena con una certa carica erotica, cala il lettore nel pieno di un dialogo fra i due protagonisti secondari, il cui oggetto sono i protagonisti principali del libro e il nocciolo fondamentale della vicenda. I protagonisti principali sono descritti con le loro insolite caratteristiche e mestieri dai punti di vista dei due dialoganti.  Il dialogo fra questi ultimi è scoppiettante e intrigante. C’è molto non detto che crea tensione e sorpresa. Un brano che non c’è nella prima edizione dell’acchiapparatti… Un brano che si conclude con un invito. Un metaforico invito al lettore ad entrare nel libro. Nel libro che parla da solo. Che non ha nel risvolto di copertina nessun bisogno di commento, ma ha il pezzo che inizia al rigo 30 di pag. 394 e termina al rigo 18 di pagina 396. Sarebbe ottimale riportare il brano integralmente per cui occuperebbe almeno uno sguardo di copertina e mezzo. Perdonami, ma la sera sono sempre un po’ sopra le righe. Fammi sapere cosa ne pensi…”

Le due editor, giustamente, hanno bocciato la mia proposta. Inutile dire quali fossero i pregi, li ho fin troppo esplicitati nella e-mail. Ma non avevo pensato ai difetti. Intanto non è detto che un risvolto atipico sia necessariamente un bene: in fondo un lettore si aspetta un cenno alla trama, una qualche descrizione delle caratteristiche del romanzo. L’estratto si trova poi nell’ultima parte del libro e dunque, per usare il gergo della rete, è altamente spoileroso. Quindi ve lo propongo preceduto dall’avviso che si tratta di uno SPOILER bello e buono.

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