Ecco il link alla recensione di Gianrico Gambino, pubblicata sul suo blog “Bloggo Ergo Sum!”. Si tratta di una recensione dalla struttura inconsueta che ho trovato davvero curata, particolareggiata, ben pensata e ben scritta. Tra le righe spunti originali e punti di vista particolari che mi hanno colpito e piacevolmente sorpreso. Insomma una recensione un po’ diversa dalle precedenti, la cui lettura mi ha senz’altro regalato dei momenti piacevoli e divertenti. Grazie Gianrico.
Eccola anche qui sotto:
L’acquisto
Iniziamo per una volta a parlare della confezione. Mediamente i libri vengono accatastati malamente privi di qualsivoglia protezione e rispetto. Così finisce che spendi venti euro per un tomo rovinato già all’acquisto. Qui invece il libro è fasciato in una pellicola trasparente protettiva quanto basta. Quindi direi un punto di merito alla Dalai editore. Venti euro spesi se non altro per un libro in ottime condizioni.
Un aneddoto circa l’acquisto: ero insieme a zia Giulia e zio Varzylberici al salone in preda a raptus di shopping compulsivo e avevo già deciso di comprare il romanzo del Barbi. Mi separo dai due sordidi individui il tempo necessario a dirigermi verso lo stand della Dalai e a pagare. Uno dello staff, non so chi sia, un omone di una certa età mi si avvicina mentre, terminato di pagare, riguadagno la compagnia dei suddetti loschi figuri e notato l’acquisto mi fa “COMPLIMENTI OTTIMO ACQUISTO!” e si allontana.
Presagio? Non saprei, non credo molto nella magia, beh non ci credevo prima di incontrare Zac. Ma procediamo con ordine. Di questo racconto mi avevano parlato bene in molti, quindi al solito partivo con un forte pregiudizio positivo, che rischia sempre di fregarmi nella lettura.
Stentando ad avanzare
L’inizio è lento, sì perché uno pensa è un fantasy quindi… e quindi un cavolo. L’eroe? Lo cerchi per un bel pezzo prima di renderti conto di dove sia l’eroe. In questo direi che Barbi ha fatto un ottimo lavoro. Sui personaggi intendo. Così le prime pagine sono disorientanti. C’è ’sto gobbo, odioso, intrallazzatore, che ovviamente non può essere eroe, ma non è nemmeno un cattivo è evidente. In termini moderni è uno piuttosto sfigato. Un wannabe.
La magia
È interessante notare come l’intero libro sia incentrato sulla magia e però la magia è morta, siamo in un luogo non vastissimo, scordiamoci le immensità tolkeniane. Sembra tutto abbastanza campagnolo dalle parti dell’acchiapparatti. La magia è stata debellata come un morbo secoli addietro, ma alcuni appassionati tra cui il gobbaccio di cui sopra ancora oggi si dilettano a cercare notizie, libri e reperti dell’epoca.
E qui inizia la storia: il gobbo Ghescik con un raggiro entra in possesso di un libro appartenuto all’ultimo dei grandi stregoni del passato Ar-Gular. Solo che il raggirato è deciso a fargli la pelle costringendolo a cercare riparo presso il suo unico amico, un ometto mezzo pazzo che per campare s’è inventato il mestiere di acchiappa sorci, Zaccaria Narrish. Tutto pazzo è lui l’acchiapparatti da cui trae il titolo questo libro.
La sensazione di disagio aumenta, è evidente che Zac è tutto fuorché un eroe, è ai limiti dell’autismo e della pazzia, è insopportabile, tonto, ma (si intuisce immediatamente) buono. Buon con tutti anche con coloro che non ne sono affatto meritevoli e Ghescik ne è l’esempio più lampante. Il gobbo prima di rifugiarsi dall’amico ha fatto un giro all’interno dei ruderi diroccati della torre dell’antico negromante recuperando uno strano cerchietto nero che si pone attorno al capo la notte in cui si reca a chiedere aiuto a Zaccaria.
Il boia di Giloc
Immediata è la certezza che il boia di Giloc sia una creatura magica, l’ultimo residuo di magia nel mondo. L’estremo baluardo della magia. Immediata è la certezza che il cerchietto nero abbia messo il gobbo in contatto con questa creatura imprigionata a Giloc e usata da tempo immemore per eseguire le condanne a morte. Ed è proprio QUI che il libro inizia a trascinarti. A pungolarti con dubbi e domande circa la natura del boia, la sua origine e per quale motivo Zac riesca a tradurre tanto bene gli antichi tomi, passione che ha fatto incontrare e diventare amici lui e Ghescik.
L’azione
Scaturisce quando il boia di Giloc riesce a scappare, complice l’evidente idiozia di due guardie. Vi è un progressivo convergere di eventi e personaggi fino all’episodio cruciale.
Zaccaria
Per un certo numero di pagine ci si chiede se Francesco Barbi si sia drogato quando ha scelto il titolo del libro, ma progressivamente si intuisce che è Zac insospettabilmente ad avere la lucidità che a tutti gli altri personaggi del libro manca. Non è lucido il governatore di Giloc angosciato dalla sorte della sua gente. Non è lucido Ghescik abbagliato da sogni di ricchezza e conoscenza. Un solo uomo dice chiaramente che secondo lui la forza non serve con il boia, il vecchio Melzo. L’acchiapparatti invece pare procedere secondo una sua strada, non certo eroica in senso epico, infatti L’acchiapparatti è un libro anti epico a mio avviso sebbene per certi versi sia un testo pienamente epico. Non lo è se andiamo a cercare l’eroe in corazza scintillante. Tutti i personaggi sono o brutti o comunque decisamente imperfetti caratterialmente.
Ghescik è un disastro sia fisicamente che caratterialmente, Isotta è pur sempre una prostituta, Gamara è orrendamente sfigurato e conduce un’esistenza agghiacciante, e così via.
Zac è invece un candido. Un uomo semplice e buono. Forse è proprio questo a renderlo immediatamente insopportabile e solo dopo simpatico.
Punti deboli
Non ce ne sono molti, tuttavia a un certo punto alcune cose sono facilmente intuibili, specie per quanto concerne Zaccaria e l’esito della storia. Ho patito un po’ l’incipit lento, faticando a focalizzare i personaggi cruciali, ma perché come dicevo è un libro antiepico e quindi sono qui protagonisti personaggi che in un romanzo diciamo “classico” sarebbero di sicuro delle comparse, magari pittoresche, ma solo comparse.
Lo stile
Senza troppe complessità, liscio e chiaro. Un libro decisamente ben scritto, salvo per un unico urgendo errore grammaticale un “gli” riferito a un personaggio femminile che mi ha fatto trasecolare verso la fine del racconto.
Pregi
Di sicuro non è convenzionale, la scelta di puntare l’occhio di bue su personaggi anti eroici è cruciale. Va ascritto come merito all’autore anche un’ottima resa dei personaggi stessi. Ottime le descrizioni e la loro caratterizzazione. Zaccaria è asfissiante in certi momenti ti verrebbe voglia di mollargli un calcio nel edere, Ghescik invece lo strozzeresti per quanto è odioso e così tutti gli altri personaggi.
Il finale è sì aperto, ma per una volta non siamo davanti a un finale che costringe a un secondo libro. È una storia conclusa. Sebbene le terre di confine possano avere ancora qualcosa da raccontare.
In conclusione
Una lettura ottima, un notevole esempio di come scrivere un libro fantasy incentrato sul magic senza sparare manco una palla di fuoco. Niente scontri epici, ma scontri morali dell’uomo con la propria eredità. Niente di unto facciamo passa senza lasciare un segno sembra dirci Francesco, ma anche che niente di quello che sembra definitivamente perduto è realmente tale. Ma sopratutto trovo meraviglioso l’epilogo della storia godetevelo perché traspare in pieno quel guardare agli umili di cui tutto il libro è intriso. Dice Melzo:
“Io invece, che ho letto libri su libri e so cose che tu non conoscerai mai, ho già un piede nella fossa…”
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20th giugno 2010 at 14:15
Ti ringrazio per la recensione alla recensione eheh