Uno degli scopi del dialogo è senza dubbio la caratterizzazione dei personaggi. D’altra parte il dialogo può essere uno strumento molto efficace per portare avanti la storia.
Per quel che riguarda la forza dei dialoghi, innanzitutto focalizzerei l’attenzione sulla necessità di una qualche tensione emotiva o intellettuale, un conflitto (più o meno esplicito) tra i dialoganti.
Nello scrivere un dialogo sarebbe poi auspicabile trovare un giusto equilibrio tra brillantezza e verosimiglianza. A mio parere, brillantezza e verosimiglianza non sono elementi così antitetici se si parla del dialogo, e non di ciò che viene detto. La verosimiglianza, intesa come vincolo che porta l’autore a sforzarsi nella ricerca di soluzioni originali e non immediate, può generare e indurre brillantezza nel dialogo anche se non brillantezza nelle singole battute. Credo che sia la ricerca del brio intellettuale nel massimo rispetto della verosimiglianza il principio da cui scelgo di farmi guidare.
Mi spiego con un personale ricordo risalente a qualche anno fa. Ho tentato di ricostruirlo con onestà e dunque mi sono posto in una condizione di estrema verosimiglianza. Le battute non mi sembrano brillanti, ma il dialogo sì.
Sto uscendo di casa. Abito in una palazzina confinante con il giardino di una scuola dell’infanzia. Dalla rete che mi separa dalla scuola sento una voce chiamarmi:
- Ragazzo, ragazzo! -
Mi giro. Un bimbo in un gruppetto di tre o quattro si rivolge a me.
- Sì? -
- Ma tu sei il babbo di Daniele? -
- No – rispondo io. Mi fermo, ci penso un po’ su, poi aggiungo: – Non sono ancora il babbo di nessuno. -
Fisso i bambini, stupito da quella mia uscita. Loro ricambiano lo sguardo, perplessi. Una manciata di secondi e quello che mi aveva chiamato dice:
- Allora sei un figlio. -
Rimango colpito, immobile.
- Sì, sono ancora un figlio – rispondo dopo un po’. Ci fissiamo, tutti quanti, in silenzio.
- Ciao – dico dopo qualche altro istante, un sorriso sorpreso sulle labbra. Me ne vado, seguito dagli sguardi di quei bimbi aggrappati alla rete, senza parole.
TRACCIA:
Scrivere un pezzo incentrato su un dialogo più o meno serrato, comunque teso. Cercare di inserire uno o entrambi questi aspetti: azioni implicite nella battuta e “asimmetria” (ad esempio colui che parla di più è il più debole).
Suggerimenti tecnici: Provare a sperimentare nell’uso e nella posizione rispetto alle battute delle locuzioni che identificano chi parla e come lo fa. Cercare comunque di essere parchi nell’uso di tali specificazioni, o addirittura tentare degli scambi senza alcun “contorno”. Tramite le battute di dialogo, in un contesto dinamico, far capire il movimento dei personaggi. Un po’ come in teatro, quando “si fa vedere” ciò che succede in extrascena anche se il pubblico non può vederlo.
NOTA: Il dialogo deve caratterizzare i personaggi. E allora attenzione al linguaggio usato, all’idioletto, ai particolari modi di di dire o fare, ecc.
MATERIALE:
- A chi sentisse il bisogno di una guida tecnica sullo scrivere dialoghi, consiglio di leggere l’articolo dedicato all’argomento di Chiara-Gamberetta. Trovo che sia davvero acuto e completo. Oltre che divertente. Lo trovate qui. Purtroppo il blog di Gamberi Fantasy al momento è chiuso e non ci sono altri articoli di questo tipo a disposizione.
- Un possibile aiuto: Sfruttare un equivoco, un’incomprensione tra i dialoganti per cui uno dei due è convinto che l’altro sia qualcuno che in realtà non è. L’eventuale comprensione-rivelazione della verità potrebbe provocare una “disconnessione”, ovvero il cambiamento di prospettiva di uno dei due personaggi. E dunque il cambiamento, più o meno sostanziale, del personaggio stesso.
- Infine un esempio tratto da “L’acchiapparatti”. Questa è la parte iniziale del primo dialogo tra i due protagonisti del libro:
Toc-toc-toc. Toc-toc.
Tre e poi due colpi alla porta. Chi poteva essere a quest’ora di notte? Già, si sovvenne Zaccaria, quel modo di bussare era un codice che conosceva solo il suo amico Ghescik. In fretta andò ad aprire i due lucchetti, quindi spalancò il portone.
«Buona notte!» Sulla soglia Zaccaria accolse l’amico con un energico abbraccio, come al solito non ricambiato dall’altro. «Ma dov’eri sparito?»
Rigido come un tronco tra le braccia del matto, Ghescik si affrettò a borbottare: «Sssch. Zitto. La gente qui in paese dorme e poi…» si interruppe cercando di penetrare all’interno.
«Sì, sì, ha sempre fatto resistenza a fare ingresso nella nostra dimora e adesso non ha remora alcuna», mugugnò Zaccaria. «Sì, sì, qui gatta ci cova. Ecco perché il legno sulla brace spumeggiava. Ecco perché!»
«Non mi fare subito arrabbiare. Senti che puzza. Fammi entrare! Quante volte te lo devo dire che questa fogna mi dà il voltastomaco!» Un canale di scolo scorreva proprio di fronte all’ingresso della casa-torre. Ghescik si stava innervosendo.
«No. No. Non è possibile, non è concesso. Lo sai che non si può, non si può così. Devi saltare la soglia e tornare indietro, per tre volte. Sì, sì, per tre volte.»
Ghescik non poteva aspettare oltre e sapeva che quando l’amico si impuntava su una cosa non c’era modo di fargli cambiare idea. Si guardò intorno e poi, suo malgrado, eseguì rapidamente le istruzioni del matto. Saltellò avanti e indietro per tre volte e finalmente ottenne il permesso di entrare. Una volta all’interno, aspettando che Zaccaria serrasse nuovamente la porta, lo storpio esaminò circospetto l’ambiente. Aveva sempre evitato quel luogo. C’era entrato solo quando non aveva proprio potuto farne a meno. Non era difficile capirne i motivi. Prima di tutto il tanfo nauseabondo di piscio di gatto e di chissà che altro rivaleggiava con il puzzo della cloaca all’esterno. Poi tutto quel disordine e quella sporcizia conferivano al locale un che di ripugnante. Infine, checché ne dicesse Zac, quella struttura era pericolante.
«Irrequieto, sì, sì. Irrequieto ci pari. Che hai?» L’acchiapparatti scrutò l’ospite. «Che t’è capitato? Hai messo le brache al contrario? Non avrai mica visto passare il topo maculato?»
«Ma quale topo maculato!» sbruffò Ghescik. «Mi stanno alle calcagna, Tamarkus e i suoi.»
«Ecco perché di recente abbiamo veduto più volte Toder il Lungo da queste parti. Ma perché, perché? Cos’hai compiuto mai?»
Ignorando la domanda, Ghescik cominciò a tessere la sua tela.
«Senti…»
«Sì, sì, sentiamo.»
«Sai…»
«No, no, non sappiamo.»
«Ho bisogno di un rifugio, non ho soldi, sono molto stanco e affamato», dichiarò lesto lo zoppo. Quindi guardò il compagno con l’espressione più sconsolata che aveva nel repertorio.
«Ci, ci dispiace.»
«Zac, il fatto è che non posso andare a casa mia.»
«Già, con quel cagnaccio rognoso che ti cerca. No, no che non puoi.»
«Esatto… Mi basterebbe un letto e qualcosa da mettere sotto i denti. Non ce la faccio più.»
«Ci dispiace che tu stia male.»
Alle volte raggirare l’amico si rivelava una faccenda tutt’altro che banale.
«Non sto male, Zac. È che non posso andare a casa mia. Capisci ora? Non posso andare a dormire lì.»
«Già, cavolo! Già… E allora dove dormirai?»
Ghescik era sul punto di scoppiare, ma fece un ultimo sforzo.
«Pensavo che tu mi potresti dare una mano.»
«Darti una mano… Noi?» Zac si guardò le mani, perplesso. Ghescik lo fissò in cagnesco.
«Accidentaccio Zac, ti sto chiedendo di ospitarmi per un po’. Se non altro in nome delle razzie alle tombe che abbiamo fatto insieme.»
…
Tags: brillantezza, Dialoghi, Ghescik, L'acchiapparatti, verosimiglianza, Zaccaria

4th marzo 2010 at 13:02
@Francesco. Solo una domanda. Che soldi si usano nel tuo mondo?
Mi piace moltissimo il dialogo col bambino che hai riportato. Ma noi ci siamo cacciati in una situazione intricata, che dici? Un solo autore gestisce gli incontri fra tutti i suoi personaggi e sa già dove vuole andare a parare, non si rischia casi di schizofrenia (a meno che non ci sia di mezzo qualche Gollum di passaggio).
Senza voler togliere brio o spontaneità a questa sfida, penso che sarebbe meglio sapere almeno in linea generale chi vuole fare cosa. Così non dovremmo essere costretti ad interrogarci a vicenda per venti righe, per capire che diavolo ha in mente l’altro. Una volta che l’Avvoltoio avrà attirato certi clienti per l’odore di segreto o oscuro proposito che hanno addosso, saranno loro a dover svelare almeno in parte cos’hanno in mente. Così l’Avvoltoio tirerà fuori l’animale giusto per i loro scopi.
Ok, da parte mia, rendo un po’ più chiaro cosa farà l’Avvoltoio (senza troppe anticipazioni).
Il suo dialogo più importante è quello con le bambine. Deve convincerle ad aiutarlo. Spiegherà loro cosa fare, in caso scelgano di restare con lui. A questo punto, descriverà in breve le bestie già “estratte” , la sua merce speciale. In caso gli si chiedesse come pensa di vendere simili orrori, sarà pronto a spiegarne gli usi, a suo dire, utilissimi. Dirà anche alle bambine che ci pensa lui a trovare i clienti giusti, loro devono solo chiamarli e farli avvicinare. A loro la scelta sul modo migliore per convincerli.
All’Avvoltoio piacerebbe molto dialogare con Brunilde, per sapere cosa trama, con Odo (ma anche Gufa, eh). Se però nessuno in queste settimane trovasse il tempo per passare dal mercato, vorrei poter lo stesso incontrare questi personaggi, o magari inventarmi qualcuno di passaggio, Francesco. Insomma, ho un corpo da smembrare, mi serve gente volenterosa!
Io vado!
Il dialogo inizia subito dopo che Ghita e Melissa sono salite sul carro dell’Avvoltoio.
(Strane gabbie si intravedevano nell’oscurità. Un sibilo raccapricciante. Ghita si paralizzò. Negli occhi della sorella riconobbe il suo stesso terrore. Si pentì immediatamente di essere salita su quel carro).
“Benvenute bambine. Non serve aver tanta paura. Vi avevo già sentito da lontano.”
L’Avvoltoio saltò sul carro. “Visto? Sono solo serpentelli. Io-ss, issss…”
Si morse la lingua, che guizzava frenetica e richiuse subito il cesto. Si fece ancora più vicino, dondolando avanti e indietro la testa.
“Sono curioso…s…perché siete qui?”
4th marzo 2010 at 15:57
@Lidia Perfinta: Un classico: “pezzi” di rame, argento e oro. Se qualcosa non tornerà, interverrò io.
Non so affatto dove si andrà a parare e la schizofrenia mi piace. Questo è un possibile segreto del mestiere, almeno per quel che mi riguarda: bisogna fidarsi e affidarsi. Affidarsi ai propri personaggi e alle proprie situazioni, dargli potere, lasciarli liberi di essere. Fidati, ne verrà fuori qualcosa di originale… E poi, da bravi editors, potremo sempre correggere in corso d’opera ed eliminare tutto quel che riterremo opportuno.
Penso anche che sia bene non sapere chi vuole fare cosa. Vuoi mettere, abbiamo realmente una marcia in più per ciò che riguarda la verosimiglianza. La cosa non è falsata dalle intenzioni di un unico autore. Ci sono davvero più menti in gioco, ognuna dentro al proprio personaggio. Chi volesse dialogare con l’Avvoltoio dovrebbe sì interrogarsi e sapere che cosa cerca il suo personaggio, ma potrebbe non rivelarlo. E gli imprevisti, le improvvisazioni, potrebbero rendere il dialogo molto interessante.
Se dovessero servire personaggi “volenterosi”, si possono prendere in considerazione diverse soluzioni. Se vuoi, puoi far uso tu stessa di Odo, oppure potrei darti io manforte, se ce ne sarà bisogno.
Tu hai fatto bene a raccontare la situazione dell’Avvoltoio. Ma questo necessario punto di partenza forse può bastare.
Adesso devo proprio scappare, ma mi riprometto di ritornare sulla cosa stasera.
Ah, già, dimenticavo… Bella la tua partenza! (Ma all’Avvoltoio la lingua gli è un po’ ricresciuta?)
4th marzo 2010 at 17:22
Ciao, non so dove scrivere quindi scrivo qui. Volevo dirti che ho cercato tanto il sito prima di trovarlo. Non sapevo il tuo nome ma solo il titolo del libro e non trovavo il blog inserendo il titolo. Me lo aveva detto un amico che c’era il blog quindi lo cercavo. Ma è stato difficile. Ti volevo avvisare.
PS: il blog è bello! Scusa l’incursine ma dove si deve scrivere chi non è scrittore?
No perchè ora mi leggo il libro e poi magari ti dico.
4th marzo 2010 at 17:31
La lingua dell’Avvoltoio ricresce sempre (ne ha mangiati parecchi di serpenti!) L’unica sua possibilità è quella di smembrarsi in fretta, prima che i pezzi ricrescano, così che non ci sia più un corpo a tenerli uniti. La lingua sarà una delle ultime cose a sparire. Per questo, una volta individuati i clienti, darà a tutti un appuntamento alla stessa ora nel pomeriggio. Da quel momento, fino al tramonto, sarà un macello!
4th marzo 2010 at 19:20
Bello, bello. Se Grillo non si fa vivo penso io a far parlare Brunilde con l’Avvoltoio. Se si fa vivo ce la possiamo anche spartire: io non sono geloso.
Il dialogo col bambino è veramente riuscito. Ma anche quello tra Zaccaria e Ghescik! Ho confrontato e visto che un po’ è cambiato anche quello. In meglio.
4th marzo 2010 at 22:23
@Alice: Storie di indicizzazione di google in cui non voglio entrare. Credo che pian piano la situazione migliorerà. Comunque sono contento che tu alla fine abbia trovato questo blog. Qui non importa sentirsi scrittori per scrivere, però in effetti hai ragione, non ci sono spazi per lasciare un commento generico, un messaggio o un’impressione sul libro. O per fare domande e segnalazioni. Ci penserò.
Zaccaria sarebbe comunque felicissimo di fare due chiacchiere nella sua bacheca.
@Lidia Perfinta: Mi permetto subito di intervenire (in via provvisoria) sul tuo pezzo. Scrittura a più mani totale. Inizia il macello.
“Benvenute bambine… Non serve aver tanta paura.”
L’Avvoltoio saltò sul carro. “Sono solo serpentelli. Io-ss, issss…”
Si addentò la lingua, che guizzava frenetica, la strappò e la schiaffò nel cesto. Lo richiuse e si fece ancora più vicino, dondolando avanti e indietro la testa.
“Sono curioso…s… perché siete qui?”
@Il Lupo Cattivo: Sono contento che tu abbia notato il miglioramento.
4th marzo 2010 at 23:27
Non vi preoccupate, io sono psicoterapeuta
Davvero! E per ora abbiamo a che fare solo con alti livelli di squisita rappresentazione. La schizofrenia è lontanissima dalle possibilità di rappresentazione, per questo si esprime attraverso la sofferenza mentale. Scriviamo, scriviamo che ci fa bene! Io per esempio ho riflettuto sulle mie due bambine e mi sono resa conto che arrivata a questa fase della mia vita mi sento un po’ orfana e devo farmi coraggio per andare avanti da sola e con la mia famiglia. Forse mi sento anche io un po’ bambina, accanto alle mie bambine, in questa impresa.
Merito della combriccola che si è qui accumulata, che stimola la profondità.
Così accanto alla Scrittura creativa si fa il Flusso di coscienza!
Poi. Secondo me interrogarci a vicenda 20 righe per capire cosa abbiamo in mente è divertentissimo! (Anzi, scusate se l’ho appena fatto con me stessa!)
Detto questo ho ben poco da aggiungere:
Ghita lo fissò con gli occhi spalancati, atterrita dalla paura.
La sorella le si aggrappò alle vesti e si nascose dietro di lei.
Ghita trovò il coraggio. – Fammi passare mostro. – Strinse i pugni. Deglutì. – Togliti di mezzo.
Finito.
Se però devo essere più ligia al compito e fare l’esercizio, scelgo di inserire azioni svelate dal dialogo. Riscrivo il dialogo con l’aggiunta di una frase. E’ più originale, forse, ma suona peggio. E poi mette Lidia Perfinta più in difficoltà perché la reazione di Ghita è più drastica. Fate vobis.
Ghita lo fissò con gli occhi spalancati, atterrita dalla paura.
La sorella le si aggrappò alle vesti e si nascose dietro di lei.
Ghita trovò il coraggio. – Fammi passare mostro. – Strinse i pugni. – No! – gridò. – Non un altro passo! – urlò con tutto il fiato in gola. Deglutì. – Togliti di mezzo.
5th marzo 2010 at 06:17
@Psicomama. Ah, psicoterapeuta! Io ho fatto quattro anni di psicologia a Torino, anche se poi ho lasciato. E una delle mie due migliori amiche è proprio psicoterapeuta (non ho in mente ora che indirizzo esatto ha scelto alla scuola di specializzazione post laurea -vecchio ordinamento, comunque).
Beh, siamo proprio un bel gruppo, non c’è che dire. Allora proseguiamo con questa storia, che ci ha fatto incontrare.
L’Avvoltoio si fermò.
“Non oglio arvi male.”
Si pizzicò una gobba sul collo, che risalì in fretta verso la gola con un nuovo sibilo.
“Non voglio farvi del male” ripeté. “E nemmeno tu vuoi che la tua sorellina stia male, vero? La vuoi aiutare.”
Puntò il becco sulla bambina più grande e la fiutò.
“Anche voi siete nei guai. Siete sole. Avete addosso l’odore dei vostri genitori…Ma i genitori non vorrebbero mai avere quell’odore, vicino alle loro bambine.”
Avanzò di un passo.
“Aiutatemi, vi ricompenserò bene.”
5th marzo 2010 at 09:02
@Francesco.
Mi sono adattata facilmente ai tuoi cambiamenti, che mi piacciono molto. Una cosa sola mi lascia perplessa. Se spera di convincere delle bambine ad aiutarlo, è il caso che l’Avvoltoio si strappi la lingua davanti a loro? Già è brutto come la fame!
Il pezzo sta funzionando, mi piace, e anche la reazione delle bambine, molto. Così si fa stuzzicante più che mai. L’Avvoltoio deve irretirle; sarà mellifluo, farà un po’ il derelitto, mi dicevo…E zac! (No, non l’acchiapparatti). Mi è venuto di botto in mente com’era possibile che sentissi perfino il tono lagnoso dell’Avvoltoio, lo vedessi fatto e finito, come se una volta l’avessi davvero avuto davanti agli occhi. E’ così, infatti (almeno nel suo aspetto, non nella sua natura di chimera). C’è un personaggio che nelle fattezze me l’ha ispirato.
Hai mai visto Dark Crystal? Un film che ha per protagonisti esclusivamente dei pupazzi molto sofisticati, che vivono in un modo fantastico e alieno. E’ dell’85, 86. C’era un popolo di saggi, i Mistici, e poi c’erano gli Skexi (lo dico come si pronuncia, ma di sicuro è scritto in modo diverso). Erano creature orribili, che mi terrorizzavano, da bambina, ma che continuavo a guardare. Erano alti, curvi, con la faccia raggrinzita e a becco. Sembravano proprio avvoltoi e uno di loro, il più maligno, si chiamava Ciambellano. Ecco, il tono dell’Avvoltoio è come il suo (continuava a fare un verso, un mmmmm acuto, che mi dava i brividi!)
Quei pupazzi erano fatti da Dio. Un po’ come i goblin di Labirinth (disegnati dal grande Brian Froud), regia di Jim Henson. Uno dei miei film preferiti in assoluto. Lo conosci? C’era Jennifer O’Connelly e lo strepitoso David Bowie nella parte del malvagio re Jareth, rapitore di neonati, che viveva al centro di un magico labirinto. Eh, insieme a quello, i Goonies, Indiana Jones e Guerre Stellari (rigorosamente IV, V e VI episodio) hanno costruito la mia immaginazione – quella visiva, almeno.
Ehm, scusate la parentesi Amarcord.
5th marzo 2010 at 10:00
@Psicomama: Se abbiamo anche la psicoterapeuta, siamo a posto. Il tuo pezzo funziona. Preferisco il primo. Leggermente rivisto:
Ghita lo fissò, gli occhi spalancati, atterrita dalla paura.
La sorella le si aggrappò alle vesti e si nascose dietro di lei.
Ghita trovò il coraggio. – Fammi passare mostro. – Strinse i pugni. – Togliti di mezzo.
Non so, la seconda frase potrebbe essere anche questa:
La sorella si aggrappò alle sue vesti e le si nascose dietro.
@Lidia Perfinta: Cambia pure il pezzo precedente dell’Avvoltoio se vuoi. Sì, fallo, l’immagine che hai descritto è vivida e mi sconfinfera.
Dark Cristal non lo ricordo. In compenso Labirinth mi ha senz’altro segnato. L’essere ancestrale al centro delle vicende de “L’acchiapparatti” ha certamente affinità con il demone che compare nel film. Anche “I Goonies” mi hanno senz’altro influenzato…
5th marzo 2010 at 11:48
@Francesco. Piccolo momento di confusione.
Devo cambiare il primo pezzo? Pensavo di averlo semplicemente continuato. Mi ero agganciata alla tua scena in cui l’Avvoltoio si strappava la lingua; ho proseguito nel secondo pezzo, facendogliene spingere subito un’altra in gola, per riprendere in fretta a parlare con le piccole, soprattutto con Ghita, che mi sta respingendo.
Cosa si fa, allora? Il dialogo, finora, dovrebbe essere questo.
“Benvenute bambine…Non serve aver tanta paura.”
L’Avvoltoio saltò sul carro. “Sono solo serpentelli. Io-ss. Isss…”
Si addentò la lingua, che si agitava frenetica, la strappò e la schiaffò nel cesto. Lo richiuse e si fece ancora più vicino, dondolando avanti e indietro la testa.
“Sono curioso…s…Perché siete qui?”
Ghita lo fissò, gli occhi spalancati, atterrita. La sorella le si aggrappò alle vesti e si nascose dietro di lei.
Ghita trovò il coraggio. “Fammi passare mostro.” Strinse i pugni. “Togliti di mezzo.”
L’Avvoltoio si fermò.
“Non oglio arvi male.”
Si pizzicò una gobba sul collo, che risalì in fretta verso la gola con un nuovo sibilo.
“Non voglio farmi male” ripeté. “E nemmeno tu vuoi che la tua sorellina stia male, vero? La vuoi aiutare.”
Puntò il becco sulla bambina più grande.
“Anche voi siete nei guai. Siete sole.” La fiutò a lungo. “Avete addosso l’odore dei vostri genitori…Ma i genitori non vorrebbero mai avere quell’odore, vicino alle loro bambine.”
Avanzò di un passo.
“Aiutatemi. Vi ricompenserò bene.”
Che ne dici? Può andare?
Un dettaglio: l’espressione “atterrita dalla paura”, nel pezzo di Psicomama. Atterrito vuol dir già spaventato, non serve specificare “dalla paura”, o diventa pleonastico. Non vedo l’ora di sapere cosa farà Ghita!
5th marzo 2010 at 11:49
O forse è meglio dire: “gli occhi spalancati dalla paura” ?
Torno ad attendere nella mia nicchia oscura.
5th marzo 2010 at 12:50
@Lidia Perfinta: Mi era sembrato di capire che non ti fosse piaciuto il fatto che si strappava la lingua davanti alle bambine… Ad ogni modo il pezzo a me piace. Lo riporto qui sotto:
“Benvenute bambine…Non serve aver tanta paura.” L’Avvoltoio saltò sul carro. “Sono solo serpentelli. Io-ss. Isss…”
Si addentò la lingua, che si agitava frenetica, la strappò e la schiaffò nel cesto. Lo richiuse e si fece ancora più vicino, dondolando avanti e indietro la testa.
“Ono urioso…s…Erché siete qui?”
Ghita lo fissò, gli occhi spalancati dalla paura. La sorella le si aggrappò alle vesti e si nascose dietro di lei.
Ghita trovò il coraggio. “Fammi passare, mostro.” Strinse i pugni. “Togliti di mezzo.”
L’Avvoltoio si bloccò.
“Non oglio arvi male.”
Si pizzicò una gobba sul collo, che risalì in fretta verso la gola con un nuovo sibilo.
“Non voglio far(m)vi male” ripeté. “E nemmeno tu vuoi che la tua sorellina stia male, vero? (La vuoi aiutare, no?)”
Puntò il becco sulla bambina più grande.
“Anche voi siete nei guai. Siete sole.” La fiutò a lungo. “Avete addosso l’odore dei vostri genitori…Ma i genitori non vorrebbero mai avere quell’odore, vicino alle loro bambine.”
Avanzò di un passo.
“Aiutatemi. Vi ricompenserò bene.” (“Aiutate me, e io vi ricompenserò.”)
Note:
Mi sembrerebbe migliore se l’Avvoltoio parlasse ancora male qui: “Sono curioso…s…Perché siete qui?” Su come parlerebbe uno senza lingua o con la lingua che gli sta ricrescendo in bocca bisogna forse far mente locale…
In alternativa a “Ghita lo fissò, gli occhi spalancati dalla paura”: “Ghita lo fissò, gli occhi atterriti.” oppure “Ghita lo fissò, il terrore negli occhi.”
“Non voglio farmi male” è un lapsus?
“Bloccò” al posto di “fermò”?
La gobba che dal collo risale verso la gola è meravigliosa.
“La vuoi aiutare, no?” forse eliminabile?
Per il PDV ci ritorniamo alla fine.
La parentesi finale è una possibile alternativa.
5th marzo 2010 at 16:20
- Sì, non voglio farmi male era un errore di battuta.
- Su come parla l’avvoltoio.
Quando inizia il pezzo (Benvenute bambine), l’Avvoltoio ha appena raggiunto Fontecheta. La lingua nel frattempo gli è già ricresciuta, quindi, all’inizio parla bene. Poi, sì, hai ragione, se si è staccato di nuovo la lingua, allora parla di nuovo male. Non avevo aggiornato.
Avevo lasciato il mio pezzo iniziale (quando non se la strappava). Bene quindi il suo parlar male (ono urioso. erché siete qui).
Scusa, ma con questi botta e risposta e i cambiamenti in tempo reale, dovevo ancora visualizzare esattamente i miei interventi, quelli di altri, e poi unirli.
- Anche bloccò mi piace, al posto di fermò.
- Sul togliere “la vuoi aiutare, no?”, dipende.
Per me si ricollega all’ultima frase: quindi se si mette o toglie, cambierà anche “l’aiutatemi vi ricompenserò bene.”
Mi spiego:
Se rimane la frase per Ghita: “La vuoi aiutare, no?” riferita a Melissa, starebbe bene la tua alternativa tra parentesi (aiutate me, e io vi…) Si contrapporrebbero nel discorso.
Tu vuoi aiutare lei.
(allora) voi aiutate me, e vi ricompenserò.
Ma se togliamo il “la vuoi aiutare, no?”, allora alla fine preferisco: “Aiutatemi, vi ricompenserò bene.”
Ora ho tutto più chiaro. Queste precisazioni mi servivano per inquadrare meglio la scena. Grazie.
5th marzo 2010 at 20:46
Sono sempre stato il primo ma ora mi sa che mi tocca aspettare. Nel frattempo sto provando a pensare a cosa gli potrebbe servire a Gufa.
5th marzo 2010 at 22:05
Bene bene! Arrivo solo ora e trovo piacevoli sorprese.
Per quanto riguarda il brano su Ghita, concordo che vada corretto ma preferisco allora solo “Ghita lo fissò atterrita”, (senza occhi né “dalla paura”) perché degli occhi ho scritto abbondantemente nel brano precedente e si rischia la ridondanza. Atterrito non era mai comparso.
Per quanto riguarda il brano precedente dell’Avvoltoio, non avevo compreso bene cosa ne fosse della lingua e dei serpenti, che collegamento ci fosse fra morso e cesto, quindi la precisazione di Francesco Barbi mi era sembrata chiarificante. Comprendo ora che invece nell’intenzione di Lidia le cose andavano diversamente. Bene. Dal malinteso nasce l’imprevisto.
Se conta la mia opinione preferisco la versione senza le frasi fra parentesi. Tanto si capisce lo stesso e il ricatto esplicito mi disturba. In futuro mi piacerebbe potermi fidare. Sbaglio?
Il pezzo sui genitori è geniale! Brava.
Il brano completo scorre veramente bene.
Il brano:
Ghita sentì il sudore gelido bagnarle la fronte. Melissa si strinse a lei. La manina trovò la sua. Ghita la serrò. Inspirò profondamente.
- Parla mostro. Dicci cosa vuoi.
6th marzo 2010 at 17:49
Ecco il brano:
“Benvenute bambine…Non serve aver tanta paura.” L’Avvoltoio saltò sul carro. “Sono solo serpentelli. Io-ss. Isss…”
Si addentò la lingua, che si agitava frenetica, la strappò e la schiaffò nel cesto. Lo richiuse e si fece ancora più vicino, dondolando avanti e indietro la testa.
“Ono urioso…s… erché siete qui?”
Ghita lo fissò, gli occhi spalancati dalla paura. La sorella le si aggrappò alle vesti e si nascose dietro di lei.
Ghita trovò il coraggio. “Fammi passare, mostro.” Strinse i pugni. “Togliti di mezzo.”
L’Avvoltoio si bloccò.
“No oglio arvi male.”
Si pizzicò una gobba sul collo, che risalì in fretta verso la gola con un nuovo sibilo.
“Non voglio farvi male” ripeté. “E nemmeno tu vuoi che la tua sorellina stia male, vero?”
Puntò il becco sulla bambina più grande.
“Anche voi siete nei guai. Siete sole.” La fiutò a lungo. “Avete addosso l’odore dei vostri genitori…Ma i genitori non vorrebbero mai avere quell’odore, vicino alle loro bambine.”
Avanzò di un passo.
“Aiutatemi, vi ricompenserò bene.”
Ghita sentì il sudore gelido bagnarle la fronte. Melissa si strinse a lei. La manina trovò la sua. Ghita la serrò.
“Dicci,” inspirò profondamente, “dicci cosa vuoi.”
@Lidia Perfinta: Tocca a te.
6th marzo 2010 at 19:24
“Voglio che vendiate i miei animali.”
L’Avvoltoio fece una smorfia.
“Sono stato ingordo. Ho mangiato qualcosa che mi ha fatto male. Solo per oggi, bambine.”
Si sporse in avanti e fece per accarezzare la testa della più piccola. Si ritrasse.
“Non piangere. Argento, anche oro vi do, se mi porterete i clienti che vi indicherò. Ho fiuto per scoprire i migliori…Alcuni stanno già arrivando!”
Afferrò la tenda grigia e la sollevò, scrutando la piccola piazza ormai gremita di gente.
“Sono più di quanti sperassi” sussurrò. “Ladri, traditori…Sarà una giornata difficile. Al tramonto sarò a pezzi.”
A questo punto mi sono interrotta. Per lasciare che Ghita mi chieda lei qualcosa. Giusto per non fare una tirata di monologo.
6th marzo 2010 at 22:39
- Sei strano. – Ghita lo guardò intensamente. – Come faccio a fidarmi? -
- Non è strano. – Melissa alzò il faccino verso la sorella. – Lui è un uccello. Come Brufo. -
- Un uccello che parla. Un avvoltoio alto quanto un uomo. – La voce di Ghita tremò. – Cosa hai sotto il mantello? Facci vedere.
7th marzo 2010 at 23:46
“Voglio che vendiate i miei animali.”
L’Avvoltoio fece una smorfia.
“Sono stato ingordo. Ho mangiato qualcosa che mi ha fatto male. Per questo mi servite voi, per trattare con i clienti. Solo per oggi, bambine.”
Si sporse in avanti e fece per accarezzare la testa della più piccola. Non la toccò.
“Non piangere. Argento, anche oro vi do, se mi porterete i clienti che vi indicherò. Ho fiuto per scoprire i migliori…”
Afferrò la tenda grigia e la sollevò, scrutando la piccola piazza ormai gremita di gente.
“Sono più di quanti sperassi” sussurrò. “Ladri, traditori… Sarà una giornata difficile. Al tramonto sarò a pezzi.”
Ghita lo guardava intensamente.
“Sei strano… Come faccio a fidarmi?”
“Non è strano.” Melissa alzò il faccino verso la sorella. “Lui è un uccello. Come Brufo.”
“Un uccello che parla.” La voce di Ghita tremò. “Cos’hai sotto il mantello?”
(L’ironia dell’Avvoltoio è interessante. Così come il personaggio di Melissa.)
8th marzo 2010 at 05:50
@Psicomama. Oh, come son contenta che anche Melissa parli…e mi paragoni al suo Brufo!
@Francesco. Sì, ho pensato che, data la natura abbastanza contorta di questa bestiaccia, non volevo darle un’indole alla Signore Oscuro delle Tenebre, tutta malignità e frasi lugubri. Volevo una creatura scaltra, beffarda. Soprattutto manipolatrice, ma con brio (sembro una pubblicità). Forse esagero, è un azzardo, ma questa aggiunta nel carattere l’ha determinato l’incontro con le due bambine. Con due innocenti l’Avvoltoio può tirar fuori qualcosa di inatteso. Ora rimugino, e poi torno con la mia battuta.
Sul cambiamento “si ritrasse-non la toccò.” Ci sto pensando. Qualcosa mi gira per la testa. Forse possiamo fare meglio. Vado a riflettere.
8th marzo 2010 at 20:39
Per l’appunto: si ritrasse- non la toccò. Magari basterebbe un Ma (Ma non la toccò).
Io continuo così:
Trascorse qualche istante di silenzio, rotto solo dai sibili e dallo zoccolare della capra nella sua gabbia.
“Tua sorella ha appena smesso di piangere. Forse è meglio se non te lo dico.”
L’Avvoltoio si strinse di più nel mantello.
“Ma se vi dico chi dovete correre a chiamare, mentre io rimango qui nascosto, lo andrete a prendere? Lo convincerete ad ascoltare la mia offerta?”
S’interruppe per osservare Ghita.
“Lo so cosa pensi, chi le comprerebbe le tue bestioline?” Scosse la testa. “E’ vero, la mia capretta ha un aspetto misero. E latte velenoso. Ma pensate, chi ha un ospite sgradito da servire, avrebbe il modo perfetto per esser sicuro che non si farà più vedere. Né da lui, né da nessun altro.”
Aprì il bauletto pieno di scarafaggi, ne prese un paio e con un gesto fulmineo sfregò una contro l’altra le teste, che presero fuoco.
“E questi possono tornare molto utili quando manca legna per illuminare le case di qualcuno…o se devi bruciarcelo dentro.”
I suoi occhietti si posarono sulle bambine. Per un attimo, sembrò che qualcosa di vivo si agitasse anche in fondo a quelle due sfere nerissime.
“Non è quello che fareste anche voi, agli uomini che vi hanno portato via i vostri genitori?”
8th marzo 2010 at 20:43
Errore di battuta verso la fine: “per illuminare la casa di qualcuno.” Singolare.
8th marzo 2010 at 22:28
Brava! Bellissimo! Sono veramente ammirata. Non solo per come è scritto ma per il contenuto. Sei convincente. Ad esser sincera, siccome sono immedesimata nella bambina e mi piace il realismo, immaginavo proprio difficile vedermi convincere. Poco male, mi dicevo, potrebbe essere originale… E invece! Guarda un po’. Continuo a sorridere.
Ora lascio decantare.
8th marzo 2010 at 22:44
PS: Mi piace anche l’agitarsi di qualcosa negli occhi dell’avvoltoio. Immagine splendida.
- Sì – disse Melissa.
L’Avvoltoio sembrò sorridere. Ghita si fece più avanti alla piccina che iniziava a sporgersi da dietro di lei. – Lascia stare mia sorella – sibilò. – Parla con me!
- Come ti chiami? – Melissa si fece di nuovo avanti.
- Lascialo stare Meli, ci parlo io!
– Hanno pottato via mamma e babbo? Dove? Lontano? – Il labbro della piccina iniziò a tremare. – Tu lo sai?
9th marzo 2010 at 09:39
@Psicomama. Sei veramente gentile. Grazie per questi complimenti!
E’ molto intrigante questo dialogo con le tue piccole. Ha portato sviluppi inattesi. Mi ha spinto ogni volta a cercare dettagli che prima non avevo in mente. Non ci speravo! Ho dovuto spingere l’Avvoltoio a dimostrarsi cortese e affabulatore e anche i miei occhietti hanno scintillato, quando hai lanciato la proposta che le strade dei nostri personaggi s’incrociassero. Diciamolo: un mostro mezzo putrefatto e velenoso, e due bambine sole. Un classico! E cosa si può chiedere di più dalla vita, (a parte il proverbiale Lucano)?
Dopo queste battute, se Ghita si convincerà, si potrebbe dare inizio alle danze. Una serie di botta e risposta tra l’Avvoltoio e le piccole, con l’Avvoltoio che indica Odo, o Brunilde, o Gufa, o chiunque altro passi dal mercato. E anche scambi brevi da Ghita e i clienti da irretire (così parliamo tutti con tutti!). E infine l’offerta dell’Avvoltoio, accettata o rifiutata che sarà.
Ecco il mio pezzo.
“No, non lo so” rispose l’Avvoltoio. “Ma potrei ritrovare chi ve li ha strappati via così presto.”
E per la prima volta sfiorò il braccio della maggiore.
Quello strano, pulsante contatto, le strappò una smorfia di disgusto, ma non si mosse.
“Io non ho un vero nome. I nomi vanno bene per le cose che non cambiano mai. Dai un nome a un essere umano o a un cane… perché dal primo giorno che li vedi fino all’ultimo non cambiano poi molto, spesso sono solo più grassi. Io non sono rimasto lo stesso per più di tre giorni alla volta. Dovrei avere migliaia di nomi.”
Allungò gli artigli nascosti dal guanto, per stringere la mano della maggiore, che esitava.
“Ma a voi non importa. Nemmeno di oro e argento, vero? Vuoi che ritrovi quegli uomini. Vuoi che io aiuti voi.”
Ghita non rispose.
“Non lo sai” sorrise l’Avvoltoio, “ma anche tu sei appena cambiata. Sei diversa da quando sei salita sul carro. Lo sento cosa vuoi adesso. Vendetta. Se lo vuoi, alla fine della giornata, potrai essere tu la mia ultima cliente.”
Di nuovo le porse gli artigli inguantati.
“Al tramonto avrai quel che cerchi.”
9th marzo 2010 at 09:45
Nota: la prima volta che l’Avvoltoio allunga gli artigli, è meglio togliere “la maggiore” e mettere il nome, Ghita. E’ più chiaro, e poi si toglie una ripetizione fastidiosa. Scusate.
9th marzo 2010 at 09:54
Grrr!
Oggi il vento mi rosicchiato via un paio di neuroni di troppo.
@Francesco. Scusa, quando metterai mano al testo, correggi il mio brano anche verso il fondo.
“Se lo vuoi, alla fine della giornata, potrai essere…”
Meglio:
“Se lo vorrai, alla fine della giornata potrai essere…”
La correzione toglie una ripetizione (lo vuoi, appena usato in quella precedente, “Lo sento cosa vuoi”), e poi la virgola tra giornata e potrai essere. Ok, è tutto. Vado a inseguire i miei neuroni fuggiaschi!
9th marzo 2010 at 18:30
La cosa mi pare che funzioni proprio bene. Temo soltanto che eventuali altri partecipanti si facciano scoraggiare dalla complessità della faccenda…
Intanto riporto l’intero brano scaturito da questo post (che si sta facendo sempre più interessante):
“Benvenute bambine…Non serve aver tanta paura.” L’Avvoltoio saltò sul carro. “Sono solo serpentelli. Io-ss. Isss…” Si addentò la lingua, che si agitava frenetica, la strappò e la schiaffò nel cesto. Lo richiuse e si fece ancora più vicino, dondolando avanti e indietro la testa.
“Ono urioso…s… erché siete qui?” Ghita lo fissò, gli occhi spalancati dalla paura. La sorella le si aggrappò alle vesti e si nascose dietro di lei. Ghita trovò il coraggio.
“Fammi passare, mostro.” Strinse i pugni. “Togliti di mezzo.”
L’Avvoltoio si bloccò. “No oglio arvi male.” Si pizzicò una gobba sul collo, che risalì in fretta verso la gola con un nuovo sibilo. “Non voglio farvi male” ripeté. “E nemmeno tu vuoi che la tua sorellina stia male, vero?” Puntò il becco sulla bambina più grande. “Anche voi siete nei guai. Siete sole.” La fiutò a lungo. “Avete addosso l’odore dei vostri genitori… Ma i genitori non vorrebbero mai avere quell’odore, vicino alle loro bambine.” Avanzò di un passo.
“Aiutatemi, vi ricompenserò bene.”
Ghita sentì il sudore gelido bagnarle la fronte. Melissa si strinse a lei. La manina trovò la sua. Ghita la serrò.
“Dicci,” inspirò profondamente, “dicci cosa vuoi.”
“Voglio che vendiate i miei animali.” L’Avvoltoio fece una smorfia. “Sono stato ingordo. Ho mangiato qualcosa che mi ha fatto male. Per questo mi servite voi, per trattare con i clienti. Solo per oggi, bambine.” Si sporse in avanti e fece per accarezzare la testa della più piccola. Non la toccò. “Non piangere. Argento, anche oro vi do, se mi porterete i clienti che vi indicherò. Ho fiuto per scoprire i migliori…” Afferrò la tenda grigia e la sollevò, scrutando la piccola piazza ormai gremita di gente. “Sono più di quanti sperassi” sussurrò. “Ladri, traditori… Sarà una giornata difficile. Al tramonto sarò a pezzi.”
Ghita lo guardava intensamente. “Sei strano… Come faccio a fidarmi?”
“Non è strano.” Melissa alzò il faccino verso la sorella. “Lui è un uccello. Come Brufo.”
“Un uccello che parla.” La voce di Ghita tremò. “Cos’hai sotto il mantello?” (fin qui già rivisto)
Trascorse qualche istante di silenzio, rotto solo dai sibili e dallo zoccolare della capra in gabbia. “Tua sorella ha appena smesso di piangere. Forse è meglio se non te lo dico.” L’Avvoltoio si strinse nel mantello.
“Ma se vi dico chi dovete correre a chiamare, mentre io rimango qui nascosto, lo andrete a prendere? Lo convincerete ad ascoltare la mia offerta?” S’interruppe per osservare Ghita. “Lo so cosa pensi: chi le comprerebbe le tue bestioline?” (“Lo so che pensate che nessuno comprerebbe le mie bestioline.”) Scosse la testa. “E’ vero, la mia capretta ha un aspetto misero. E latte velenoso. Ma pensate, chi ha un ospite sgradito da servire, avrebbe il modo perfetto per esser sicuro che non si farà più vedere (potrebbe star sicuro che quello non si farebbe più vedere). Né da lui, né da nessun altro.” Aprì il bauletto pieno di scarafaggi, ne prese un paio e con un gesto fulmineo sfregò una contro l’altra le teste, che presero fuoco. “E questi possono tornare molto utili quando manca legna per illuminare la casa di qualcuno…o se devi bruciarcelo dentro.” I suoi occhietti si posarono sulle bambine. Per un attimo, sembrò che qualcosa di vivo si agitasse anche in fondo a quelle due sfere nerissime. “Non è quello che fareste anche voi, agli uomini che vi hanno portato via i vostri genitori?”
“Sì” disse Melissa. L’Avvoltoio sembrò sorriderle. Ghita si mise davanti alla piccina, che si sporgeva dietro di lei. “Lascia stare mia sorella” sibilò.
”Come ti chiami?” Melissa fece di nuovo capolino.
”Lascialo stare Meli, ci parlo io.”
“Hanno pottato via mamma e babbo… Dove? Lontano?” Il labbro della piccina iniziò a tremare. “Tu lo sai?”
“No, non lo so” rispose l’Avvoltoio. “Ma potrei ritrovare chi ve li ha strappati via (così presto).” Per la prima volta sfiorò il braccio di Ghita. (Quello strano, pulsante contatto, le strappò una smorfia di disgusto, ma la bambina non si mosse.) “Io non ho un vero nome. I nomi vanno bene per le cose che non cambiano mai. Dai un nome a un essere umano o a un cane… perché dal primo giorno che li vedi fino all’ultimo non cambiano poi molto, spesso sono solo più grassi. Io non sono rimasto lo stesso per più di tre giorni (alla volta). Dovrei avere migliaia di nomi.” Allungò gli artigli nascosti dal guanto, per stringere la mano della maggiore, che esitava. “Ma a voi non importa del mio nome, nè di oro e argento, vero? Voi volete che trovi quegli uomini. Volete che io aiuti voi a trovarli.” Ghita non rispose. “Non lo sai” sorrise l’Avvoltoio, “ma anche tu sei appena cambiata. Sei diversa da quando sei salita sul carro. Lo sento cosa vuoi adesso. (Vendetta.) Se lo vorrai, alla fine della giornata, potrai essere tu la mia ultima cliente.” Di nuovo le porse gli artigli inguantati. “Al tramonto avrai quel che cerchi.”
@Lidia Perfinta: Mi sembra che tu voglia giocare sul fatto che l’Avvoltoio alterna il tu e il voi, ma non so bene come “vedi” le cose. Ad esempio, una delle ultime frasi potrebbe essere invece questa:
“Ma a te non importa del mio nome, nè di oro e argento, vero? Tu vuoi che trovi quegli uomini. Vuoi che io aiuti voi a trovarli.”
Come al solito, tra parentesi ho messo ciò che è, a mio parere, eliminabile, oppure una possibile alternativa.
@Psicomama: Melissa mi piace sempre di più! Melissa e l’Avvoltoio…
9th marzo 2010 at 22:53
- Al tramonto…- Ghita sembrò esitare. Poi un’espressione risoluta le irrigidì le labbra. – Come sai di quegli uomini? Sono qui? – Ignorò la mano protesa.
- Non ti arrabbiare – disse Melissa. – Lui ha il cuore nero, deve piangere.
- Non dire scemenze – la rimbrottò la sorella.
- Mamma dice che le lacrime lavano il cuore nero.
- Farò come dici – Ghita si rivolse all’avvoltoio. – Io. Ma lascia stare mia sorella. Non ha neppure quattro anni. – Melissa rimarrà con te sul carro. Ci tratterai bene. E ci darai da mangiare. – Lo fissò in quei fori sfavillanti. – Solo fino al tramonto.
La piccola mano si allungò verso l’artiglio guantato.
9th marzo 2010 at 23:59
@Francesco.
No, in fondo al dialogo non era un gioco tra voi e tu. Era una svista. Mi spiace. In questi ultimi due giorni sono un po’ fritta dalla febbre e sono meno precisa. Farò più attenzione.
- So cosa pensi: chi le comprerebbe le tue bestioline. Mi piace questa, la frase con il due punti. ( E in questo caso, guardando Ghita, l’Avvoltoio si rivolge a lei. A volte deve farlo, perché è lei a fare resistenza. L’Avvoltoio deve “stringere” su di lei l’attenzione, ecco tutto.)
- Sul contatto viscido, mi piace che si specifichi “la bambina non si mosse”.
- Mi piace anche la tua frase tra parentesi su quello che avrebbe l’ospite sgradito che non si farebbe più vedere, né da lui né da nessun altro. Più diretto.
- sui genitori strappati via. Così presto si può togliere, sì.
- sul restare lo stesso più di tre giorni, via pure “alla volta.”
- Sulla vendetta. Temevo non fosse chiaro e si potesse fraintendere (un po’ com’era successo con la scena della lingua tagliata, così avevo specificato.) Ma se pensi sia superfluo, togli pure.
10th marzo 2010 at 11:31
@Lidia Perfinta: Mi ero dimenticato di fare i dovuti apprezzamenti sul tuo ultimo pezzo. In particolare mi è molto piaciuto il discorso sui nomi fatto dall’Avvoltoio e la sua allusione al cambiamento di Ghita (non mi è sfuggito che tieni sempre presente la proposta creativa). A dire il vero spererei che un tale cambiamento potesse essere subito anche, e inaspettatamente, dall’Avvoltoio…
Terrò conto delle tue precisazioni circa i miei interventi.
L’ultimo pezzo di Psicomama:
“Al tramonto…” Ghita esitò. Poi un’espressione risoluta le irrigidì le labbra. “Come sai di quegli uomini? Sono qui?” Ignorò la mano protesa.
“Non ti arrabbiare” disse Melissa. “Lui ha il cuore nero, deve piangere. Le lacrime lavano il cuore nero.”
“Non dire scemenze” la rimbrottò Ghita. “Farò come dici” si rivolse all’Avvoltoio. “(Io.) Ma lascia stare mia sorella. Non ha neppure quattro anni. Melissa rimarrà con te sul carro. Ci tratterai bene. E ci darai da mangiare.” Lo fissò un istante in quei fori sfavillanti, poi allungò la mano verso il guanto dell’Avvoltoio (gli artigli guantati?). (“Solo fino al tramonto.”
La piccola mano si allungò verso il guanto dell’Avvoltoio.)
10th marzo 2010 at 12:45
@Francesco. Cosa intendi per cambiamento? Nel senso dell’indole dell’Avvoltoio?
10th marzo 2010 at 15:55
Il mio pezzo:
“Molto bene.”
L’Avvoltoio tirò a sé Melissa.
“Non ho mai avuto con me dei piccoli umani.”
Quando la bambina si aggrappò al suo mantello, alcune penne grigie che lo coprivano si sollevarono mentre lei non guardava, e le fecero il solletico sotto il naso, poi dietro le orecchie.
Lei rise, scacciandole.
“Sarà interessante” fece la creatura. “Allora ti aspetteremo qui.”
Spinse la sorella maggiore giù dal carro.
“Non preoccuparti, la tua sorellina ti passerà le gabbie, per mostrarle ai miei…ai nostri clienti. Così potrai controllare che stia bene.”
Mentre parlava, l’Avvoltoio non guardava più Ghita. Aveva ripreso a scrutare la piazza. La sua testa scattava a destra e a sinistra, in cerca di un odore più forte degli altri.
“Trovata” mormorò infine. Indicava davanti a sé, una persona che si era appena accasciata sul bordo della fontana.
“Portami lei. Se andrà bene, con le prime monete puoi comprare frutta a quel carretto. Vai. Non resterà lì a lungo.”
Mentre Melissa osservava sua sorella correre via, l’Avvoltoio le circondò completamente la spalla minuscola con il suo artiglio ricurvo.
“Adesso è lei tua madre” le disse. “Le madri non sono quelle che ti danno da mangiare?”
La piccola guardò in su, verso l’essere che incombeva su di lei.
“Tu ce hai la mamma?”
L’Avvoltoio sorrise.
“Oh, sì. Mi ha dato da mangiare. Aveva un sapore ammuffito. Ma forse ci sono madri più buone della mia.”
Io ho parlato di una cliente. Pensavo a Gufa o a Brunilde. Ma adesso sono gli altri a doversi buttare. Se volesse farsi avanti Odo, basta una lieve modifica, un lui al posto di lei.
@Francesco. Sai cosa pensavo? Mi sono accorta che in quest’ultimo pezzo ci stava bene che il “voi” diventasse finalmente un “noi”. Quindi, alla fine, quando rimetteremo insieme i pezzi, magari si potrebbe trasformare tutti i “te” che io usavo per Ghita in “voi”. Potremmo lasciar perdere quella mia ipotesi del marcar stretto Ghita perché era reticente, e creare solo una contrapposizione voi e io, tra le piccole e l’Avvoltoio, che cesserà non appena inizierà il mercato e i tre si uniranno in questo strano sodalizio. Da quel momento esisterà solo un “noi”.
Che ne pensi? Potrebbe rendere tutto più chiaro e scorrevole?
10th marzo 2010 at 17:31
@Lidia Perfinta: Il mio cenno al cambiamento dell’Avvoltoio interpretalo come meglio credi. Eliminare il tu per una maggiore contrapposizione e poi fusione del voi e noi mi sembra ottimo.
Scusami se non ti segnalo i pochi interventi che ho fatto, ma il tempo in questo periodo scarseggia.
“Molto bene.” L’Avvoltoio tirò a sé Melissa. “Non ho mai avuto con me dei piccoli umani.”
Quando la bambina si aggrappò al suo mantello, alcune penne grigie che lo coprivano si sollevarono mentre lei non guardava. Le fecero il solletico sotto il naso, poi dietro le orecchie. Lei rise, scacciandole.
“(Allora) ti aspetteremo qui” disse la creatura alla sorella maggiore prima di spingerla giù dal carro. “Non preoccuparti, la tua sorellina ti passerà le gabbie, per mostrarle ai miei… ai nostri clienti. Così potrai controllare che stia bene.”
Mentre parlava, l’Avvoltoio non guardava più Ghita. Aveva ripreso a scrutare la piazza. La sua testa scattava a destra e a sinistra, in cerca di un odore più forte degli altri.
“Trovata” mormorò (infine) (dopo qualche istante). Indicava davanti a sé, una persona che si era appena accasciata sul bordo della fontana.
“Portami lei. Se andrà bene, con le prime monete potrai comprare frutta a quel carretto. Vai. Non resterà lì a lungo.”
Mentre Melissa osservava sua sorella correre via, l’Avvoltoio le circondò completamente la spalla minuscola con il suo artiglio ricurvo.
“Adesso è lei tua madre” le disse. “Le madri sono quelle che ti danno da mangiare, non è così?”
La piccola guardò in su, verso l’essere che incombeva su di lei.
“Tu ce hai la mamma?”
L’Avvoltoio sorrise.
“Oh, sì. Mi ha dato da mangiare. Aveva un sapore ammuffito. Ma forse ci sono madri più buone della mia.”
Siamo giunti brillantemente al dunque…
Ne approfitto allora per fare un appello al Lupo Cattivo, Ignacio, Gabriele, piadone o chiunque altro abbia voglia di scrivere anche solo 2 o 3 righe, affinché lo faccia…
10th marzo 2010 at 23:57
Sì, siamo giunti al dunque con una rapidità inaspettata.
Piacevole sorpresa.
Mi sento personaggio in mano ad un regista.
Piacevole abbandono.
Non decido più niente e, come le mie bambine,
mi lascio guidare.
Questa esperienza di incontro con altri,
estranei,
e me stessa
mi ammalia.
Mi siedo sul mio sasso e attendo.
Scusate,
ho avuto un rigurgito della poetessa pazza.
PS: Ho comprato l’acchiapparatti; splendido!
Non vedo l’ora di cominciarlo.
11th marzo 2010 at 20:43
L’ho comprato anch’io, questa mattina
Prima lo leggerò io, poi mio fratello. Ti faccio sapere presto cosa ne penso.
Intanto aspettiamo l’arrivo dei nostri al mercato. Gufa e gli altri.
12th marzo 2010 at 00:22
@Psicomama: Le poetesse pazze sono le benvenute! Bella riflessione.
Sono contento che l’oggetto-libro ti piaccia e sono proprio curioso di sapere quanto troverai migliorato “L’acchiapparatti”.
Aspettiamo domani sera. Se non dovesse farsi viva Gufa, Brunilde, Odo o chissà chi altri, “prendo” io uno di loro.
@Lidia Perfinta: A tal proposito, mi racconteresti qualcosa della situazione di Odo? Mi pare che avessi parlato di una menzogna dell’Avvoltoio…
Bello sapere che leggerai “L’acchiapparatti”
Aspetto trepidante il tuo responso. E quello di tuo fratello.
12th marzo 2010 at 05:58
@Francesco.
Odo. Sì, dunque, leggendo il suo pezzo siamo venuti a sapere che c’era stato un attacco a Fontecheta (lui si trovava a Fortevia, giusto?)
Se quel fatto lo intendiamo accaduto prima dell’arrivo dell’Avvoltoio al mercato, si potrebbe fare così. Essendo soldati e mercenari non sempre degli agnellini (figurarsi poi nel medioevo), l’Avvoltoio, vedendone una quantità, ha pensato che attirarne un po’ con la falsa notizia di un attacco. Questo avrebbe aumentato i suoi possibili clienti. Solo contadini e ubriaconi non gli bastavano, anche se, con suo stupore, si rivelano all’olfatto più inclini al crimine di quanto non sperasse. Ecco, l’idea di attirare anche dei mercenari in cerca di gloria gli era sembrata buona.
Così ha sparso la voce (scegli magari tu il modo migliore), a Fortevia, di Fontecheta sotto assedio.
Appena gettata l’esca, si sarebbe messo subito in viaggio per Fontecheta. L’unica cosa di cui non sono ancora certa, ma a cui potresti rimediare tu, è il motivo per cui avrebbe scelto proprio quel paese.
12th marzo 2010 at 06:00
ops. Ha pensato di attirarne, di! Non che. Uff!
Comunque, anche a vedersi, questo tuo libro è bello, e l’inizio è già divertente.
13th marzo 2010 at 09:25
@Lidia Perfinta: La possibilità di chiamare in causa Odo la teniamo da parte.
Intanto, per essere il più breve possibile, proseguo la storia di Brunilde e te la servo su un piatto d’argento. Naturalmente mi riservo la possibilità di tornarci su.
Di fretta percorse la piazza, un brutto presentimento nel petto. Superò la fontana, si infilò tra i due carri che chiudevano l’angolo della piazza e si affacciò sul selciato retrostante.
“Non è possibile” sussurrarono le sue labbra.
Non c’era. La bancarella della vecchia Clelia non c’era. Mosse altri due passi per vedere se sul lato nascosto… No, neppure lì. Non c’era. Non era venuta quella mattina. Altrimenti sarebbe stata lì, come sempre, accanto alla porta del fienile.
Brunilde si voltò indietro, la disperazione nel cuore. Come faceva senza l’unguento della vecchia?
Diede un’altra inutile occhiata al selciato, poi tornò nella piazza. Non poteva rientrare nella sua stanza senza niente. Gli ambulanti disponevano le merci, i primi clienti scrutavano sui tavolati. La mascella molle, gli occhi di Brunilde scivolarono persi fra banchi, carri, carretti e bancarelle.
13th marzo 2010 at 17:11
Sono stato in difficoltà e ci ho messo un po’ prima di scrivere perché non mi tornavano i tempi. Gufa era arrivata di sera e doveva fare il colpo la notte. Invece il mercato c’era di mattina. Poi alla fine ho risolto quando ho pensato che poteva aver fallito il colpo. Anzi, proprio per la forzatura è uscito qualcosa che mi è sembrato più insolito. Ho scritto questo:
Gufa era stremata nonostante avesse comunque dormito qualche ora. Aveva aspettato ore in piedi nel buio e lui non era arrivato. Uscì dalla stalla togliendosi il fieno di dosso. Era di nuovo impresentabile e aveva un’altra notte di fatica sulle spalle. La luce del sole la investì facendole strizzare gli occhi. Uomini e donne sfilavano con gabbie e animali, o si attardavano a discorrere in crocchi. Si avviò verso la piazza e si guardò intorno. Lì dietro doveva esserci il fiume. Si sarebbe lavata. E magari qualche pollaio.
Attraversò lo spiazzo evitando i carri che venivano spostati. La piazza era grande e si preparava il mercato. Sulla sinistra, in fondo, un grosso carro stazionava accanto all’unico albero. Accanto all’albero un carretto di formaggi incustodito. Gufa si fermò. Era affamata.
Due donne la oltrepassarono ciarlando. Portavano due pesanti secchi d’acqua per uno. La fontana! Gufa fissò davanti a sé la grande struttura di pietra della fontana.
Prima di tutto avrebbe bevuto.
14th marzo 2010 at 05:57
@Francesco.
Hm, però adesso siete tu e Psicomama a dover scambiare un paio di battute. Ghita deve portarmi Brunilde, e Gufa
Poi sentiremo di cosa ha bisogno questa insolita prostituta, e la nuova arrivata, Gufa.
Attendo sviluppi.
14th marzo 2010 at 16:36
D’accordo; è tempo di buttarsi. Non è facile perché mi devo impossessare momentaneamente del personaggio di un altro… ma questo è il gioco, temo di non poter fare altrimenti. Tenterò di essere discreta e delicata, restando dal punto di vista di Ghita. Ma mi trovo costretta, proprio per essere coerente con il punto di vista, a descrivere esteriormente la donna. Mi sembra inevitabile incontrare prima Gufa che si trova presso la fontana come la donna descritta dall’Avvoltoio. Ma sono preoccupata perché mi è sembrato di capire che Ignacio ci tiene particolarmente al suo aspetto. Ha i capelli neri e lisci se ho capito. Bé, io cerco di descriverla bella ma stanca come credo voglia il suo inventore!
E ci metto necessariamente un po’ del mio…
Vediamo.
La bambina si avvicinò titubante alla donna. (Osservò il suo riflesso nella fontana.) Sembrava stremata. Appoggiata pesantemente con entrambi i palmi sul bordo di pietra fissava la superficie dell’acqua con un’espressione tirata. I capelli appuntati dietro le orecchie scivolavano lisci ai lati del viso. Sembravano fatti dell’olio nero con cui mamma tingeva la iuta. Ghita rimase ferma ad osservarla, ancora incerta (tentando di immaginare le sue intenzioni.) La donna si raddrizzò faticosamente e portò lo sguardo su di lei. La fissò freddamente (qualche istante prima di sorridere).
– Una bambina cenciosa. È un po’ che sei lì, cosa hai da guardare?
Ghita rimase senza fiato, ammaliata da quegli occhi scintillanti. Qualsiasi fatica non sarebbe bastata a cancellare la bellezza di quel volto.
Faticò a trovare le parole – Seguimi signora – balbettò. – Qualcuno vuole parlare con te e… e mi ha mandato a chiamarti.
L’espressione della donna sembrò irrigidirsi all’improvviso. I suoi occhi si mossero rapidamente intorno con inquietudine.
– Portami da lui – sussurrò.
PS: Non sono sicura delle frasi fra parentesi. La prima l’ho messa perché non mi tornava che Ghita vedesse il viso della donna, essendo dietro di lei.
15th marzo 2010 at 09:09
@Ignacio: Mi ero reso conto del problema dei tempi. Avevo pensato di cambiare qualcosa nei pezzi precedenti di Gufa, ma così come l’hai risolto tu va benissimo. Il brano che hai scritto è bello… Una domanda mi sorge spontanea: Gufa è ossessionata dalla pulizia? Se così è, ci possiamo giocare, altrimenti forse potremmo “ridurre” il suo continuo bisogno di lavarsi…
Ecco il tuo brano:
Gufa era stremata. Aveva aspettato in piedi nel buio per ore, ma lui non era arrivato. Si era lasciata andare al sonno soltanto a notte inoltrata.
Uscì dalla stalla poco dopo l’alba, cercando di togliersi tutto quel fieno di dosso. Era di nuovo impresentabile e aveva un’altra notte di fatica sulle spalle. La luce del sole la investì facendole strizzare gli occhi.
Si stava già preparando il mercato. Uomini e donne sfilavano con gabbie e animali, si salutavano e si attardavano per discutere del più e del meno.
Gufa si avviò verso la piazza, guardandosi cauta intorno. Aveva sete, ma il fiume doveva essere lì dietro. Attraversò lo spiazzo evitando i carri che venivano spostati. La piazza che avrebbe ospitato il mercato era piuttosto grande. Sulla sinistra, in fondo, un grosso carro stazionava vicino all’unico albero. Accanto, un carretto di formaggi incustodito. Gufa si fermò. Era affamata.
Due donne la oltrepassarono ciarlando. Portavano pesanti secchi d’acqua. La fontana! Gufa fissò davanti a sé la struttura di pietra della fontana.
Intanto avrebbe bevuto.
@Lidia Perfinta: Per far tornare le cose e andare avanti, potete anche operare cambiamenti nei pezzi precedenti…
@Psicomama: Perfetto, hai sistemato le cose, per giunta con un bel passaggio.
La bambina si avvicinò titubante. La donna sembrava stremata. Entrambi i palmi sul bordo di pietra della fonte, fissava la superficie dell’acqua con un’espressione tirata. I capelli appuntati dietro le orecchie scivolavano lisci ai lati del viso. Sembravano fatti dell’olio nero con cui mamma tingeva la iuta. Ghita rimase ferma ad osservarla, ancora incerta. La donna si raddrizzò faticosamente e portò lo sguardo su di lei.
“È un po’ che sei lì, cos’hai da guardare?”
Ghita rimase senza fiato, ammaliata dagli occhi scintillanti della donna. Qualsiasi fatica non sarebbe bastata a cancellare la bellezza di quel volto.
Faticò a trovare le parole. “Seguimi signora” balbettò. “Qualcuno vuole parlare con te e… e mi ha mandato a chiamarti.”
L’espressione della donna sembrò irrigidirsi. I suoi occhi si mossero rapidamente intorno con inquietudine.
“Portami da lui” sussurrò.
15th marzo 2010 at 10:42
@Ignacio e Francesco.
Sul cambiare i pezzi precedenti. Sapete, nel mio secondo pezzo, quello in cui l’Avvoltoio arrivava al mercato, avevo fatto delle modifiche all’ultimo momento, perché appena prima di spedirlo, era apparso il pezzo su Gufa e quindi avevo cancellato un dettaglio che ora mi pare quasi incredibile! Magari posso reinserirlo.
In realtà, la prima persona che vedeva l’Avvoltoio dalla piazza, era una ragazza che usciva di soppiatto dal fienile. Aveva l’aria furtiva e paglia nei capelli. E quando si accorgeva di essere stata vista, tornava subito dentro. Dato che però Ignacio aveva scritto il suo pezzo, che non coincideva con la mia immagine di Gufa nel fienile, l’avevo cancellata e avevo scelto di descrivere il misterioso amante di Brunilde. Che ne dici, Francesco, posso cambiare e tornare alla mia prima versione?
Stasera è il mio turno. L’Avvoltoio è impaziente di sapere come potrà essere utile a questa pericolosa donzella!
15th marzo 2010 at 20:25
Il mio pezzo (l’Avvoltoio che accoglie Gufa)
La tenda del carro si alzò con un fruscio, quando donna e bambina si avvicinarono.
Il visino pallido di Melissa fece capolino, ma fu una voce distorta e gracchiante a rivolgersi alla donna.
“Qualunque piano ti abbia condotta qui, so che stanotte è fallito. Ma non è tutto perduto. Puoi ancora raggiungere il tuo scopo. Non temere. Se non sarai soddisfatta, torna pure al tramonto a riprenderti ciò che avrai pagato. Dimmi di cosa hai bisogno e io mi farò in quattro per te.”
15th marzo 2010 at 21:29
Lidia Perfinta: Scusami se non ho risposto prima al tuo messaggio precedente… Forse inizio a perdere qualche colpo ma, ahimé, le ansie per l’uscita del libro mi stanno già logorando.
Per ciò che riguarda il tuo quesito, fai come vuoi. Se pensi che ne valga la pena, modifica pure.
Sull’ultimo pezzo. L’Avvoltoio sta diventando esilarante… A questo punto ironia e sarcasmo si potrebbero anche enfatizzare. E poi ho due perplessità: la gestione del POV e i poteri dell’Avvoltoio.
Se siamo dal punto di vista di Gufa, la donna non può sapere il nome di Melissa. Se siamo dal punto di vista di Ghita, metterei “ma fu la voce distorta e gracchiante dell’Avvoltoio (oppure del mostro) a rivolgersi alla donna”.
Come fa l’Avvoltoio a sapere tutte quelle cose su Gufa? Mi piaceva l’idea di un olfatto soprannaturale, ma pur sempre un olfatto… Forse basterebbe una cosa così: “Ti sento, donna. Puzzi di rassegnazione. Eppure sotto sei ancora eccitata… No, non per un uomo, ma hai ancora addosso quell’odore, l’odore della tensione. Dovevi fare qualcosa di speciale, non è vero? Ma tu fidati, non è tutto perduto. Puoi ancora raggiungere il tuo scopo. Se non sarai…”
15th marzo 2010 at 23:12
Aiuto! Ma io da che punto di vista devo farlo??
Bo, io la sparo.
Lo sguardo di Gufa si spostò irrequieto dalle bambine alle gabbie.
“Cosa vendi? Come puoi aiutarmi?”
“Dimmi cosa devi fare” gracchiò l’avvoltoio.
Gufa fissò il buio sotto il cappuccio. “Cosa vuoi in cambio?” sussurrò. “Ho bisogno di un oggetto e per averlo devo uccidere l’uomo che lo indossa” aggiunse.
15th marzo 2010 at 23:13
Anzi:
“Cosa vuoi in cambio?” sussurrò Gufa. Fissò il buio sotto il cappuccio. “Ho bisogno di un oggetto e per averlo devo uccidere l’uomo che lo indossa” aggiunse.
16th marzo 2010 at 05:12
@Francesco.
Sono rimasta al punto di vista Avvoltoio o bambine. Non ho aggiunto quello di Gufa, ecco perché ho usato quello di Ghita. In effetti, sta diventando un problema anche per me capire che punto di vista usare…Forse sarebbe meglio deciderlo insieme e poi adeguarci tutti. Altrimenti, la faccenda si fa ardua.
Sui poteri dell’Avvoltoio. L’Avvoltoio non sa molto su Gufa. Ma quando modifico il pezzo, il secondo, vedrai che aveva visto in mano a Gufa un coltello. Aggiungici l’aria furtiva e non ci vogliono questi grandi poteri sovrumani per intuire cosa avesse in mente.
E’ solo che non ho ancora modificato il pezzo precedente. Comunque, se vuoi usare la modifica che hai suggerito, fai pure.
Un altro problema: ho usato il nome Melissa per non ripetere fino alla nausa la parola bambina. O introduciamo che le bambine (magari l’ha fatto Melissa) hanno detto il loro nome all’Avvoltoio, oppure che l’ha chiesto lui.
Forse questo è il momento, prima di procedere, di metterci d’accordo su alcune cose:
- punto di vista (quale usare). Qui allora molte frasi sulle riflessioni di alcuni personaggi finiranno per sparire o saranno messe in modo diverso.
- La storia.
Pensando a una storia corale, fatta di tanti episodi, i primi due pezzi (Personaggio, descrizioni) li terrei così per tutti. La storia inizia magari con il pezzo di Ghita e sua sorella, poi Gufa, Odo e Brunilde. L’ultimo pezzo sarebbe quello dell’Avvoltoio, che sta arrivando.
Poi invertirei: il primo pezzo delle descrizioni sarebbe quello dell’Avvoltoio che arriva al mercato. E’ lui il personaggio che in qualche modo farà incontrare tutti quelli che abbiamo visto prima. In questa giornata particolare, tutti loro faranno questo strano incontro, e a seconda dei loro intenti, le loro vicende ne saranno più o meno toccate.
Ma a questo punto, arrivati al mercato, forse dobbiamo scegliere quale punto di vista far prevalere. Ho difficoltà a proseguire. Non dico di riscrivere già tutto. Questo lo faremo alla fine. Ma almeno mettiamoci d’accordo sul punto di vista, che dici? Ne avrei proprio bisogno. Ci sono tante cose che direi sull’Avvoltoio, sul modo in cui guarda gli altri, ma se il punto di vista non è il suo, mi paiono inutili, potrei concentrarmi fin da subito su altro.
Aspetto il tuo parere. E quello degli altri (Ignacio, ti capisco!) La faccenda si fa sempre più interessante, ma anche bella intricata.
16th marzo 2010 at 05:32
Pardon! Ho dimenticato un pezzo.
Mentre scrivevo stavo già riflettendo sulle modifiche che hai suggerito. Sì, per me vanno benone.
- Sul punto di vista. Per ora usiamo quello di Ghita, quindi aggiungi pure voce gracchiante del mostro. Poi decideremo il da farsi.
- Sulla frase rivolta a Gufa. Sì, la mia era troppo sottile e carica di sottintesi. La semplice intuizione dell’Avvoltoio derivava da una mescolanza di fiuto e vista: aveva visto poco prima Gufa con l’aria furtiva, un coltello in mano, e la ragazza aveva un odore di rabbia e sconfitta, ma più importante ancora, non puzzava di sangue. Quindi, qualunque cosa avesse avuto in mente di fare, aveva fallito.
da Yoda: Star Wars, discorso sul lato oscuro, ih, ih, ih)
Però, appunto, la cosa si fa troppo sottile. Troppe possibilità di non afferrare il punto. Meglio la tua proposta…”più rapida, più facile, più seducente” (
16th marzo 2010 at 10:23
@Lidia Perfinta: Mi hai anticipato. Le tue osservazioni sono già scritte su uno dei miei quadernetti, ma non le avevo ancora riportate qui perché non sapevo se fosse o meno il caso di dedicare un post alla faccenda.
@Tutti: Per quel che riguarda il POV, teniamo duro e cerchiamo di andare avanti “a senso”. Purtroppo ho l’impressione che dovremo aspettare di aver capito qualcosa su come organizzare le storie alla fine. Ora come ora, comunque, anche a me pare che lo scenario più probabile sia quello di un unico lungo racconto a più personaggi. Uno dei post finali per questa prima serie di micro-storie potrà per l’appunto riguardare il POV e la traccia potrebbe consistere nel sistemare i pezzi. Nel macro-racconto, saltare di personaggio in personaggio, di POV in POV, magari lasciando una riga bianca per segnalarlo, potrebbe anche creare un buon effetto, alla fine.
Un altro problema è quello dei dialoghi tra i personaggi: perché la cosa funzioni le battute dovrebbero susseguirsi in maniera veloce, senza tutto quel contorno che, al momento, finisce per comparire nei pezzi. Forse potremmo tentare di fare scambi più veloci e in ogni caso, alla fine, ci torneremo su. Lasceremo ‘vivo’ il post sui dialoghi più a lungo del previsto. Questo forse mi potrebbe anche tornare comodo visto che, come detto, sono in un momento particolare… Sto addirittura pensando di eclissarmi dietro alla figura di Zaccaria (che nei casi di bisogno mi viene in soccorso) e cedergli la parola per un paio di settimane. Questo, di certo, non contribuirebbe a portare ordine nel blog, anzi…
Siamo in una fase sperimentale. Io direi che potremmo tentare di andare avanti fino a concludere questa prima storia, per poi ripartire cercando delle soluzioni più semplici e abbordabili per tutti. L’impressione è che adesso sia veramente difficile, per qualcuno che non ha partecipato finora, contribuire alle storie. Oppure, non so, potremmo anche decidere di andare avanti così… Chi ci sarà, ci sarà.
16th marzo 2010 at 11:58
@Francesco. La tua mi sembra una buona soluzione per ora. Bene. Allora per quanto mi riguarda rimarrò sul pdv dell’Avvoltoio e solo suo; inoltre, fino alla fine di questa lunga parentesi di dialogo, non aggiungerò più nulla che non sia esclusivamente dialogo.
Mi tuffo in apnea, i commenti li farò dopo. Spero di tornare a galla eh!
Ciao! (P.S. Mio fratello è a metà del tuo libro e gli piace proprio tanto).
16th marzo 2010 at 17:15
@Lidia Perfinta: Per tirare le fila, direi che prima ci “occupiamo” di Gufa (mi pare che l’Avvoltoio possa rispondere), poi di Brunilde e dopo, eventualmente, di Odo. A dire il vero se qualcuno si facesse vivo per Brunilde (Psicomama o anche un pochino tu con l’Avvoltoio per descrivere l’avvistamento della prostituta e l’invio di Ghita) si potrebbero affrontare i dialoghi dell’Avvoltoio con le donne in “contemporanea”. Nel racconto finale le due cose potrebbero non influenzarsi e, giusto per chiarire, dovremmo pensare che il dialogo con Brunilde avvenga successivamente a quello con Gufa. Così, tanto per incasinare ulteriormente le cose.
Che bello sapere che a tuo fratello l’acchiapparatti piace tanto! Ma Sabatino l’ha già incontrato?
E tu, l’hai letto? Non so bene a cosa tu ti riferisca quando dici che ti tuffi in apnea, ma anch’io mi sento un po’ in apnea.
16th marzo 2010 at 18:18
Anche io sto leggendo il tuo libro – l’ho quasi finito – e sono incredula! Lo potevo già immaginare dal tenore del tuo blog; si vede che scrivi bene. Ma il libro mi era già piaciuto tantissimo, non immaginavo fosse così… “diverso”. In effetti, di fatto, non lo è molto, ma “il modo” in cui è scritto è “altro” ed è ovunque. E’ come se fosse lo stesso libro ma adulto, maturato… La storia mi è sempre piaciuta, e anche la genuinità – se si può dire – dei personaggi. Ma adesso è il libro nella sua interezza che rispecchia quello che cerco dalle pagine di altri mondi. Smarrirmi completamente, senza inceppare sulle imperfezioni – che comunque perdono – scivolando fra le immagini che si schiudono parola dopo parola, come solo la vera Letteratura sa farmi fare.
Non so se dovrei aspettare di arrivare alla fine, ma credo che farò prima la recensione su Anobii. Un po’ per arginare l’entusiasmo – sennò ti invado il blog! – un po’ perché il libro merita di viaggiare e quindi di essere aiutato a viaggiare!
17th marzo 2010 at 00:13
@Psicomama: Invadi pure il blog quanto vuoi!
Grazie. Le tue parole mi hanno toccato. Più di quanto avrei sperato.
17th marzo 2010 at 05:40
@Francesco. Vado in apnea, perché da ora (hm, dal messaggio prossimo, ormai), non farò altri commenti ma scriverò solo il dialogo. A questo mi riferivo.
Ora rifletto e per mezzogiorno spedisco il pezzo. E da quel momento sarò in silenzio stampa.
(Sì, ha già incontrato Sabatino e, come previsto, mio fratello ha apprezzato molto. Ma anche Pelle e Ossa. No, io aspetto che finisca lui il libro, poi è il mio turno).
Bene, vado a riflettere (e a svegliarmi meglio).
17th marzo 2010 at 10:43
@Lidia Perfinta: Avevo più o meno capito. E già mi manca un po’ l’aria.
17th marzo 2010 at 22:49
Non si va avanti?
Cos’è questa storia dell’apnea? Devo andare in apnea anch’io?
18th marzo 2010 at 13:42
Scusate, è un po’ di giorni che ho la febbre alta e non ce l’ho fatta a postare il pezzo. Provo stasera.
@Psicomama.
Sull’apnea. Era Francesco che aveva suggerito meno commenti e più pezzi solo di dialogo. Da qui l’andare in apnea di commenti per concentrarsi solo sui pezzi… Se mai riuscirò a sentirmi meno da schifo!
18th marzo 2010 at 16:33
@Lidia Perfinta: Innanzitutto spero che tu ti riprenda al più presto e torni a dare ossigeno a questo blog.
Poi una precisazione. Temevo che le mie parole potessero dar luogo a una lieve incomprensione… Quando parlavo di contorno ai dialoghi, non intendevo i commenti extra-testo, ma quelle frasi evitabili nei pezzi stessi (mi pareva che questo nostro modo di procedere a più mani deformasse la struttura e la fluidità delle battute, intercalando troppe descrizioni). Riguardo ai vostri commenti, sia che non abbiano a che fare con i brani sia che siano di commento ad essi (anzi questo aspetto di confronto a me pare molto interessante e costruttivo!), sono sempre ben accetti e graditi.
Detto questo, per quel che riguarda la mia apnea, a dire il vero quando ho scritto di sentirmi un po’ in apnea mi riferivo a più aspetti-motivazioni tra cui l’uscita del libro nelle librerie, la lettura (e il responso) dell’acchiapparatti da parte di Lidia e del fratello, il silenzio stampa…
18th marzo 2010 at 16:53
@Francesco.
Ah, ok! tutto chiaro adesso!
Comunque, ho preso una bella tachipirina e così eccomi di ritorno.
Lo sguardo di Gufa si spostò irrequieto dalle bambine alle gabbie.
“Cosa vendi? Come puoi aiutarmi?”
“Dimmi che cosa devi fare” gracchiò l’Avvoltoio.
“Cosa vuoi in cambio?” sussurrò Gufa. Fissò il buio sotto il cappuccio. “Ho bisogno di un oggetto e per averlo devo uccidere l’uomo che lo indossa” aggiunse.
“Se ti interessa solo quello che indossa, il corpo di quell’uomo potresti proprio farlo sparire. Con questi.”
Con un cenno del capo, l’Avvoltoio indicò il bauletto. Melissa lo prese e lo porse alla donna.
Quella lo aprì e fece una smorfia.
“Cosa me ne faccio degli scarafaggi? Mi prendi in giro?”
“Due pezzi d’argento, e sono tuoi. Non dovrai nemmeno sporcarti le mani” disse l’Avvoltoio. “Queste bestioline sono nate fra le rocce di un vulcano. S’infilano sotto i vestiti, e se le antenne si sfiorano…fanno scintille. Il tuo uomo sarà un mucchio di cenere prima di capire che gli è successo.”
18th marzo 2010 at 22:14
Aiuto! Non mi tornano più le cose con quello che ho scritto. Vabbè, provo a risolverla con la storia. Scusate!!!
Gufa fissò gli insetti con diffidenza poi il suo sguardo si mosse ancora inquieto fra gli scaffali. Tornò a scrutare incerta il venditore. Poteva essere vero quello che aveva detto? D’altra parte è proprio quello che mi serve, pensò. Cercò nella tasca e ne trasse un sacchetto. Contò i soldi. Poi si arrestò.
“Il mio pugnale funziona ancora” disse. “E non voglio rufolare nella cenere rischiando che quello che voglio si danneggi.” Fissò il venditore. “Doveva presentarsi in un posto ieri sera. Non è venuto e non tornerà. Devo attirarlo a me. Devo farlo venire.”
18th marzo 2010 at 22:45
In me sorge il bisogno di un compendio di quanto approvato fin d’ora perché non riesco a seguire il filo, tutto spezzettato com’è il testo fra i commenti.
Ho dovuto fare un faticoso copia incolla e crearmi un file.
Comunque ho avuto un’idea e mi permetto di prendere parola. (Perché struggevo non potendo far nulla. Qui si parla di vulcani… Anche il mio vulcano frigge).
Scusate, sono un po’ brilla. Spero che il pezzo non ne risenta troppo.
Melissa tirò la veste logora dell’avvoltoio. Gettò la piuma che le era rimasta in mano. – Quella donna lì. –
L’avvoltoio fissò la figura. – Va da lei – ordinò a Ghita.
La bambina si mosse decisa. Raggiunse la donna che si guardava intorno spaesata. Si fermò davanti a lei.
La donna ricambiò il suo sguardo, accendendosi di speranza.
- Sei la nipote della Clelia? – sussurrò.
- Ho quello che cerchi – azzardò Ghita. – Vieni.
La donna la seguì senza esitare.
19th marzo 2010 at 00:22
Allarme rosso. Sento il bisogno di fare il punto, di tirare le redini. Le cose rischiano di sfuggirci di mano. Entro breve credo che dedicherò un post a questa esigenza…
I pezzi comunque sono belli, domani li ritocco (mi ero dimenticato di sistemare appena anche il penultimo di Ignacio); e se trovo il tempo infilo nella vicenda Odo.
Se ce la faccio cercherò anche di inserire i pezzi nelle micro-storie nel menù principale e in futuro tenterò di tenerle aggiornate. Sarà su quelle pagine che potremo discutere delle modifiche.
19th marzo 2010 at 05:25
@Ignacio.
Il fatto è che, non sapendo nulla dell’oggetto che cerchi, non posso sapere esattamente cosa “offrirti”.
Comunque, gli scarafaggi dissolverebbero solo la persona, non quello che ha addosso.
@Francesco.
Sì, lo pensavo anch’io già da tempo; bisogna fare il punto. Andare solo a senso non ha senso.
Anche sul fatto di scoprire gli intenti di ciascuno semplicemente andando avanti…secondo me non funziona. Bisogna organizzare le cose, darsi qualche informazione in più, prima di procedere, altrimenti si rischia di sprecare battute per niente. Per quanto mi riguarda, se all’Avvoltoio non si fa capire meglio di cosa si è in cerca, è un po’ difficile che riesca a rispondere a tono, senza mandare fuori pista le storie che gli altri hanno già immaginato.
19th marzo 2010 at 06:27
Io adesso preferirei aspettare il tuo prossimo post, Francesco, prima di continuare a scrivere. Vorrei saperne di più su come intendiamo andare avanti, e attendo con ansia che tu posti l’intero dialogo svolto finora (ancora provvisorio, lo so), per ripartire da lì. Da parte mia non ci saranno più commenti, solo pezzi. Sono le ultime scene in cui compare l’Avvoltoio, poi ci saranno solo le storie degli altri. Voglio concentrarmi al meglio e non disturbare gli altri, inframmezzando opinioni esterne alla storia con i pezzi da loro scritti. Per la correzione degli ultimi, non considerare quello mio sull’offerta degli scarafaggi. Dal poco che ha detto Ignacio, ho capito che non erano ciò che gli serviva, quindi mi faccio spiegare un paio di cose e gli offro la cosa giusta. Facciamola il più semplice possibile, che è meglio!
@Ignacio.
Ho capito che devi attirare quest’uomo. Bene. Ma dammi di più. Dimmi almeno dove vorresti attirarlo, o che tipo d’uomo è, altrimenti non so come aiutarti, mi mancano i dettagli fondamentali per immaginare una qualsiasi soluzione.
19th marzo 2010 at 15:59
Accolgo il suggerimento-richiesta di Lidia Perfinta. Spero di riuscire a fare quello che mi sono ripromesso nel fine settimana in modo tale da pubblicare il prossimo post al più per martedì.
29th marzo 2010 at 20:34
@Ignacio.
L’Avvoltoio si fece portare dalla piccola la gabbietta in fondo al carro. Gufa si alzò sulla punta dei piedi per guardare. Si sentì un flebile belato, simile a un miagolio.
“Che me ne faccio di una capra nana? Mi prendi in giro?” sbottò la donna.
“Credevo che per il tuo incontro speciale, ci volesse una bevanda speciale” disse l’Avvoltoio. “Il latte della mia capra potrebbe rendere il tuo amico più disposto a donarti quella cosuccia che vorresti da lui.”
Gufa strinse le labbra.
“Forse non hai capito. Non se ne separa mai. Solo da morto potrei prendergliela.”
“E’ esattamente quello che intendevo” sorrise l’Avvoltoio.
29th marzo 2010 at 23:25
@Lidia Perfinta: Bello. Perfetto… L’unica modifica forse potrebbe consistere nello spostare “sbottò la donna” dopo la prima domanda.
@Ignacio: Ricordati che l’Avvoltoio deve consegnare la capra (o soltanto il latte?) al tramonto… Dico bene Lidia, oppure adesso non è più necessario? Ad ogni modo, basta che Gufa accetti e magari chieda all’Avvoltoio che cosa vuole in cambio.
30th marzo 2010 at 05:55
Aggiungo e concludo già il pezzo (da parte mia):
La donna lo fissava sospettosa.
“Due pezzi d’argento ed è tua. Vieni a prenderla al tramonto. Portala in una stalla fredda, dalle paglia marcia, e mungila solo dopo che è calato il sole. Qualche goccia del suo latte faranno quello che il tuo pugnale non ha potuto.”
Nota:
Qui ricordo che devo ancora modificare il secondo pezzo, in cui la prima cosa che l’Avvoltoio vedeva al mercato era proprio Gufa che usciva da un fienile con un pugnale.
30th marzo 2010 at 09:07
@Ignacio e Francesco.
Scusate, mi sono accorta che ho già anche stabilito il prezzo. Se preferite far chiedere a Gufa cosa vuole l’Avvoltoio in cambio, non considerate il “due pezzi d’argento ed è tua.”
Ditemi voi se proseguire già da qui o far prima intervenire Gufa.
Nel caso decidiate di lasciare il pezzo così, Gufa potrebbe avere semplicemente un momento di esitazione, in cui riflette se è il caso di fidarsi e accettare.
30th marzo 2010 at 22:15
Mi sembra che Gufa deve semplicemente accettare, giusto?
Ok, lo faccio.
Gufa fissò la gabbia dubbiosa. La capra si voltò verso di lei. Due occhi vuoti la guardarono tristemente. Sembra una normale capra, pensò la ladra. Minuscola per giunta. Ma non ho nulla da perdere, si disse.
“Se non funziona tornerò a mostrarti che il mio pugnale funziona ancora mercante.”
@ Francesco: Non so bene come lo attirerò il tizio, a questo punto rischio di andare in tilt. Ma ho capito che sei un buon burattinaio quindi in qualche modo si penserà!
31st marzo 2010 at 01:11
@Lidia Perfinta: Forse evidenzierei di più il fatto che l’Avvoltoio rimane in qualche modo nascosto alla vista dei clienti.
@Ignacio: Molto bene, ma snellirei ancora un po’:
Gufa fissò la capra, dubbiosa. Gli occhi vuoti, tristi della bestia parvero ricambiare il suo sguardo. Sembra una normale capra, pensò la ladra. Minuscola per giunta. Ma non ho nulla da perdere, si disse.
“Se non funziona, mercante, tornerò a mostrarti che invece il mio pugnale funziona ancora.”
Brunilde mi pare sia già ‘pronta’, ma già che ci sono aggiungo il pezzo di Odo, l’Avvoltoio… Stesso soprannome di quel che non è solo un soprannome per la chimera. Su questo forse potremmo giocarci un po’.
“Avete tempo fino al quattordicesimo rintocco” urlò il capitano. “Ci riuniremo davanti a questo fienile e andremo a caccia di quei bastardi col favore delle tenebre.”
Pian piano il drappello si sparpagliò. I mercenari, poco più di una dozzina di uomini, erano partiti da Fortevia il pomeriggio precedente e avevano marciato per tutta la notte e la mattina successiva. Adesso, giunti a Fontecheta, erano sfiniti. Molti di loro si lasciarono cadere sull’erba e si misero a rovistare nelle sacche per estrarne borraccia e qualche avanzo del pranzo. Altri si distesero sul terreno e chiusero all’istante gli occhi.
A differenza dei commilitoni, nonostante la stanchezza Odo non riusciva a rilassarsi. Il pensiero dell’imminente scontro con i briganti e il suo bisogno di dimostrarsi all’altezza lo tormentavano. Rimase qualche tempo seduto a sgranocchiare del pane raffermo. Poi, insofferente, decise di addentrarsi in paese. Aveva notato un certo viavai e sperò in qualche incontro fortuito… Se non altro avrebbe potuto acquistare una fiaschetta di acquavite.
Si infilò tra il fienile e quella che doveva essere un’osteria. Si ritrovò in uno spiazzo sabbioso, vicino alle rive del Riomaggiore. Un paio di carri fermi, un crocchio di persone e un branco di maiali mal governati da un porcaro. Poco più in là, oltre un caseggiato di legno e pietra, nella piazza principale del paese ferveva d’attività il mercato.
Odo lo raggiunse a grandi passi. Notò la fontana al centro e ne approfittò per bere. Una volta che si fu dissetato iniziò a guardarsi intorno. La sua attenzione fu attratta da uno carro scuro, un po’ in disparte. Si avvicinò titubante.
31st marzo 2010 at 06:35
Sull’Avvoltoio nascosto.
Ma non l’avevamo già fatto? Gufa che lo guarda sotto il cappuccio, la creatura nascosta sotto la tenda del carro…
Comunque c’è sempre tempo per un’aggiunta. Provvederò, però speriamo di non creare ripetizioni.
31st marzo 2010 at 06:37
P.S.
Intendevo dire: non l’avevamo già evidenziato? Che è sotto la tenda si sa, che è Gufa che si sporge per vedere, l’abbiamo detto.
Ora preparo il pezzo con Brunilde e Odo, magari cercando di farli in contemporanea. A stasera.
31st marzo 2010 at 11:26
Lidia Perfinta: Sì, hai ragione… Avevo detto forse (senza in effetti ricontrollare come stessero le cose fino a questo momento), ma forse intendevo dire che dobbiamo mantenere l’attenzione su quel particolare.
Ho inserito Odo nella pagina con le micro-storie.
1st aprile 2010 at 21:36
“Non ne dubito. Ora va’, e torna prima che cali il sole” tagliò corto l’Avvoltoio.
Non era più interessato a lei, ma alla donna che la sorella maggiore gli stava portando. Nascosto fra le ombre che la tenda gettava sul carro, inspirò dal vento la fragranza di quella massa di capelli corvini.
La seconda donna era più alta e slanciata; quando si avvicinò, riuscì a sporgere il viso fin dentro il carro.
“Volevi vedermi?” lo apostrofò. “Cos’hai da nasconderti dietro una bimba? Vuoi conoscere le meraviglie di questo postaccio? Eccomi, sono tutta tua.”
“Non salire!” gracchiò l’essere. “Sono io che ho qualcosa da venderti.”
La donna fece scivolare a terra una lunga gamba bianca e ghignò.
“Tesoro, devo dirtelo. Non sembri un granché. Da quanti anni non fai un bagno? Non so che cosa puzza di più in te.”
“Anche il tuo corpo sa di troppe cose. Almeno dieci maschi, direi.”
L’Avvoltoio aveva preso la cesta dei serpenti.
“Voi umani siete strani. Tu sei viva, eppure lasci che altri si spartiscano il tuo corpo come i resti di una carogna.”
Il ghigno della donna sbiadì.
“Quello che lascio fare al mio corpo sono affari miei.”
“Scommetto che lo rivorresti indietro” disse l’Avvoltoio. “Il tuo corpo. Tenerlo solo per te, come i tuoi capelli. Non li lasci toccare a nessuno, vero? Solo quelli hanno ancora il tuo odore. Forse saranno proprio loro ad aiutarti.”
Ghita si guardava intorno, facendo finta di non trovarsi lì, di non aver capito che cos’era quella donna. Nella piazza erano arrivati molti uomini. Sembravano quasi…sì, erano soldati!
“E cosa potrei farci coi capelli? Strangolare un grasso mercante mentre gli salto in groppa?”
Presi l’uno dall’altra, la donna e l’essere sul carro non badavano a nient’altro.
“O convincerlo a portarti via da qui” suggerì l’Avvoltoio.
La donna rise sguaiata.
“Oh, sì! Ho capito. Gli sventolo i capelli in fronte e lui cade in mio potere! Quel tanfo che hai ti ha reso pazzo.”
Quando però vide sporgersi quella bimbetta dal carro, con la cesta che brulicava di serpenti, la sua sicurezza vacillò. Ma cosa volevano offrirle?
“Una treccia di serpenti non si noterebbe fra i tuoi capelli” disse l’Avvoltoio. “E al momento giusto potresti proprio scioglierla e sventolare i capelli. I serpenti lo morderebbero subito quel maschio sfortunato che sceglierai.”
La donna spostò lo sguardo dai rettili all’essere.
“Vuoi che uccida qualcuno?”
“Il veleno non uccide, distrugge solo ogni forza e volontà. Non avresti più bisogno di concedere a chiunque il tuo corpo. Potresti anche scegliere l’uomo più bello e potente di tutte queste terre e con qualche morso di tanto in tanto, lo renderesti il tuo schiavo.”
Mentre la donna sgranava gli occhi a quelle parole, l’Avvoltoio alzò di scatto la testa verso la fontana.
“Ne arriva un altro” sussurrò.
Mentre l’uomo si avvicinava, l’Avvoltoio rivolse un ultimo sguardo alla donna, ancora allibita.
“Torna da me al tramonto. Se non ti fidi che dei serpenti possano salvarti, magari pensa che morderanno te. In un modo o nell’altro la tua miseria sarà finita.”
1st aprile 2010 at 21:40
Piccola correzione (ripetizione)
Nella frase dell’Avvoltoio che dice di sciogliere la treccia e sventolare i capelli: togliere i capelli. Già usato nella frase prima.
2nd aprile 2010 at 09:58
@Lidia Perfinta: Molto bello ed “efficace”. Sono però intervenuto più del solito e in maniera un po’ frettolosa:
“Non ne dubito. Ora va’, e torna prima che cali il sole” tagliò corto l’Avvoltoio. Non era più interessato a lei, ma alla donna che la bambina più grande (oppure Ghita) gli stava portando. Nascosto fra le ombre che la tenda gettava sul carro, inspirò (dal vento) la fragranza di quella massa di capelli corvini.
La donna era alta e slanciata (oppure Questa donna era più alta e slanciata); quando si avvicinò, sporse il viso fin dentro il carro.
“Volevi vedermi?” lo apostrofò. “Cos’hai da nasconderti dietro una bambina? Vuoi conoscere le meraviglie di questo postaccio? Eccomi, sono tutta tua.”
“Non salire!” gracchiò il mercante (l’essere?). “Sono io che ho qualcosa da venderti.”
La donna fece scivolare a terra una lunga gamba bianca e ghignò.
“Tesoro, devo dirtelo. Non sembri un granché. E… da quanti anni non fai un bagno?”
“Anche il tuo corpo emana molti odori. Almeno dieci maschi, direi.”
L’Avvoltoio prese la cesta dei serpenti. “Voi umani siete strani. Tu sei viva, eppure lasci che altri si spartiscano il tuo corpo come i resti di una carogna.”
Il ghigno della donna sbiadì. (preferirei Il viso della donna sbiadì oppure Il ghigno della donna svanì).
“Quello che lascio fare al mio corpo sono affari miei.”
“Scommetto che lo rivorresti indietro” disse l’Avvoltoio. “Il tuo corpo. Tenerlo solo per te, come i tuoi capelli. Non li lasci toccare a nessuno, vero? Solo quelli hanno ancora il tuo odore. Forse saranno proprio loro ad aiutarti.”
Ghita si guardava intorno, facendo finta di non trovarsi lì, di non aver capito quale fosse il mestiere di quella donna. Nella piazza erano arrivati molti uomini. Sembravano… sì, erano soldati!
“E cosa potrei farci coi capelli? Strangolare un grasso mercante mentre gli salto in groppa?”
Presi l’uno dall’altra, la donna e l’essere (?) sul carro non badavano a nient’altro.
“O convincerlo a portarti via da qui” suggerì l’Avvoltoio.
La donna rise sguaiata.
“Oh, sì! Ho capito. Gli sventolo i capelli in fronte e lui cade in mio potere! Il tanfo che ti circonda ti ha forse reso pazzo?”
Quando però vide sporgersi la bambina dal carro, con la cesta che brulicava di serpenti, la sua sicurezza vacillò. Ma cosa volevano offrirle?
“Una treccia di serpenti non si noterebbe fra i tuoi capelli” disse l’Avvoltoio. “E, sì, al momento giusto potresti scioglierli e sventolarli. I serpenti lo morderebbero subito lo sfortunato maschio che sceglierai.”
La donna spostò lo sguardo dai rettili all’essere.
“Vuoi che uccida qualcuno?” (“Credi che voglio uccidere qualcuno?”)
“Il veleno non uccide, distrugge solo ogni forza e volontà. Non avresti più bisogno di concedere a chiunque il tuo corpo. Potresti scegliere l’uomo più bello e potente di tutte queste terre e con qualche morso di tanto in tanto, lo renderesti il tuo schiavo.”
Mentre la donna sgranava gli occhi a quelle parole, l’Avvoltoio alzò di scatto la testa verso la fontana: un uomo si stava avvicinando.
“Ne arriva un altro” sussurrò. Rivolse un ultimo sguardo alla donna, ancora allibita. “Torna da me al tramonto. Se non ti fidi che dei serpenti possano salvarti, pensa pure che morderanno te. In un modo o nell’altro la tua miseria sarà finita.”
Per far “incrociare” così le storie, ci sarebbero un po’ di problemi con i tempi… Odo sarebbe dovuto arrivare nel pomeriggio, non la mattina. Comunque ci penserò io. Intanto il pezzo di Odo:
Una donna dai lunghi capelli corvini era affacciata all’apertura sul retro (del carro). Probabilmente stava contrattando con il mercante. Odo si avvicinò ancora. Era a pochi passi quando vide la donna volgersi, un’espressione perplessa sul volto, e allontanarsi in tutta fretta.
Si guardò intorno; senza riuscire a capire che cosa lo spingesse a farlo, si affacciò all’apertura.
“Cosa vendete qui?” chiese.
2nd aprile 2010 at 15:13
@Francesco.
- Dovremo proprio aggiungere che le bambine si sono presentate all’Avvoltoio. Così risolvo questa questa questione del chiamarle Ghita e Melissa, invece che “sorella maggiore”, o “bambina più grande.” Poi vedremo.
- Sì, non serve dire che inspira il profumo dal vento.
-Piccola nota personale.
Ogni tanto dico “essere” perché ripetere all’infinito “Avvoltoio” mi stufa. Quando rivedremo il tutto cercherò un rimedio. Però è meglio che il termine mercante lo usiamo solo quando sono i clienti a parlare. Non nelle descrizioni, quando a parlare è il narratore. Non mi suona bene. Di solito io (io narratore) lo chiamo Avvoltoio o creatura (sì, o essere), ma mercante lo chiamano gli altri.
Quindi il gracchiò, se “essere” non ti va bene, lasciamo Avvoltoio.
- Sul ghigno che sbaidisce. Piccola svista; volevo dire viso.
- Magari possiamo far dire dall’Avvoltoio che “anche tu emani troppi odori”. Diciamo che è un po’ risentito e la vuole punzecchiare. Il “troppi” potrebbe esprimere la sua punta di stizza. Insomma, questa è una che si vende e gli va a dire che puzza! Guai a lei
- “Il tanfo che ti circonda” mi sembra un po’ troppo letterario per una prostituta, magari potremmo mettere semplicemente “il tuo tanfo ti ha reso forse pazzo?”
Gli altri cambiamenti mi sembrano ottimi. Ora penso a come avvicinare Odo.
2nd aprile 2010 at 15:17
Ultimo appunto: sul viso che sbiadisce. Non so perché avevo scelto quel verbo. Più semplice dire “sbiancò”, no?
2nd aprile 2010 at 21:45
@Lidia Perfinta: Alla fine sistemeremo sia l’eventuale “presentazione” iniziale delle due bambine all’Avvoltoio, sia il punto di vista (“l’essere” rientra in questa problematica).
“Anche tu emani troppi odori”: sì. E sì a “Il tuo tanfo ti ha reso forse pazzo?” (oppure “Il tuo (stesso) puzzo ti dà alla testa?”)
Più semplice (e comune) dire sbiancò… Ma mi pareva originale e tutto sommato efficace dire “Il suo viso sbiadì.” Come vuoi…
3rd aprile 2010 at 18:23
@Francesco. Se ti piace di più sbiadì invece di sbiancò, non c’è problema.
Posterò la mia parte di dialogo con Odo la sera di pasquetta. Intanto, ne approfitto per augurare una buona Pasqua a te, a Psicomama, Ignacio e a tutti gli altri che seguono il tuo blog.
Ciao!
3rd aprile 2010 at 23:17
Lidia: Perfetto. Buone feste anche a te.
Ne approfitto per augurare buone feste anche a tutti gli altri.
4th aprile 2010 at 10:29
Ciao a tutti,
sono tornata dalle vacanze pre-pasquali e ho trovato parecchio da leggere! Mi piace come stanno proseguendo i contrattamenti anche se ne sono un po’ fuori per giocoforza.
Mentre mi rilassavo in vacanza mi è venuta un’ideuzza per rientrare nel gioco da un’altra porta… Mi piacerebbe fare un personaggio nuovo. Semmai in un’altra storia; ci sarà dopo un’altra storia, no?
Ora vado al pranzo dai nonni con la famiglia. Siamo atei, agnostici e pessimisti ma ci piacciono le feste e il cioccolato!
PS: sto perdendo l’orientamento fra tutti questi post tra i quali si va di qua e di là. Mi sono accorta che forse dovevo mettere il mio commento al libro nella pagina del libro stesso… Ora tento dunque di ricopiarlo e di metterlo al suo posto. Meglio terdi che mai!
6th aprile 2010 at 06:15
Scusate, alla fine ieri sera ero troppo stanca e non ho acceso il pc.
Però stavolta la mia battuta sarà breve. Ho fatto parlare io Brunilde (in pratica ho conversato tra me e me). Ora vorrei che fossi proprio tu a parlare un po’ di più, Francesco. Vediamo un po’ cos’ha in mente Odo…e quali nuove idee può stuzzicare.
Il pezzo
“Dipende da cosa cerchi. Perché sei qui, soldato?”
6th aprile 2010 at 12:08
@Lidia: Non sono sicuro di aver capito. La domanda che hai scritto la porrebbe Brunilde a Odo?
Si può fare, basterebbe eliminare il cenno al fatto che la prostituta si allontana (togliendo “, e allontanarsi in tutta fretta”)… Ma un dialogo tra prostituta e soldato di ventura forse ci allontana dall’obiettivo di far “sistemare” al più presto anche Odo (dall’Avvoltoio).
Che ne pensi?
6th aprile 2010 at 12:21
@Francesco.
No, non pensavo a un incontro tra Odo e Brunilde. E’ sempre l’Avvoltoio che parla. Dal carro si rivolge a Odo, che nel frattempo (nel tuo pezzo) si era avvicinato. O avevo capito male? Era al carro dell’Avvoltoio che si avvicinava, vero?
6th aprile 2010 at 14:34
@Lidia: Ok. Ho capito: quando dicevi di aver fatto parlare Brunilde ti riferivi al tuo pezzo precedente e non alla frase sottostante.
Stasera o domani mi “occupo” di Odo… Sempre che qualcuno non voglia farlo prima.
8th aprile 2010 at 09:26
La voce apparteneva alla figura nascosta nell’ombra sotto al tendone del carro. Un mercante alquanto sinistro.
“Io… io veramente…”
“Avanti” lo incoraggiò una (la) bambina, d’improvviso sbucata a fianco dello strano mercante. “Che cosa vuoi?”
Odo guardò a destra e a sinistra, come se temesse di essere visto. “Qualcosa che mi dia forza. Devo affrontare dei briganti e…”
“Forza o coraggio?” gracchiò il mercante.
Odo non rispose.
“Ho quello che fa per te. Torna qui al tramonto. Con due pezzi d’argento.”
Si sarebbero rimessi in marcia al tramonto, pensò Odo. Ma avrebbe trovato il modo per tornare lì, prima della partenza.
“D’accordo” disse.
@Lidia: Direi che non è necessario mostrare le effettive “vendite” al tramonto. Nelle micro-storie riguardanti gli altri personaggi si potrebbe tranquillamente ripartire dal giorno dopo o comunque dalla notte. Tu, quando e se vuoi, potresti farci vedere che cosa succede all’Avvoltoio dopo il tramonto e dopo essersi “venduto”…
@Psicomama: Un’ulteriore scena (prima del tramonto) potrebbe essere quella riguardante lo “scambio” tra l’Avvoltoio e le bambine. Non so, a un certo punto Ghita o Melissa potrebbero chiedersi e chiedere alla chimera che cosa donerà loro. Sempre che tu abbia voglia di scriverla.
8th aprile 2010 at 11:10
@Francesco.
Infatti.
Più che una scena delle effettive vendite, pensavo a due o tre frasi riassuntive, di altre trattive solo accennate, di Ghita che fa avanti e indietro. Una breve scena,che si potrebbe concludere con Ghita al tramonto che:
- o riflette su cosa mai possa voler dar loro l’Avvoltoio e va ad accertarsene.
- oppure si convince sempre più, ripensando a tutta quell’assurda giornata, che lei da quella creatura non vuole avere niente, e vuole portare via sua sorella.
Alla fine di questa riflessione/azione, Ghita potrebbe andare verso il carro, alzare di scatto la tenda e…
Sai, mi era venuta l’ideuzza, sentendo che Psicomama aveva immaginato un finale, magari anche con l’Avvoltoio. Usare la scena della tenda che si alza come inizio di un finale “a bivio”.
Mi spiego.
L’alzata della tenda (o del sipario sull’ultima scena della nostra storia
), come punto da cui io e Psicomama concludere, ognuna a modo suo, la vicenda: secondo la propria immaginazione, secondo i nostri gusti.
Penso a Psicomama, perché i nostri personaggi sono quelli che hanno condiviso di più, che hanno davvero intrecciato le loro storie. Quindi è normale che entrambe abbiamo pensato a dei finali. Diversi, sicuramente. Ora, dal momento che abbiamo scritto una storia corale, perché lasciare che il finale sia uno solo? Potrebbe essere carino lasciare perfino la possibilità di lasciare entrambi i finali, e permettere di scegliere quale dare alla storia. Così, a seconda di quello che uno preferisce, cambierebbe l’atmosfera, il significato stesso dell’intera storia.
Psicomama, Francesco, tutti voi, che ne pensate?
Troppo arzigogolato?
Riassumo:
- Ultima scena al mercato. Riassunto delle trattative. Avanti e indietro di Ghita.
- Scena del tramonto con Ghita che prende una decisione
- Apertura della tenda del carro.
- Conclusione storie degli altri (Odo, Brunilde e Gufa)
E finale a bivio con:
- Possibile conclusione storia delle bambine (con o senza Avvoltoio), dal momento in cui si alza la tenda.
- Possibile conclusione dell’Avvoltoio (con o senza altri personaggi), dallo stesso momento.
8th aprile 2010 at 11:26
P.S.
Quanto mi piaceva! La fregavo sempre a mio fratello.
Quella del finale a bivio era una cosa che trovavo spesso sul Topolino. Lo so, lo so, grande rivista culturale!
Comunque, avete presente quelle storie in cui arrivavi alla fine e ti dicevano: “Preferiresti che la storia finisse in un altro modo? Allora torna indietro fino a quel punto (alzata della tenda) e vedi un po’ quel che succede.”
Così la storia cambierebbe, avrebbe come due facce, no?
Cosa ne pensi, Francesco?
8th aprile 2010 at 18:12
@Lidia: Il finale a bivio mi piace. Ricordo ancora il mio primo libro-game. “I signori delle tenebre”. Il primo libro-game uscito in Italia. Me lo regalò il mio zio di Firenze un Natale di 24 o 25 anni fa… Insomma, l’idea mi piace. Ad un certo punto della stesura dell’acchiapparatti ricordo di aver pensato di proporre all’editore due diversi finali. Metà delle copie sarebbero state stampate in un modo, l’altra metà in un altro.
Tornando alle tue proposte, la scrivi tu l’ultima scena al mercato con “riassunto” delle trattative?
Una cosa che non mi torna: la conclusione delle storie degli altri personaggi a mio parere necessita almeno di un altro paio di post… Io la vedrei posteriore rispetto alla possibile conclusione dell’Avvoltoio (sempre che qui la sua storia debba concludersi). A meno che il finale delle altre micro-storie non si riallacci all’Avvoltoio o debba dipendere da quanto succede a lui…
8th aprile 2010 at 18:43
@Francesco.
Sì, la scrivo io la scena riassuntiva al mercato, se gli altri non hanno obiezioni, s’intende.
E non c’è problema per la conclusione delle altre storie. Anch’io immaginavo almeno un paio di altri post. Ma preferisco mettermi in coda e scrivere il mio ultimo pezzo alla fine di tutti gli altri.
Magari potrebbe precedermi Psicomama. Insomma, gli ultimi due pezzi potrebbero essere i nostri. Che ne dici?
Così sarebbe perfetto per il finale a bivio. Lasciamo la scena dell’alzata della tenda in sospeso, si risolvono le storie degli altri, e poi Psicomama potrebbe riprendere da dove avevamo lasciato le bambine, riassumere brevemente quel che avevano fatto nei momenti successivi al tramonto. E poi la conclusione di Psicomama, e dopo, la mia. Così i due pezzi tra cui scegliere il finale sarebbero vicini e, giustamente, in fondo.
9th aprile 2010 at 15:34
Lidia: Dunque, per chiarire e chiarirci la situazione faccio un breve riepilogo. Adesso tu dovresti scrivere la scena riassuntiva al mercato. Psicomama potrà scegliere se aggiungere o meno uno scambio di battute tra le bambine e l’Avvoltoio riguardante il loro “scambio”. Poi chiudiamo con questo post, risistemo le micro-storie e, con calma, pubblicherò gli altri post che dovrebbero portare alla conclusione delle storie di Gufa, Brunilde e Odo. A quel punto ritorneremo all’Avvoltoio, alle bambine e ai due possibili finali.
Mi piacerebbe però che la stesura seguisse in certo qual modo la successione cronologica dei fatti nei diversi racconti. Mi spiego meglio: penso che tutte le micro-storie possano ragionevolmente concludersi nelle 24 ore successive al fatidico tramonto degli “scambi”… Si potrebbe quindi fare in modo che le bambine sollevassero la tenda al tramonto del giorno dopo (il carro potrebbe anche essersi spostato e l’Avvoltoio potrebbe aver detto di voler/dover restare dentro solo e indisturbato per tutto il giorno successivo, fino a buio…)?
9th aprile 2010 at 20:38
@Francesco.
Mi piacerebbe tanto risolvere questo dilemma di trama senza chiedere aiuto. Non vorrei rovinare il finale, raccontandolo in anticipo.
Non c’è alcuno scambio tra le bambine e l’Avvoltoio, è questo il punto.
Per ora scrivo il pezzo riassuntivo sulla fine della giornata. Resterò sul vago. Non serve anche un dialogo con le bambine, perché tanto non parlano affatto con l’Avvoltoio al tramonto. Quando alzano la tenda, il carro lo troveranno vuoto. Ho in mente una cosa precisa, e se non mi riesce, tutti i piani dell’Avvoltoio e il comportamento avuto finora non avranno più senso…
Hm, facciamo così. Scrivo il pezzo riassuntivo per dare l’aggancio da cui riprendere le conclusioni di ciascuna storia, ma lascio in sospeso la scena del carro vuoto, non la inserisco. Intanto vedrò come vanno le cose, leggerò quello che avranno scritto gli altri e cercherò una soluzione.
Devo pensarci bene. Dai suggerimenti che mi hai dato sembra che tu non abbia intuito cos’ho in mente per il finale…Beh, sono contenta!
Spero di riuscirci. Ma…se non dovessi farcela, posso contare su di voi per risolverlo, vero?
Domani scriverò il pezzo. Ora devo pensarci su.
10th aprile 2010 at 10:15
Lidia: Fai quel che vuoi affinché il tuo disegno vada a buon fine. Sul finale, ho avuto e ho adesso qualche intuizione. Ma le possibilità sono molteplici e dunque resto in un alone di nebbia… anch’io sono contento.
Ad ogni modo, puoi senza dubbio contare su di me per superare eventuali difficoltà.
10th aprile 2010 at 21:31
Domattina…Per domattina ho pronto il pezzo, così chiudi il post, Francesco. Tirare le somme, anche se sommarie, fin qui, è più dura del previsto.
A domani.
11th aprile 2010 at 08:58
Per tutta la mattina la gente affollò il mercato. Comprò frutta e verdura, schivò i maiali del porcaro; scambiò qualche parola e schivò ancora i maiali invadenti, prima di tornare alle proprie faccende.
In quella folla la più indaffarata era la bambina. Ghita raggiungeva prima una donna, poi un gruppo di ragazzi o soldati, e li portava al piccolo carro nell’angolo più lontano della piazza. Quelli si avvicinavano ridendo, o scuotendo la testa, ma se ne andavano tutti pallidi in viso e con l’aria sconvolta.
A poco a poco, la piazza cominciò a svuotarsi. La bambina e il carro invece rimasero. Ghita, seduta accanto alla ruota malmessa, e Melissa, che aveva sporto il visino dalla tenda sopra di lei, mangiavano una mela, senza parlare. Erano più pallide di tutti quelli che si erano avvicinati al carro in quella giornata, ma sembravano non avere intenzione di allontanarsene. Non ancora.
Fu verso il tramonto che Ghita vide di nuovo in fondo alla piazza la donna dai capelli corvini, la prostituta di quella mattina. Nello stesso momento, un giovane vestito da soldato le si affiancò.
Ghita si rialzò e rimase a scrutare tutte le persone che aveva attirato lì solo poche ore prima. Stavano tornando…e chissà cosa sarebbe successo ora.
Dal carro si alzò uno sghignazzo gorgogliante. Ghita rabbrividì. Non poteva esser stata sua sorella a fare un verso simile. Ora si pentiva di averla lasciata là dentro…con lui. I suoni che venivano dal carro erano orribili. Rumori simili a tessuti lacerati, sibili e gorgoglii.
Ebbe paura per la sua vita e per quella della sorella. Melissa le rivolse due occhi sbarrati, prima che quel giorno arrivasse al suo strano culmine, ma ormai era troppo tardi per fuggire.
Ghita non poté fare altro che rimanere a guardare; sua sorella che cominciò a porgere a quegli uomini e donne “la merce” che erano tornati a reclamare. Strani involti macchiati di un inconfondibile colore rosso cupo. Lo stesso colore di cui Ghita aveva trovati imbrattati i muri intorno alla stanza dei suoi genitori. E alcuni di quei fagotti informi pulsavano nelle mani della sorella, lanciavano miagolii…
Quando l’abominevole scambio ebbe fine, uno strano silenzio avvolse la piazza. Ghita alzò gli occhi verso il carro e vide le manine sporche di rosso di Melissa protese verso di lei. Senza pensare le afferrò, aiutò la piccola a saltare dal carro e corsero insieme fino alla fontana, dove Ghita quasi gettò Melissa in acqua, piangendo.
“Scusa.” Non sapeva dire altro, mentre la lavava. “Scusami, Meli. Scusami!”
Quando finalmente ebbe il coraggio di voltarsi, vide che nessun mostro sporco di sangue stava venendo a prenderle. Il carro era ancora silenzioso. Ghita esitò. Quell’essere aveva promesso qualcosa anche a loro. Ma era una di quei fagotti orribili? Mai più! Doveva sciogliere il loro patto? Poteva farlo, ora che lo avevano aiutato? Mosse qualche passo incerto verso il carro. Sentì la manina di Melissa che quasi le artigliava il polso, per trattenerla.
Ghita le baciò la fronte bollente.
“Tranquilla Meli. Torno subito. Ti porto via da qui. Aspettami…”
Poi si diresse verso il carro.
Ecco, più o meno io terminerei qui. Che ne dici, Francesco? Ho cercato di riassumere sia le ultime trattative, che il momento dello smembramento dell’Avvoltoio, senza però altri dialoghi. Credi che possa andare?
Anzi, terminando senza l’alzata della tenda, alla fine Psicomama, per il suo finale, potrà scegliere lei cosa preferisce che succeda. Cosa farà Ghita o cosa troverà sul carro.
11th aprile 2010 at 09:18
@Francesco.
Hm, ho appena riletto per la terza volta il pezzo e ho notato qualche cosuccia che si può sistemare, se sei d’accordo.
- Dal carro si alzò uno sghignazzo…Non serve specificare che è Ghita a rabbrividire. “Rabbrividì” basta, o no?
- Forse non serve dire che Ghita ha paura per la sua vita. Ma scegli tu se è meglio dirlo o no.
- Forse ho usato troppe volte l’aggettivo “strano”.
Magari si può togliere qui: “strani involti” via strani. Magari “grossi”. O involti e basta? Poi “strano silenzio che avvolse la piazza,” possiamo dire “profondo”?
Se scovi altri errori, fammi sapere.
11th aprile 2010 at 11:13
Lidia: Ti stavo giusto scrivendo di non preoccuparti, che non c’era fretta… Quando sono andato a pubblicare il mio commento ho visto che c’era già il pezzo. Forse lo si può scorciare un pochino, ma è bello! Questa vena splatter mi piace un sacco. Stasera me lo leggo con attenzione e ci rimugino un po’.
11th aprile 2010 at 15:34
Sì, è vero. Alcune parti si possono anche saltare. Magari i troppi dettagli sulla gente che compra, non sono indispensabili. O la riflessione di Ghita sul verso che non può aver fatto sua sorella (è ovvio che un versaccio simile non viene da una bambina).
Invece il pezzo che allaccia la fine del mercato con il ritorno dei clienti ci sta bene, credo (il momento di calma in cui Meli e Ghita aspettano insieme che accada qualcosa).
Aspetto di vedere come risolverai il tutto.
Ah, e spero che il tutto non sia troppo splatter, però. Che a me lo splatter nemmeno piace. Ci vedevo più solo una venuzza di horror…
Ciao!
11th aprile 2010 at 18:11
Non faccio a tempo a riaprire la pagina e mi trovo con pagine di messaggi da leggere!
Prima di tutto ci tengo a dire che la storia mi piace moltissimo!
Durante la lettura ho però ricevuto molti stimoli dai suggerimenti di Lidia e – anche se non sono riuscita a tenere bene il filo perché nella discussione sulla storia si procede in modo rapido, forse troppo rapido per me – mi sono venute in mente varie idee che devo invece lasciar cadere… se ho capito bene. Ho immaginato il dialogo fra le bambine che scendevano dal carro per andare a fare pipì, ho riflettuto su una mia possibile visione del finale, ho pensato al tendone che si alzava…
Non so più che devo fare. Ma sono pronta a cimentarmi in tutto. Se per Ghita e Melissa devo aspettare, potrei provare a continuare la storia di Brunilde.
11th aprile 2010 at 19:35
Sto seguendo, più o meno. Le sono belle, ma troppo complicate per i miei tempi. Se avrò l’occasione o se la cosa si fa più semplice, provo di nuovo a contribuire.
12th aprile 2010 at 07:16
@Lupo Cattivo.
Scusa, un po’ è colpa mia, me ne rendo conto.
Mi spiace davvero che lo sviluppo non ti permetta di avere il tempo di intervenire.
Da questo momento però, io mi faccio da parte col mio personaggio, fino alla fine. Quindi, quello che succede agli altri personaggi, Brunilde, Odo o Gufa, dovrebbe semplicemente riprendere da dove avevamo interrotto, solo con l’aggiunta dell’oggetto ricevuto. Quindi partecipa! Mi era piaciuto molto il tuo contributo! Vorrei proprio vedere cosa ne faresti di Brunilde!
@Psicomama.
La velocità con cui posto messaggi deriva dall’aver dovuto in venti giorni scrivere un racconto di 50 pagine, prima del 31 Marzo, per poter partecipare a un Torneo Letterario indetto dal gruppo editoriale Mauri Spagnol (quello che possiede Longanesi, Garzanti…)
Devo ancora smaltire questo ritmo accelerato. Se con tutti i miei post ho finito per “sfinirti”, confonderti, o infastidirti, me ne dispiaccio davvero!
Comunque, tu il dialogo tra l’Avvoltoio e le bimbe lo puoi scrivere eccome, nel tuo finale, no? Mi sono fermata proprio prima di alzare la tenda del carro, così tutte le idee che hai le puoi mettere in gioco. Ghita non l’ha ancora raggiunto il carro… Io poi scriverò il mio di finale. Ma ero tanto curiosa di sapere cosa avresti orchestrato tu! Non vedo l’ora di saperlo. E spero che anche tu sia un po’ curiosa di sapere che finale invece ho in mente io. Ciao!
Scusate ancora, se ho intasato il blog di commenti. E’ stato un mese a dir poco adrenalinico, e non mi sono resa conto che forse, almeno in questo contesto, non c’era questa urgenza di concludere.
12th aprile 2010 at 10:53
@Psicomama e @Il Lupo Cattivo: Sono felice che abbiate intenzione di continuare a scrivere. Tra qualche giorno pubblicherò un altro post che dovrebbe portare avanti le altre micro-storie. Proverò a semplificare le cose e cercherò di dare più tempo…
@Lidia: Non preoccuparti. Il tuo contributo e la tua partecipazione (sebbene alcuni spunti, da me però suggeriti o comunque appoggiati, potrebbero in effetti aver complicato un po’ troppo le cose) hanno dato linfa vitale al blog. Non ti devi scusare. Tutt’altro. Da parte mia, ti ringrazio.
E in bocca al lupo per il Torneo Letterario!
Ecco il tuo ultimo pezzo:
Per tutta la mattina la gente affollò il mercato. Tra la folla brulicante, la più indaffarata era la bambina. Ghita adescava senza sosta donne, ragazzi, uomini d’arme, contadini e pastori, e li conduceva al piccolo carro nell’angolo più lontano della piazza. Quelli si avvicinavano ridendo, o scuotendo la testa, ma se ne andavano tutti pallidi in viso e con l’aria sconvolta.
A poco a poco, la piazza cominciò a svuotarsi. Banchi e bancarelle vennero portati via, mercanti, clienti e passanti tornarono alle proprie case. Rimase soltanto il carro scuro vicino all’albero. Ghita, seduta accanto alla ruota malmessa, e Melissa, con il visino che sporgeva dalla tenda sopra di lei, mangiavano una mela, senza parlare. Erano più pallide di tutti quelli che si erano avvicinati al carro in quella giornata, ma sembravano non avere intenzione di allontanarsene. Non ancora.
Fu verso il tramonto che Ghita vide di nuovo in fondo alla piazza la donna dai capelli corvini, la prostituta di quella mattina. Nello stesso momento, vicino alla fontana apparve anche il giovane mercenario. Ghita si rialzò, lo sguardo rivolto in avanti. Tutte le persone che aveva attirato lì solo poche ore prima stavano tornando… e chissà cosa sarebbe successo ora.
Uno sghignazzo gorgogliante, dall’interno del carro. Ghita rabbrividì. Aveva lasciato sua sorella là dentro, con lui. Altri suoni orribili… Rumori simili a tessuti lacerati, sibili e gorgoglii.
Il faccino di Melissa si affacciò nuovamente in uno spiraglio della tenda. I suoi occhi erano sbarrati. Ma ormai era troppo tardi per fuggire.
Ghita non poté fare altro che rimanere a guardare. La sua sorellina cominciò a porgere a uomini e donne “la merce” che erano tornati a reclamare. Strani involti macchiati di un inconfondibile colore rosso cupo. Fagotti informi, alcuni dei quali pulsanti nelle mani della sorella, altri che parevano lanciare deboli miagolii…
Quando l’abominevole scambio (traffico?) ebbe fine, il silenzio avvolse la piazza. Ghita alzò gli occhi verso il carro e vide le manine sporche di rosso di Melissa protese verso di lei. Senza pensare le afferrò e aiutò la piccola a saltare giù. Corsero insieme fino alla fontana, dove Ghita quasi gettò Melissa in acqua, piangendo.
“Scusa.” Non seppe dire altro, mentre la lavava. “Scusami, Meli. Scusami!” Quando finalmente ebbe il coraggio di voltarsi, vide che nessun mostro sporco di sangue stava venendo a prenderle. Il carro era ancora silenzioso. Ghita esitò. Quell’essere aveva promesso qualcosa anche a loro. Ma lei non voleva nessuno di quei fagotti orribili! Mai più… Doveva sciogliere il loro patto? Poteva farlo, ora che lo avevano aiutato? Mosse qualche passo incerto verso il carro. Sentì la manina di Melissa che quasi le artigliava il polso, per trattenerla.
Ghita le baciò la fronte bollente. “Tranquilla Meli. Torno subito. Ti porto via da qui. Aspettami…” Poi si diresse verso il carro.
12th aprile 2010 at 13:58
@Crepi, si strozzi, gli vada di traverso un coniglio (al lupo).
Grazie per i tuoi complimenti, Francesco. Forse l’aspetto che ha adesso la nostra storia è ancora un po’ incasinato e sconnesso, da cantiere edile. Sai quando vedi le fondamenta di una casa e tutti i macchinari sparsi e ti chiedi come farà a venire su una bella villa. Ma sono sicura che alla fine, con un po’ di limatura, tutto apparirà chiaro e scorrevole. Del resto, tu lo sai bene, che prima di dare una forma compiuta a qualunque storia, ce ne vogliono di contorcimenti e ripensamenti. E’ quello il bello! E qui il fatto è che tutto il percorso è stato messo a nudo, è lì sotto gli occhi di tutti. Scrivere è proprio un bel casino, eh?
Ora mi rintano nella mia nicchia ombrosa e aspetterò con ansia il proseguo delle altre storie. Ciao a tutti!
12th aprile 2010 at 23:16
@ Lidia: non mi hai affatto né sfinita né infastidita! E se sono confusa dal molto materiale non è responsabilità della tua ricchezza ma dello scarso tempo che lascia la vita per i piaceri. Il tuo accogliere con entusiasmo la mia proposta di far incontrare i nostri personaggi mi ha fatto tanto piacere e le scintille che ne sono scaturite ancor di più. Anzi, spiace a me se non sono stata al passo. Se mi sono lamentata è stato per giustificarmi e non per criticare. Comunque la tua gentilezza mi fa ancora una volta piacere. Troverò il tempo, se avrete pazienza, per scrivere il mio finale, lieta della tua curiosità e a mia volta curiosissima di conoscere il tuo!
@ Francesco e gli altri: Certo che ci sarò! Questo giocare con la fantasia, oltre ad essere come dice Lidia uno scrivere nudo, mi dà molto gusto perché permette di mettere a nudo anche i personaggi… interni! (come li chiama Francesco nel risvolto del suo libro. A proposito, lo sai Francesco che è un termine tecnico psicoanalitico, vero?)
Sono contenta anche io che ci sia Lupo Cattivo. Ci vuole un lupo cattivo in ogni storia che si rispetti.
13th aprile 2010 at 00:28
@Lidia: Che bel messaggio, apprezzo davvero molto. Anch’io sono abbastanza fiducioso che alla fine sarà una bella villa. O comunque una bella casa, particolare. Ma scrivere non è sempre un bel casino. Scrivere bene lo è. Trovare le soluzioni, fare le scelte giuste, frenarsi, correggersi, ritornare sui propri passi, buttarsi, ritrovare lo slancio. Un po’ come nella vita, del resto.
@Psicomama: Sì, lo so. Più volte è capitato che qualcuno abbia scritto, letto o detto personaggi interiori al posto che interni… In alcune occasioni ho lasciato perdere, in altre ho dovuto precisare.