In questa prima fase in cui tutti i pezzi inseriti sono stati commentati e sottoposti a un rapida revisione, credo sia preferibile dedicare un post alla questione dell’editing. Più in là, forse non lo farò.
Riguardo agli interventi effettuati, sottolineo innanzitutto che in tre delle quattro storie ho sentito la necessità di legare i due pezzi di ciascun racconto (in una è stato oltretutto modificato il finale del brano precedente). Mi sono quindi permesso l’inserimento di qualche riga.
Aggiungo poi due consigli personali:
- Meglio dare informazioni chiare e precise, piuttosto che dettagli che potrebbero sembrare intriganti, ma che di fatto sono confusi e rendono la lettura meno scorrevole. Eliminare ciò che è superfluo o che comporta intoppi nella fluidità del testo, anche se potrebbe essere “carino”. Non lo è.
- Meglio mostrare che dire, spiegare. Dare fiducia al lettore o trovare un modo per “far vedere” ciò che vogliamo sia capito.
Per questioni di tempo, anche in questo caso ho preferito non riportare le motivazioni che mi hanno spinto ai diversi interventi (alcuni dei quali, forse, di non immediata comprensione), ma sono naturalmente disposto a darne conto qualora fosse richiesto.
Riporto qui sotto i brani rivisti. Mi scuso in anticipo per le possibili disomogeneità nella presentazione del testo, per i trattini di dialogo di diverso tipo e non sempre usati nello stesso modo o per eventuali sviste negli “a capo”.
GUFA, assassina:
Sulle distanze: 20 leghe non si percorrono in mezza giornata. Sosera non compare sulla mappa delle Terre di Confine e dunque, se negli altri racconti non sarà fatto cenno alla distanza tra i due paesi, la considereremo pari a 5 leghe.
Ho poi modificato l’attacco.
Quando il sole era già alto tornò alla radura dove aveva acceso un fuoco. La capatina a Sosera le aveva fruttato un formaggio e quattro uova; un buon bottino. E la gamba le doleva meno, adesso. Doveva aver preso solo una storta, niente di più. Avrebbe potuto contare sulla sua agilità, quella notte. Agilità e non solo…
Si chiese se avesse conservato il suo bell’aspetto dopo quella nottataccia, dopo la corsa nel fango e nella polvere. In ogni caso doveva lavarsi. E avere un buon odore. Si chiese anche se non fosse il caso di tornare al paese di Sosera. Le era sembrato di aver visto un pozzo. No, si disse, meglio raggiungere quanto prima Fontecheta. Bevve due uova crude e mangiò una grossa fetta di formaggio. Ottimo. Qui sanno come si fa il formaggio. Peccato non avere anche del buon vin Cheto. Se non altro sarebbe stata in forze.
Si avviò con prudenza verso Fontecheta, seguendo la via da una certa distanza.
Raggiunse Fontecheta attraverso il frutteto, approfittando per rubare anche qualche grappolo d’uva.
Forse avrebbe potuto recarsi all’osteria in riva al fiume. Un posto piuttosto grande, probabilmente non l’avrebbero notata. Giusto per bere un bicchiere e far passare un paio d’ore. Prima però doveva trovare il modo di lavarsi.
Costeggiò due fattorie passando fra i campi. Intravide un orto in fondo alla vigna. Si avvicinò con circospezione. Udì lo starnazzare di polli. Si mantenne fra gli alberi al lato della vigna per non attraversare uno spiazzo aperto e si diresse verso l’orto. Lo attraversò aggiungendo al suo bottino cinque o sei pomodori. In fondo all’orto c’era un piccolo capanno e un pozzo per le irrigazioni. Gufa si spogliò rapidamente e strofinò la pelle con l’acqua gelida. Raggelò nell’aria frizzante della serata estiva. Si asciugò sommariamente e si rivestì. Si mise qualche goccia di olio profumato e si strigò i capelli con le dita. Per fortuna erano liscissimi, scivolosi e ubbidienti.
Adesso era pronta per portare a termine il suo incarico. Giusto un paio di bicchieri, poi avrebbe compiuto l’assassinio.
L’AVVOLTOIO, “chimera”:
Mi riservo la possibilità di tornare sulla gestione del PDV a fine racconto. La parentesi che ho lasciato sta a indicare che preferirei fosse mostrato in che modo strano si ritrae la testa… Altrimenti, a mio parere, una testa che si ritrae alla vista in fondo a un largo cappuccio è già “strano”.
Lungo la riva del fiume il paese riposava ancora, quando un carro trainato da un asino apparve sulla via principale.
La figura che lo guidava era alta e sottile. Non si poteva dire altro sul suo aspetto. Strati di stracci ricoprivano gli abiti logori e la sua testa si ritraeva alla vista in fondo a un largo cappuccio, (in un modo strano).
L’uomo, perché di un uomo doveva pur trattarsi, fermò il carro all’altezza di un vigneto. Quando scese fece un cenno all’asino, che proseguì da solo.
La figura si mosse fra le case silenziose. Il terriccio della strada scricchiolava sotto i suoi piedi, mentre scrutava gli usci chiusi e le finestre polverose. Arrivò ai tavoli deserti di un’osteria. Per un attimo la testa emerse dall’ombra del cappuccio e gli occhi da avvoltoio lessero l’insegna scolorita: Osteria l’Avvinazzato.
Da quando quell’uomo l’aveva avvelenato col suo sangue, l’Avvoltoio sapeva leggere. E poteva parlare. Mentre attraversava quelle terre, morente e senza meta, era capitato a Fortevia e lì aveva capito cosa fare. L’ultima sua destinazione era Fontecheta, quel pugno di case e stalle sparpagliate in riva al fiume sarebbe stata la sua tomba, e il luogo della sua vendetta.
Un ghigno apparve sul suo volto animalesco. Si sfilò un guanto, passò uno dei suoi tre artigli su un tavolo macchiato. Succhiò a lungo: sapore di vino, sudore e sporcizia. Solo dei bifolchi sedevano a quei tavoli; le sedie sporche di muco rappreso erano la prova che tutta la fatica delle loro giornate se ne andava nello scaccolarsi e nel bere vino annacquato.
L’Avvoltoio alzò il becco e annusò odore di bestie da stalla; era ovunque, ma c’era anche odore di uomini, anche loro chiusi nelle loro stalle con le porte di legno e i vetri alle finestre. Tutti, bestie e uomini, sarebbero tornati utili per la resa dei conti, ma non prima dell’inizio del mercato.
Raggiunse una piccola piazza e lì trovò il suo carro. L’asino si stava abbeverando a un fontana di pietra da cui si alzava l’unico odore fresco e pulito, in quel paese che puzzava di dita sporche di terra, polli e vestiti sudati.
L’Avvoltoio sistemò il carro in un angolo della piazza e dalla sua nicchia ombrosa cominciò ad attendere il risveglio del paese.
La prima persona che apparve fu un uomo massiccio, un uomo d’arme, ma con gli abiti stropicciati e l’odore di femmina addosso. Anche su di lui l’Avvoltoio fiutò la paura. Poco dopo, i fori neri che aveva per occhi scintillarono alla vista di due bambine che barcollavano in direzione della fontana. La bambina più piccola piangeva senza sosta, mentre quella più grande teneva la testa alta, mostrando un viso fiero. L’Avvoltoio assaporò l’odore delle lacrime che si erano già asciugate sul suo viso.
Quello sarebbe stato l’inizio.
GHITA, bambina:
Anche qui mi sono preso la libertà di inserire qualche riga iniziale.
Giunsero in vista del paese che il sole era ancora basso sull’orizzonte. Ci avevano messo almeno due ore per percorrere le due leghe che separavano quella che era stata la loro casa da Fontecheta. Ghita aveva trascinato la sorella attraverso campi e boschetti, senza mai sbagliare strada. Melissa continuava a singhiozzare e stava cominciando a disperarsi quando finalmente arrivarono alla piazza del paese.
Ghita strattonò la sorella e la fece accostare alla fontana.
- Lavati la faccia – disse piegandosi sull’acqua. Si sciacquò il viso più volte. Il rettangolo d’acqua le rimandò l’immagine di una mocciosa sparuta. Cercò di assumere un piglio risoluto. Guardò la sorella che piangeva silenziosamente dondolando sui piedi e si sentì intenerire. Bagnò l’orlo della veste e le si accucciò davanti.
- Adesso troviamo il modo per riposare – disse passando la stoffa bagnata sulle guance di Melissa. – Poi penseremo al resto.
Melissa alzò il faccino e la fissò sconsolata. Nei grandi occhi neri c’erano stanchezza e paura.
- Ho fame – mugolò.
Ghita si guardò intorno. Davanti alla stalla e ai margini della piazza, gruppi di uomini sparsi stavano legando in fila il bestiame. Due donne avevano portato gabbie di volatili e polli e stavano montando delle bancarelle. Davanti al fienile, era già disposto qualche carro. Si stava preparando il mercato, capì Ghita.
- Seguimi. – Afferrò il braccio della sorella e la trascinò verso l’albero in fondo alla piazza. Le due bambine dovettero fermarsi per lasciar passare un porcaro con una fila di maiali al seguito. Poi proseguirono fino a raggiungere il carro che stazionava accanto all’albero.
- Salici sopra – ordinò Ghita. Melissa dilatò gli occhi.
- Sali – ripetè Ghita. – Arrivo subito con del formaggio.
Lo sguardo di Melissa si fissò sul carretto pieno di caci e incustodito poco più in là, poi si spostò sul carro indicato dalla sorella. La bambina indugiò un altro momento, poi si diresse verso il carro.
E’ proprio mia sorella, si disse Ghita. Il pensiero le diede coraggio. Camminò a passo svelto fino al carretto, si guardò intorno per assicurarsi che nessuno la vedesse, afferrò una forma di cacio e corse indietro. Balzò sul carro.
Nel buio completo sotto il tendone, la mano della sorella si aggrappò subito a lei. Strane gabbie si intravedevano nell’oscurità. Un sibilo raccapricciante. Ghita si paralizzò. Negli occhi della sorella riconobbe il suo stesso terrore.
Si pentì immediatamente di essere salita su quel carro.
BRUNILDE, prostituta:
Visto che è breve, per chiarezza riporto l’intero racconto. Mi sono permesso anch’io qualche intervento supplementare nella fase di aggancio tra primo e secondo brano. Il cenno ad Argail, personaggio de “L’acchiapparatti”, non è passato inosservato…
Brunilde si svegliò ancora intontita. Si mise a sedere sul letto. La testa le girava. Afferrò la fiaschetta sul comodino e ne trasse un lungo sorso. Una smorfia e si alzò in piedi. Lo specchio davanti a lei la fissava inorridito.
Brunilde si avvicinò alla sua immagine riflessa.
Era ancora bella, nonostante le occhiaie. La massa di riccioli neri faceva spiccare il pallore del volto spigoloso. Le labbra screpolate sporgevano invitanti. Era ancora bella.
- Tania, portami l’acqua – gridò.
Qualche istante e la giovane compagna entrò con la brocca.
- Sei agitata Bruna? – chiese.
- No, sono sbronza – rispose Brunilde. – Ma devo riprendermi al più presto, il servo di Argail sarà qui a momenti. -
- Le altre ragazze dicono… -
- Non preoccuparti, – Brunilde le strizzò l’occhio – il mercante cadrà ai miei piedi come tutti gli altri. Piuttosto aiutami con la veste, che devo anche fare un salto al mercato.
- Non ci andare al mercato… farai tardi. -
- No, non se ne parla nemmeno. Ci devo andare. -
Brunilde rufolò nel cassetto. – Portami il fermaglio rosso. – Afferrò la spazzola e si spazzolò i capelli. – E la cipria di Gioana.-
Tania scomparve dietro la porta.
Brunilde spalancò la finestra e respirò profondamente. L’investì la puzza di bestiame e l’odore di sterco dalla stalla di fianco alla casa. Mentre fissava la fontana, la testa le girò. La sbornia non le sarebbe passata tanto facilmente. Sospirò, richiuse la finestra e si riattaccò alla fiaschetta.
Tre case, una piazza e un’osteria. Ecco cos’era Fontecheta. Se ne doveva andare. E quella era l’occasione giusta.
Quando fu pronta, Brunilde lasciò la sua stanza. Scese le scale e uscì sulla piazza. Il mercato stava iniziando.
Tags: Argail, Editing, micro-storie, mostrare non spiegare

2nd marzo 2010 at 13:43
Sugli editing.
Belli tutti! Approvo, approvo.
(Su quello del mio brano, via pure “in modo strano”, quando ci sarà la versione definitiva di tutto. Funziona anche senza.)
2nd marzo 2010 at 14:25
Grazie, sicuramente il pezzo è migliorato. Aggiungo però qualche piccola cosa:
Se posso leverei la frase: “Se non altro sarebbe stata in forze.” Sì, l’ho scritta io, ma mi rendo conto che scorre meglio senza.
Poi non c’è lo spazio dopo il punto: “certa distanza. Raggiunse Fontecheta”.
La fine è migliore ma non mi piace. Preferirei non dire dell’assassinio, troppo esplicito e la parola incarico (non è stata incaricata da altri). Volevo dire che ha i capelli neri mi sono trovato a farla riflettere sul senso della sua venuta, per questo ho scritto ombra nera. Ma se non ti piace togli pure tutto.
2nd marzo 2010 at 16:49
Non faccio obiezioni e dico bravo al Lupo cattivo! Voglio prorpio vedere che cosa succede ora alla prostituta Brunilde!
2nd marzo 2010 at 19:03
Bellissimo! Mi sento quasi brava!
Se possibile cambierei un po’ l’ordine di una frase, proporrei cioè questo:
“Lo sguardo di Melissa si fissò poco più in là, sul carretto incustodito pieno di caci, poi si spostò sul carro indicato dalla sorella.”
Poi, a dire il vero non mi piace “Salici sopra” senza dire dove. Preferivo ripetere il carro (altrimenti è implicito che Ghita lo indichi ma non lo si vede). Ma fai come ritieni più opportuno, ovviamente.
La fine è bellissima, non vedo l’ora di sapere cosa succede!
2nd marzo 2010 at 22:12
@Ignacio: Domani aprirò la pagina delle micro-storie e ritornerò sul tuo pezzo cercando di seguire quanto dici.
@Grillo: Bene, mi fa piacere.
@Psicomama: Senz’altro d’accordo con la tua prima osservazione. Nella seconda frase che hai citato, preferirei semplicemente -Sali-. Che poi si ripete tale e quale subito dopo.
Anch’io sono curioso di sapere cosa succederà.