Riporto testo e illustrazioni che compaiono nell’anticipazione del libro su Linus di questo mese (e nell’anteprima su FantasyMagazine). Ne approfitto per ringraziare Sergio Ponchione, autore delle splendide illustrazioni.
Dal 9 Marzo sarà in libreria il romanzo di Francesco Barbi “L’acchiapparatti”, edito da B.C. Dalai Editore. Un fantasy? Forse. Di certo una storia avvincente, tanto insolita quanto indimenticabile. Un romanzo che trascende i canoni del genere e in cui convivono spunti gotici, psicologici e fantastici, suspense e orrore, tenerezza e ilarità. Vi proponiamo il prologo e un estratto del quarto capitolo che presenta il personaggio dell’acchiapparatti.
Prologo
I dadi d’osso erano stati lanciati. Le dita artritiche della cieca li sondavano uno ad uno.
«Come hai detto di chiamarti, figliolo?»
«Gelco.»
«Come? Abbi pazienza, le mie orecchie sono così stanche.»
«Gelco.»
«Dunque Gelco, che cosa vuoi che veda?»
«Non saprei… Il mio futuro.»
«Ah, il tuo futuro», sogghignò Macba. «Stasera dormirai qui in locanda. Un sonno agitato, direi…»
«Questo lo potevo indovinare anch’io. Non intendevo questo.»
«Comee?»
«Non intendevo il futuro di stasera.»
«Domani mattina ti sveglierai con la vescica piena.»
«Mi stai prendendo per i fondelli?»
«Nient’affatto giovanotto. Sto vedendo il tuo futuro. Vedo una latrina.»
«Mi stai prendendo per i fondelli.»
«Hai torto.»
«Ho torto? Dici che ho torto… E allora… Se ora… E se ora…»
«E se ora cosa?»
«E se ora mi mettessi a fare l’attaccabrighe? Tanto non mi potrebbe succedere niente, visto che comunque dormirò qui sano e salvo.»
«Un sonno agitato», rispose la vecchia. «Ma non hai tutti i torti.»
«Dici sul serio?»
«Senti caro figliolo, sono cieca e decrepita. Mi restano tre denti in bocca. E sono anche piuttosto sorda.»
Il giovane si agitò sulla sedia. Poi si girò bruscamente verso Benjam.
«E tu che vuoi? È da un pezzo che te ne stai qui a origliare. Vai a lavorare, ficcanaso!»
Colto in flagrante, l’oste si allontanò in tutta fretta. Chi l’avrebbe detto che quel giovanotto fosse così insolente. Sarà per colpa della vecchia, si disse Benjam. In fondo lo stava prendendo per i fondelli.
Giunto al bancone, si versò del vino. Non aveva ancora finito di riempire il bicchiere che già una mano si protese ad afferrarlo. L’oste scrutò seccato il volto del cognato. Poi prese un secondo bicchiere e si servì da bere. «Fattelo durare Ulvo, perché questo è l’ultimo», disse a denti stretti. «Ma non ti passa mai per quella testaccia bacata che così ti rovini?»
«Dai, non mi scocciare», biascicò l’altro. «Adesso mi devo preoccupare per un bicchierino di vino? E di questi tempi poi… Piuttosto, riempimelo per bene.» Ulvo indicò stizzito il bicchiere mezzo vuoto. La fievole luce delle candele si azzuffava con le ombre scure sul suo volto rugoso; lo sguardo languido e le palpebre cascanti tradivano lo stato di ebbrezza. L’oste lo fissò con una smorfia di disapprovazione.
«Un ultimo dito, poi basta. Sei ubriaco, dammi retta. Domattina, quando ti leverai dal letto avrai un gran mal di testa, le budella rovesciate e lo stomaco sottosopra. Ecco cosa ci avrai guadagnato!»
«Se continui, me lo farai venire tu il mal di testa! E poi col temporalaccio che c’è stasera, domani me ne starò di sicuro a letto.» Ulvo trangugiò d’un fiato il suo ultimo bicchierino.
Scuotendo la testa, Benjam si alzò dallo sgabello e si affacciò alla finestra. Nell’oscurità della sera, la pioggia cadeva fitta.
Aveva ragione Ulvo, pensò l’oste, i campi sarebbero stati impraticabili l’indomani. L’umidità gli era penetrata nelle ossa e quell’acquazzone stava intensificando il suo mal di schiena. Come se non bastasse, al malessere fisico si aggiungevano le preoccupazioni che lo tormentavano già da diversi giorni.
Era solo da qualche mese che Benjam aveva lasciato Valbel per venire a costruire la sua locanda qui, sulla via per Giloc. Si era lasciato alle spalle il paese natio con l’idea di mettere su un’attività che gli garantisse una vecchiaia tranquilla e agiata. Grazie ai risparmi di una vita di commerci era riuscito a costruire proprio una bella taverna, interamente in legno e pietra e con alloggi al secondo piano. Gli affari, doveva riconoscerlo, andavano a gonfie vele. Negli ultimi giorni, però, l’oste aveva cominciato a pensare di aver fatto un passo azzardato. Quella storia dell’attacco al convoglio del grano lo aveva scombussolato, tanto più che la locanda si trovava in mezzo alle campagne, del tutto isolata.
Benjam era seriamente preoccupato al pensiero di una combriccola di briganti che scorrazzava nelle vicinanze e l’indifferenza di Ulvo lo infastidiva. D’altra parte quell’avvinazzato era il marito di sua sorella. L’oste aveva deciso di portarlo con sé, se non altro per assicurargli una sistemazione. D’accordo, gli voleva anche bene, ma alle volte quello scansafatiche gli dava sui nervi. Pungolato da queste considerazioni, tornò al bancone.
«Ma perché non la smetti di bere e non torni un po’ da tua moglie?» sbottò in faccia al cognato. «La lasci sempre sola. E di questi tempi poi.»
«La lascio sola sì. Quell’arpia… Be’, comunque lo faccio per venire a farti compagnia.» Abbarbicato sullo sgabello, Ulvo sollevò a malapena le palpebre. L’oste lo fissò con rabbia.
«Sarà già sotto le coperte a quest’ora», aggiunse Ulvo. «Poi che ti credi, che si sente più al sicuro se sto con lei?»
«Certo che no. Ormai sei solo un ubriacone.»
«Ma coscia dici?»
«Ma sentiti, non riesci neppure a parlare. Piuttosto, dov’è Frida?»
«E che ne so io.»
«Non è mica mia figlia. È tua figlia, anche se sembra che te ne sei scordato.»
«Lasciami in pace, dammi un po’ di tregua. E che ne so io dove diamine si è ficcata quella disgraziata.»
«Le avevo chiesto di darmi una mano con gli spiedi, stasera.»
Ulvo diede una placida occhiata alle sue spalle. «Non mi pare che c’è tutta questa folla», ribatté.
«Ma che ne sai tu di tutte le cose che devo fare. Guarda lì», Benjam indicò la carcassa d’agnello che penzolava attaccata a un gancio dietro al bancone, «non ho ancora trovato il tempo per scuoiarlo. E poi guarda che pantano.» In effetti l’impiantito della sala era lurido di fango. «Tu te ne stai lì a ubriacarti», si infervorò l’oste, «e intanto tutto grava sul mio groppone.»
«Senti Benjam», cominciò l’altro allungandosi sul bancone. «Ma non è che per caso tua madre mangiava le ghiande?» La molestia che Ulvo sfoderava in momenti come quello era senza dubbio accompagnata da un certo estro creativo.
«Cosa?»
«Se tua madre mangiava le ghiande, significa che…»
«Ma che diamine blateri?»
«Hai presente la stalla dei maiali… il porcile… tutto quello sterco… Perché non ti ci vai a rotolare, in tutto quello sterco?»
Una voce squillante si elevò nella locanda al di sopra delle chiacchiere: «Sì oste, ruzzolati nello sterco. Ma prima portami un’altra brocca di vino rosso».
Si trattava del giovanotto al tavolo di Macba. Seguì la sonora risata di uno dei tre uomini seduti al centro della sala, un massiccio guerriero calvo con un paio di baffi che gli scendevano fin sotto al mento. Indossava una cotta di maglia e dal fianco gli pendeva una sciabola. Anche i compagni non ispiravano alcuna fiducia. Devono essere dei mercenari, pensò Benjam. Si stupì che rimanessero così calmi.
Mentre riempiva la caraffa, si rese conto che il vino nell’otre sul banco stava terminando. Prese la lanterna e si affrettò giù per le scale che conducevano alla cantina.
Nella penombra, tra botti e barilotti, Benjam rimuginava fra sé. Quella era una serata strana, pericolosa. Non avrebbe saputo spiegarne le ragioni, ma lo sentiva. Forse era solo il freddo o il vento che ululava fuori nel temporale, si disse. Eppure c’era qualcos’altro nell’atmosfera che non faceva presagire niente di buono. L’oste non si sentiva affatto tranquillo. Decise di accendere qualche lume in più per diminuire la semioscurità della sala. Con tre grossi mozziconi di candela in una mano e un barilotto di vino nell’altra, risalì in fretta le scale.
Poco dopo si aggirava nella sala accendendo gli stoppini dei candelabri e sbirciando i volti degli avventori. Il tavolo dei mercenari era accanto a quello di Macba. Lo sguardo di Benjam indugiò sull’indovina: la crocchia di capelli arruffati, il volto come una mela vizza, il biancore tra le palpebre socchiuse. Si era trasferita nella casetta dietro alla locanda, ma la sua fama non l’aveva abbandonata. Nonostante fosse quasi del tutto cieca, riusciva ancora a sbarcare il lunario sfruttando le sue doti di chiaroveggente.
I due pastori a cui aveva consigliato la zuppa di montone sembravano soddisfatti.
E poi c’era quell’uomo, seduto al tavolo nell’angolo. Avvolto in una cappa di pelle, dava le spalle alla sala. Era arrivato in sella a un destriero nero, con un baule di ferro e una strana sacca. Le vesti fradicie, appena entrato si era diretto al tavolo senza proferire parola. L’oste lo aveva osservato con una certa preoccupazione. I movimenti flemmatici dello straniero avevano un che di inquietante; e quegli stivali chiodati, quel cappuccio calato sopra la testa… Il forestiero aveva ordinato un bicchiere di acquavite. Ripensandoci, l’oste si rese conto di non averlo ancora visto in volto. Si stava avvicinando per dar fuoco all’ultimo stoppino, quando venne richiamato.
«Quanto devo aspettare ancora!?» gli stava gridando il giovanotto. Benjam lasciò perdere il candelabro e tornò subito al bancone. Mentre si affrettava a riempire la brocca, si maledisse per la dimenticanza. Quello sbarbatello sembrava proprio cercar rogne. Doveva fare attenzione. Sapeva bene che bastava poco perché si accendessero gli animi.
Il giovanotto si rivolse al guerriero calvo: «Che c’è, brutto muso? Che hai da guardare?»
Benjam sentì un groppo in gola. Il fiato sospeso, la bocca dello stomaco ostruita. Il guerriero rimase muto. Da non credersi. L’oste ne approfittò per sopraggiungere col vino. Una volta al tavolo, dopo aver appoggiato la caraffa, aspettò di essere pagato.
«Be’, che ci fai ancora qui?» gli domandò il giovanotto.
«Sono cinque monete di rame.»
«Ti paga il pelato.»
«Chi?»
«Quel pelato lì.» Il giovane indicò il guerriero massiccio. Aveva perso il senno? Benjam si voltò tremebondo verso il gruppo di mercenari. Uno dei compagni stava mettendo una mano sulla spalla del guerriero scuotendo la testa. L’oste si era aspettato una reazione violenta. Avrebbe giurato che quelli fossero uomini sempre pronti a fracassare tavoli. Invece, come se niente fosse, i tre rimasero seduti in silenzio.
«Che aspetti?» Di nuovo il giovanotto. «Su, fatti pagare da quella faccia da forca.»
Soltanto il rumore del vento e della pioggia che imperversavano all’esterno.
«Tira fuori le monete, brutto pelato.»
«Rimettiti a sedere, figliolo», lo invitò Macba.
«Nient’affatto. Anzi, o paga subito, o gli sputo.»
Il guerriero stava per alzarsi, ma ancora una volta un compagno lo trattenne.
«Tanto non può succedermi niente. Giusto?»
La vecchia spalancò la bocca sdentata.
«Sei o non sei un’indovina?»
Macba non replicò, le mani che artigliavano il tavolo.
E il giovane sputò.
Lo scaracchio centrò la testa pelata.
Liberandosi dalla presa dei compagni, il guerriero balzò in avanti, afferrò il mascalzone per le spalle e lo scaraventò via. Il giovane ruzzolò sull’impiantito e rovinò sul tavolo nell’angolo della locanda.
Il bicchiere di acquavite si rovesciò e cadde, frantumandosi sul pavimento.
Lo straniero si mosse. Con estrema lentezza, si aggiustò il cappuccio sopra la testa e si alzò in piedi. Si girò, gli occhi gelidi piantati in quelli del grosso guerriero. Il silenzio regnò qualche istante. L’uomo in nero scavalcò il giovane e avanzò fino a portarsi a un paio di spanne dal mercenario.
«Ha cominciato lui!» berciò il guerriero. «Che vuoi da me? Io non ho fatto niente.»
Con uno scatto fulmineo, lo straniero afferrò la nuca del pelato e gli sferrò una testata sul naso. Rumore di ossa fracassate e il tonfo del guerriero crollato al suolo. Una lama saettò nell’aria e si piantò nell’occhio di uno dei suoi compagni. Un secondo tonfo sul pavimento.
L’ultimo dei tre, in preda al terrore, si gettò verso l’uscita della locanda. In due balzi raggiunse la porta, la spalancò con una spallata e si lanciò nel buio. Un vento gelido penetrò nel locale piombato nuovamente nel silenzio. Solo lo scroscio della pioggia sferzante, all’esterno. Dentro gli avventori rimasero immobili, gli sguardi fissi sull’uomo dal volto coperto.

A lenti passi, lo straniero andò al bancone.
«Acquavite», ordinò nel silenzio.
«Non volevo», piagnucolò il giovanotto. Si rimise a fatica in piedi. «Non pensavo…»
«Taci, demente. Allora, quest’acquavite?»
Benjam riuscì a riscuotersi. A capo chino si affrettò a servire lo straniero. Afferrò la brocca con mani tremanti e versò il distillato. Solo quando ebbe appoggiato il bicchiere sul bancone sollevò la testa… e vide lo straniero in faccia.
Al di sotto degli occhi, un’orrenda deturpazione devastava il suo volto. Una lunga cicatrice che sconvolgeva la simmetria dei lineamenti. La pelle pareva cuoio bruciato. Una voce roca e profonda fuoriuscì dalla bocca distorta.
«Sellami il cavallo, oste. Chissà che quel vigliacco non mi porti dritto al loro covo.» Lo straniero squadrò Benjam. «Legali insieme. Tornerò a prenderli per le taglie… Anzi», aggiunse con un sogghigno, «portali tu a Giloc. Io sarò anche troppo carico. Ti daranno trenta pezzi d’argento per quello vivo e quindici per il morto. Pagaci i danni e il disturbo.»
L’oste non diede un fiato né accennò a muoversi. Rimase muto a fissare il forestiero, come intontito.
«Allora, oste. Sellami il cavallo per la miseria.»
Benjam spintonò Ulvo, che si precipitò fuori dalla locanda.
Lo straniero si voltò verso la sala.
«Fate qualcosa per la vecchia. Mi sa che c’ha tirato le cuoia.»
Nessuno si era accorto che, nel parapiglia, la vecchia Macba era caduta a terra e giaceva inerte.
«Questo non l’aveva indovinato», ghignò il cacciatore di taglie. Poi scolò il bicchiere d’un fiato e uscì nella notte.
Macba viene seppellita nel cimitero ai margini del paese di Tilos qualche giorno dopo. Nella notte il becchino, un ometto gobbo e storpio di nome Ghescik, dissotterra il corpo dando il via a una serie di eventi inaspettati. Dopo aver ripulito il cadavere della vecchia, truccato una scommessa e profanato il sotterraneo di una torre sigillata da secoli, Ghescik decide di recarsi alla casa diroccata dell’acchiapparatti. Si presenterà dal suo unico amico (con un libro rilegato in pelle scura,) in cerca di un rifugio e di qualcos’altro… Questa l’entrata in scena del personaggio che dà il titolo al libro:
«Sei stato cattivo! Sì, sì, cattivo. Ma che ti è saltato in mente? Mettersi a dormire invece di compiere il tuo dovere. Ci hai fatto fare una figuraccia! Sì, sì, proprio una gran bella… o brutta? Belbrutta figuraccia!»
Appollaiato sulle scale di pietra che salivano al secondo piano della torre, davanti alla crescente rabbia del padrone, l’annoiato felino chiudeva e riapriva gli occhi, come per conciliare il sonno.
«Ma noi non ti diamo più da mangiare, sai? No, no, non ti diamo più da mangiare. Ti lasciamo sempre affamato! Così vedremo se non farai il tuo mestiere a dovere! Sì, sì… Sì che lo farai! Sì, sì.»
L’uomo continuava a parlare, ma adesso si era alzato e si muoveva irrequieto per la stanza. Controllò che il catenaccio del portone fosse chiuso, si assicurò che le imposte della finestra fossero sprangate e tornò ad accertarsi che la botola in cima alle scale fosse serrata. Poi riprese, più tranquillo.
«Cavolaccio Pelle, tu sei un gatto! È nella tua natura. Ti chiediamo solo di essere te stesso. Tu sei un gatto. Sì, sì… O no?» Si fermò interdetto. «O no, non lo sei?» Si accovacciò di nuovo davanti agli occhi del felino, come per trovarvi la risposta.
Spesso succede che tra un animale e il suo padrone si noti una certa rassomiglianza, ma in questo caso la similitudine era a dir poco strabiliante. L’uomo, così come il gatto, era di una magrezza anormale. Pelle e ossa. Il viso dai lineamenti pronunciati e irregolari, con zigomi all’infuori che spiccavano sotto le orbite tonde e incavate, somigliava molto al muso animalesco del felino. Una cosa però li differenziava: certamente il nasone sproporzionato dell’uomo ricordava il becco di un uccello piuttosto che l’organo olfattivo di un gatto.
«Non parli, eh? Non dici niente, eh? Lo sai che sei stato cattivo. Sì, sì, cattivo. Eppure Ossa non era così. No.»
Si stava calmando quando, improvvisamente, un pensiero lo fece ritornare di cattivo umore.
«No, no. No, no.» Il dito indice della mano sinistra prese a muoversi su e giù. Poi la mano cominciò a grattare il cuoio capelluto fino a strappare qualcuno dei pochi capelli che gli rimanevano. Questo sfogo, evidentemente, non fu sufficiente e d’un tratto l’uomo si alzò di nuovo in piedi a inveire.
«Ma proprio oggi dovevi metterti a fare le bizze? Oggi, oggi, proprio oggi ci hai fatto fare una pessima figura… Proprio davanti alle nostre migliori clienti. Eppure lo sai che ci chiamano quasi tutte le settimane, che hanno bisogno di noi…» Si bloccò un momento per fissare il pavimento.
«Ci credo, stanno sul fiume… Capirai, ci sono moltissimi topi, sorci, ratti, rattacci e rattoni… Che bello! Cioè, voglio dire, che schifo! Sì, sì, che schifo! Che bello schifo… E quelle fanciulle, con il lavoro che svolgono, hanno tanto, sì, sì, tanto bisogno di noi.»
Non appena ebbe finito di pronunciare quelle parole, un’espressione di contentezza gli si affacciò sul volto, subito dopo illuminato da un ampio sorriso sdentato. Poi, con lo sguardo perso nel vuoto, continuò il suo monologo.
«Ah, come sono belle, così piene di vita, gentili, carine. Sì, sì, lo sanno che siamo importanti. Ci trattano bene, lo sai, l’hai visto anche tu. Sì, sì, Pelle», si rivolse nuovamente al gatto, «non è forse vero?»
Il felino non sembrava dare segno della minima reazione. Se ne stava lì, le palpebre socchiuse e l’aria indolente.
«Non dovevi farci questo torto. Lo sapevamo che non dovevamo fidarci di te. Ossa sì che era un gatto… Sì, sì, mica come te. Tu sei troppo interessato a cercare le gattine in calore, ma d’altra parte Rogna non si fa vedere da tre giorni e Guercio si è fatto male a una zampa… Ma rimedieremo. Sì, sì, rimedieremo.»
Lo squinternato si mise a sedere sulla seggiola e, impugnato un cucchiaio, lo inzuppò nel tegame che si trovava sul tavolaccio di legno. Pescò un po’ di poltiglia gialla e se la cacciò in bocca, prima di riprendere il filo dei suoi pensieri.
«Oi ci teniamo ae donne el bo… ello», finì di masticare. Poi, interdetto, fissò il cucchiaio. «Puah, che schifo!» esplose. «Ci siamo mangiati la tua pappa. Che schifo! Che schifo! Che schifo!» Si passò la lingua fuori e dentro le labbra. Sgranò gli occhi. «Però», commentò, «non è poi così male… Ora capiamo perché disdegni i topi.» Poi, cucchiaio in mano, come se niente fosse seguitò a ingurgitare la poltiglia nel tegame.
«Quelle leggiadre e leggere donzelle sono le uniche che capiscono la nobiltà del nostro mestiere. Gli altri ci trattano male… non comprendono… non intendono… Ma Zaccaria è il miglior acchiapparatti di tutte le Terre di Confine. Sì, sì, su questo non ci piove. Non ci piove… Non ci piove! E puoi starne certo… Sì, sì, puoi starne certo! Anche perché è l’unico, sì, l’unico… L’ha inventato lui il suo mestiere!»
Visibilmente soddisfatto per la piega che aveva preso il discorso, si mise a riattizzare il fuoco nel camino all’angolo della stanza. Quelle cucchiaiate di cibo gli avevano ricordato di avere una gran fame. Mentre un brodino si riscaldava sulla brace, Zaccaria decise di ripulire e aggiustare i suoi strumenti da lavoro. Aprì il vecchio baule che teneva nascosto sotto la scala di pietra e tirò fuori gli oggetti che avevano bisogno di manutenzione: una lunga pertica con una retina sulla sommità, un paio di elaborate trappole, il lunghissimo spago che adoperava per i gatti e altri piccoli utensili che aveva imparato a usare man mano che si era fatto esperienza. Una volta che li ebbe accatastati tutti sul tavolo, si mise all’opera con grande concentrazione.
Quella torre, la sua casa, era l’unico luogo in cui Zaccaria fosse quasi a proprio agio. Rimasto orfano di entrambi i genitori quando era poco più che un bambino, aveva sempre vissuto lì. In effetti anche all’interno della sua adorata casa-torre aveva bisogno di mettere in atto tutta una serie di stratagemmi per sentirsi tranquillo. Ma almeno quei metodi da tempo collaudati funzionavano e ormai erano divenuti rapidi e meccanici.
Come sempre, dopo aver lucidato la pertica e accomodato una trappola, Zaccaria si era già annoiato. Di rado capitava che riuscisse a impegnarsi a lungo nella medesima attività. Meditò se immergersi nella lettura o se invece andare sul tetto a osservare la vita notturna di Tilos.
Toc-toc-toc. Toc-toc.
Tre e poi due colpi alla porta. Chi poteva essere a quest’ora di notte? Già, si sovvenne Zaccaria, quel modo di bussare era un codice che conosceva solo il suo amico Ghescik. In fretta andò ad aprire i due lucchetti, quindi spalancò il portone.
«Buona notte!» Sulla soglia Zaccaria accolse l’amico con un energico abbraccio, come al solito non ricambiato dall’altro. «Ma dov’eri sparito?»
Rigido come un tronco tra le braccia del matto, Ghescik si affrettò a borbottare: «Sssch. Zitto. La gente qui in paese dorme e poi…» si interruppe cercando di penetrare all’interno.
«Sì, sì, ha sempre fatto resistenza a fare ingresso nella nostra dimora e adesso non ha remora alcuna», mugugnò Zaccaria. «Sì, sì, qui gatta ci cova. Ecco perché il legno sulla brace spumeggiava. Ecco perché!»
«Non mi fare subito arrabbiare. Senti che puzza. Fammi entrare! Quante volte te lo devo dire che questa fogna mi dà il voltastomaco!» Un canale di scolo scorreva proprio di fronte all’ingresso della casa-torre. Ghescik si stava innervosendo.
«No. No. Non è possibile, non è concesso. Lo sai che non si può, non si può così. Devi saltare la soglia e tornare indietro, per tre volte. Sì, sì, per tre volte.»
Ghescik non poteva aspettare oltre e sapeva che quando l’amico si impuntava su una cosa non c’era modo di fargli cambiare idea. Si guardò intorno e poi, suo malgrado, eseguì rapidamente le istruzioni del matto. Saltellò avanti e indietro per tre volte e finalmente ottenne il permesso di entrare. Una volta all’interno, aspettando che Zaccaria serrasse nuovamente la porta, lo storpio esaminò circospetto l’ambiente. Aveva sempre evitato quel luogo. C’era entrato solo quando non aveva proprio potuto farne a meno. Non era difficile capirne i motivi. Prima di tutto il tanfo nauseabondo di piscio di gatto e di chissà che altro rivaleggiava con il puzzo della cloaca all’esterno. Poi tutto quel disordine e quella sporcizia conferivano al locale un che di ripugnante. Infine, checché ne dicesse Zac, quella struttura era pericolante.
«Irrequieto, sì, sì. Irrequieto ci pari. Che hai?» L’acchiapparatti scrutò l’ospite. «Che t’è capitato? Hai messo le brache al contrario? Non avrai mica visto passare il topo maculato?»
«Ma quale topo maculato!» sbruffò Ghescik. «Mi stanno alle calcagna, Tamarkus e i suoi.»
«Ecco perché di recente abbiamo veduto più volte Toder il Lungo da queste parti. Ma perché, perché? Cos’hai compiuto mai?»
Ignorando la domanda, Ghescik cominciò a tessere la sua tela.
«Senti…»
«Sì, sì, sentiamo.»
«Sai…»
«No, no, non sappiamo.»
«Ho bisogno di un rifugio, non ho soldi, sono molto stanco e affamato», dichiarò lesto lo zoppo. Quindi guardò il compagno con l’espressione più sconsolata che aveva nel repertorio.
«Ci, ci dispiace.»
«Zac, il fatto è che non posso andare a casa mia.»
«Già, con quel cagnaccio rognoso che ti cerca. No, no che non puoi.»
«Esatto… Mi basterebbe un letto e qualcosa da mettere sotto i denti. Non ce la faccio più.»
«Ci dispiace che tu stia male.»
Alle volte raggirare l’amico si rivelava una faccenda tutt’altro che banale.
«Non sto male, Zac. È che non posso andare a casa mia. Capisci ora? Non posso andare a dormire lì.»
«Già, cavolo! Già… E allora dove dormirai?»
Ghescik era sul punto di scoppiare, ma fece un ultimo sforzo.
«Pensavo che tu mi potresti dare una mano.»
«Darti una mano… Noi?» Zac si guardò le mani, perplesso. Ghescik lo fissò in cagnesco.
«Accidentaccio Zac, ti sto chiedendo di ospitarmi per un po’. Se non altro in nome delle razzie alle tombe che abbiamo fatto insieme.»
«Noi, noi… No, veramente non ci risulta.» Zaccaria si mise a camminare su e giù, scuotendo la testa. «Noi non facciamo certe cose. No, no!» Adesso scuoteva la testa e gli indici di entrambe le mani.
«Sì, d’accordo, tu certe cose non le hai mai fatte.»
«No, no, no.»
«Certo che no, mi sono sbagliato. Tu certe cose non le fai. Tu… Tu sei un nobile!» esclamò lo storpio. Zac si fermò all’istante e lo fissò sconcertato. «Ti ricordi che ho scovato le tue origini negli archivi di Burik, vero?» Ghescik sperò di aver toccato il tasto giusto. «Io, sono stato io. Si potrebbe dire che sono io che ho fatto di te un nobile. L’ho scoperto io che possedevi un secondo nome. Narrish. Zaccaria Narrish.»
«Già, è vero. Noi… Zaccaria ha il secondo nome e quindi è un nobile!»
«Esatto! Allora, mi ospiterai o no?»
Alla domanda dello storpio, il matto cadde per qualche attimo in uno stato di immobile catatonia.
«Per Belzebù, Zac, ascoltami», supplicò il becchino. «Puoi ospitarmi per qualche giorno?»
D’improvviso l’altro si riscosse.
«Ma certo!» strillò. «Che domande ci fai? Noi siamo amici!»
Finalmente Ghescik si poté rilassare. Zaccaria era proprio strano e se qualcosa andava storto e cominciava a farneticare non c’era modo di riportarlo indietro dai suoi deliri. Per quella volta gli era andata bene, pensò lo storpio. Aveva compiuto il primo passo, ora si trattava di ottenere ciò per cui, in verità, era venuto.
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6th marzo 2010 at 22:49
Il nuovo prologo è bellissimo!
Le illustrazioni sono molto belle; a mio avviso perfette le seconde due, meno la prima. Ma in questa materia non ha senso giudicare, è tutto assolutamente soggettivo e dipende probabilmente dalla corrispondenza fra illustrazione e immagine mentale. Si può dire invece senza dubbio che il disegnatore è bravo e lo stile originale. Mi ha particolarmente toccata vedere l’immagine del gobbo e dell’acchiapparatti!
8th marzo 2010 at 19:57
Ciao Francesco, è stato un piacere…
grazie a te e buona fortuna!
9th marzo 2010 at 00:33
@Sergio Ponchione: Sono contento che sia stato un piacere. A dire il vero quando ho saputo delle illustrazioni, sono stato colto da un po’ di paura, oltre che da gioia e curiosità. Ma ero fiducioso. E mi ha stupito vedere quanto tu, realizzando quelle immagini, abbia saputo cogliere di ambienti e personaggi del libro e della mia mente. La locanda e la casa-torre di Zac sono vicinissime a come le avevo “viste”. Al becchino gobbo gli hai dato una precisione nella fisionomia che mi mancava e al cacciatore di taglie una nota che non riuscivo a dargli.