2010 23 feb

Editing, Micro-storie, 1

Autore: Redazione Categorie: Editing, micro-storie

In via del tutto eccezionale, ho deciso di fare un veloce, sommario e irrispettoso editing a tutte le risposte ricevute in modo da non escluderne alcuna dal materiale del prossimo post. Mi sono detto che in questa prima fase potesse valerne la pena.

In buona sostanza, ho operato dei tagli. Credo fermamente che eliminare parte del testo sia il principio-base dell’editing. Ciò che ci si dovrebbe chiedere quando si legge una parola, una frase, o un intero periodo è se davvero è indispensabile. Quasi sempre, se la risposta è negativa, si dovrebbe tagliare. Senza troppe remore. Non ricordo più a chi scrissi quel messaggio, ma mi ritrovai a confessare una cosa di questo genere: “Scusa se ti scrivo una lunga e-mail, ma non ho avuto tempo per scrivertene una corta.”

In alcuni casi mi sono anche permesso modifiche piuttosto pesanti, e me ne scuso. Mi sento giustificato dal fatto che tali interventi sono dettati dall’esigenza molto particolare di portare avanti queste micro-storie, caratterizzate dal dover essere brevi e, soprattutto, scritte a più mani. D’altra parte, se avrete a che fare con un editor, potranno forse nascere questioni non dissimili. Ad ogni modo, discuto volentieri di qualsiasi mio intervento… E l’ultima parola sarà sempre dell’autore del pezzo.

Qui sotto riporto i sei possibili incipit della prima micro-storia. Domani posterò la proposta per il prossimo pezzo.

GUFA, ladra?:

Gufa scese dall’albero in tutta fretta. Quel posto non era un nascondiglio sicuro. Troppo vicino al paese.
“Stavolta rischio di essere ingabbiata” pensò. “Ormai sanno che sono qui.” Si mise a raccogliere le sue cose e a cacciarle nello zaino. “Proprio stamattina doveva arrivare quel maledetto mercante.” Sospirò guardandosi intorno. Non sapeva ancora dove sarebbe potuta rimanere nascosta, nell’attesa del buio. Alla fine prese una decisione. La gamba le doleva tremendamente, ma si sarebbe costretta a raggiungere le propaggini dell’AscoBosco. Avrebbe passato il pomeriggio lì. Sarebbe tornata a Fontecheta con il calare delle tenebre. Si issò lo zaino in spalla e partì.
Se solo il mercante non l’avesse riconosciuta… Proprio oggi, che tutto era pronto. Ma doveva farlo comunque. Avrebbe pensato dopo a come cavarsela. Si fermò. “Maledizione, è troppo pesante!”
Posò lo zaino a terra e lo aprì. Tirò fuori gli attrezzi da scasso e li buttò sul terreno. Prese il pugnale nella custodia di cuoio grezzo. Lo fissò. Lo rinfilò nello zaino. Sollevò il capo. Passò rapidamente in rassegna tutte le cose che aveva portato con sé. Inutile, aveva fatto una scelta ponderata. Rimise gli attrezzi nello zaino e ripartì.
-Faccio questa e poi basta – disse a se stessa.

BRUNILDE, prostituta (a):

Brunilde si svegliò ancora intontita. Si mise a sedere sul letto. La testa le girava. Afferrò la bottiglia sul comodino e ne trasse un lungo sorso. Una smorfia e si alzò in piedi. Lo specchio davanti a lei la fissava inorridito.
Brunilde si avvicinò alla sua immagine riflessa.
Era ancora bella, nonostante le occhiaie. La massa di riccioli neri faceva spiccare il pallore del volto spigoloso. Le labbra screpolate sporgevano invitanti. Era ancora bella.
- Tania, portami l’acqua – gridò.
Qualche istante e la giovane compagna entrò con la brocca.
- Sei agitata Bruna? – chiese.
- No, sono sbronza – rispose Brunilde. – Ma devo riprendermi al più presto, la carrozza sarà qui a momenti. -
- Mi raccomando Bruna, ne va per tutte noi. -
- Tranquilla Tania, – Brunilde le strizzò l’occhio – anche questo signorotto cadrà ai miei piedi. -

ODO, “L’avvoltoio”, soldato di ventura:

Odo discendeva a grandi passi la via. La cotta e l’elmo risplendevano al sole, la spada pendeva al suo fianco.
Il reclutamento era nella piazza centrale di Fortevia. Era dall’alba che si strillava la notizia della razzia a Fontecheta. La banda di predoni si era asserragliata tra le case del paese. C’era bisogno dell’aiuto di soldati di ventura e mercenari per risolvere la situazione.
- Ecco l’Avvoltoio! – Alla sua destra un crocchio di bifolchi stazionava davanti all’ingresso della “Tana dei Monelli”. Odo proseguì senza voltarsi.
- Non vorrà mica arruolarsi per andare a Fontecheta? -
- E che ci va a fare? Quei tagliagole non sono mica ancora tutti morti! -
Seguirono le risate dei compaesani.
Odo strinse spasmodicamente le mani a pugno, mordendosi le labbra. Alla sua prima e unica battaglia, aveva avuto dei problemi di stomaco. Aveva rigettato più volte ed era giunto sul campo quando tutto era ormai finito. In balia di rabbia e tensione, aveva ucciso un nemico ferito, che tentava di fuggire strisciando sul terreno.
Da quel giorno, era diventato “l’Avvoltoio”. Prima soltanto per i suoi commilitoni, poi la voce si era sparsa e adesso anche i compaesani lo chiamavano così.
Svoltò l’angolo ed entrò nella piazza. A Fontecheta, giurò a se stesso, si sarebbe scrollato di dosso quell’orrendo soprannome.

BRUNILDE, prostituta (b):

Aprì gli occhi alla prima luce del mattino. Silenzio, eccezion fatta per quel respiro pesante e regolare.
Si girò di lato, ad osservare la figura massiccia che russava al suo fianco, ancor più imponente sotto alla massa disordinata delle coperte. “Non sei fatta per essere una prostituta” le vennero in mente le parole quasi spaventate di Isotta, con lei al bordello per molte estati. “L’ultima cosa che devi fare è innamorarti di un cliente…”
Con un gesto indolente, si scrollò di dosso le coperte, ancora calde e sudate dopo la lunga notte. Il freddo intenso del mattino l’aggredì facendole venire la pelle d’oca. Adesso avrebbe dovuto svegliarlo, come tante mattine aveva già fatto, vestirlo al pari di un bambino mezzo addormentato e aiutarlo a calarsi dalla finestra, prima che le altre ragazze potessero vederlo. Prima che Tilos si risvegliasse, e troppi occhi potessero vedere.
Si alzò in piedi, nuda. Esitò per un attimo, guardando la finestra. Con passo leggero, si mosse verso la cassettiera. Oggi sarebbe stato un giorno diverso.
Estrasse dal fodero il lungo pugnale che custodiva gelosamente fra le sue cose. L’avvicinò al volto, annusando quasi con voluttà quella lama nera, il suo odore di ferro e grasso rancido. Isotta aveva ragione. Non era proprio tagliata per fare la prostituta.
Sorrise, pregustando ciò che sarebbe potuto accadere quel giorno.

GHITA, bambina:

Ghita si svegliò col cuore che batteva all’impazzata. Con orrore tutto le tornò in mente all’istante. Due grosse lacrime le rotolarono sul faccino sudicio.
Si fece forza e si alzò dalla cuccia del cane. Corse al suo lettino, afferrò Brufo e se lo strinse al petto. Sospirò. Un passo dopo l’altro si avviò verso la soglia. Per non morire di paura si mise a canticchiare fra sé una nenia.
Aprì piano la porta di casa. All’esterno non c’era traccia di quegli uomini cattivi. Erano andati via. La campagna era silenziosa.
Ghita si voltò verso la porta della camera dei genitori e un nodo feroce le serrò la gola. Le lacrime ricominciarono a scendere in rigagnoli. La bambina ingoiò il dolore. La mamma avrebbe voluto che mi occupassi di Melissa, si disse.
Attraversò di corsa la cucina e aprì la porticina del sottoscala. Scese in fretta le scale e si avviò verso l’armadio scuro delle conserve. Schiuse la grande anta.
Due occhi allagati di paura la fissarono dal buio.
Ghita tirò la sorellina a sé e la strinse al petto. La piccina era rimasta zitta per tutta la notte. Ghita se n’era stata nascosta per ore, a tremare, e quando tutto era finito era crollata stremata sulla cuccia del cane. Si era dimenticata della sorella. Ora finalmente la riabbracciò e Melissa prese a piangere piano.
- Dov’è mamma Minna? – piagnucolò tirando su col naso.
- La mamma è partita – Ghita si fece forza e guardò la sorella negli occhi. – Ha detto che dobbiamo raggiungerla subito.
- Pecchè ullava stanotte? A chi ullava? – chiese la piccina.
- Hai fatto un brutto sogno Meli, ora non ci pensare. – Ghita sollevò il faccino della sorella. – Tieni, prendi Brufo che ti farà compagnia. E vai a prendere Bianchina. Portala al carro, ci servirà il suo latte. Io vado a prendere i vestiti e qualcosa da mangiare. -
- Ma io ho pauuura – biascicò Melissa.
- Con Brufo non puoi avere paura, lui scaccia via tutti i cattivi, mamma ha ragione, te l’assicuro. -
- Ma io… -
- Corri Meli, se non facciamo presto mamma ci darà le busse… – Ghita deglutì mentre già la piccina correva verso le scale. Afferrò qualche barattolo di marmellata e la seguì risoluta. Sarebbero andate in paese. A Fontecheta qualcuno le avrebbe aiutate. Doveva farsi coraggio. Doveva farlo per Melissa. La mamma avrebbe voluto così.

L’AVVOLTOIO, mercante di animali molto particolari:

In un’alba nebbiosa l’Avvoltoio si svegliò. Con un colpo scosse la rugiada dal collo rugoso e guardò il piccolo carro abbandonato nella radura. Aveva vegliato immobile tutta la notte ma ora, in un fruscio di penne, saltò giù dal ramo più basso della quercia e si avvicinò. I suoi occhietti neri erano fissi sulle gabbie in cui riposavano gli animali. L’Avvoltoio allungò un artiglio affilato e sfiorò un cesto da cui uscì un sibilo furioso. Lo ignorò, e raccolse una pipa dal fondo del carro. Quando l’ebbe accesa, tirò una lunga boccata e si sfilò il mantello foderato di penne grigie.
“Zitto, serpiciattolo. Risparmia la lingua per il mercato. Oggi devo venderti, per forza” mormorò.
Esaminò la gabbia di una capra con tre corna, poi un bauletto. Dentro c’erano cinque grossi scarafaggi neri.
“No, no! Non siete abbastanza!”
Si sfilò una scarpa e cominciò a staccarsi una ad una le dita sozze dei piedi, che nelle sue mani si trasformarono subito in scarafaggi. Li gettò nel bauletto, soddisfatto.
“Oggi devo liberarmi anche di voi. Sì, prima del tramonto.”
La sua testa lunga e sottile si piegò da un lato e si appoggiò pensosa su una spalla. Ascoltò i sibili furiosi del serpente e sospirò.
“Eh, già! A te manca una compagna per fare duba duba. Aspetta!”
Tra una boccata di fumo e l’altra, diede uno strattone alla propria lingua, che si allungò a dismisura e subito cominciò a sibilare. L’Avvoltoio la staccò di netto coi denti e la gettò nel cesto.
“Ma on inite ai!” farfugliò.
“No, non finiranno mai, mercante” disse una voce dietro di lui.
L’Avvoltoio non si voltò, ma la sua testa ruotò completamente verso l’uomo che era apparso in fondo alla radura.
“Io i liererò di utti oro” dichiarò. E se la sua lingua non fosse stata in un cesto a sibilare come una biscia, le sue parole forse avrebbero avuto senso.
“Per quanti pezzi ti stacchi, ne ricresceranno sempre degli altri. Non riuscirai mai a vendere tutti gli animali di cui sei fatto.” L’uomo fece una smorfia, guardando quell’essere deforme e infelice vicino al carro. “Ecco perché volevi una goccia del mio sangue, per aver ucciso per me, chimera. Volevi avere dentro di te anche l’uomo, un essere intelligente. Ma a quanto pare…” sogghignò, “è anche più maligno di tutti quelli che avevi già in corpo. Non mi sembri molto in forma. Preferisci farti a tocchetti e sparire del tutto, eh?”
“Io i iuscioò!”
“Ci riuscirai? E dove pensi che possano aiutare un relitto come te, chimera?”
L’Avvoltoio mosse appena le labbra. Questa volta l’uomo non faticò a capire. Il collo lungo dell’essere era volto a est. E una sola parola poteva trovarsi in quella direzione: Tilos (Fontecheta).

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12 Commenti su “Editing, Micro-storie, 1”

  1. gabriele:

    Mi piace molto di più ora il brano :D
    E tra l’altro è pressappoco la situazione che avevo in mente… solo che ora la cosa si capisce. Ed è più inserita nel contesto.

    Via, la prossima volta si ha da impegnarsi di più :)

    Grazie per l’editing, una sorpresa davvero utile ;)

  2. Lidia Perfinta:

    Hm, non riesco ad individuare i tuoi tagli nel mio incipit. Mi aiuti tu a vederli?

    Da parte mia, mi sono resa conto di due o tre difettucci che avrei potuto evitare.

    - Seconda frase, forse sarebbe meglio limitarsi a dire “scrollò via la rugiada dal collo rugoso.”

    - Poi. La seconda volta che accenno al sibilo del serpente, forse sarebbe preferibile un sinonimo per “furioso”. Due volte in poche righe, non so, non mi garba più come la prima volta che l’ho scritto.

    Infine, mi sono chiesta: va bene se l’uomo in fondo alla radura prima chiama l’Avvoltoio mercante e poi chimera? Ha senso? O pare forzato ai fini della rivelazione nel finale (goccia di sangue e motivo di quelle mutilazioni)? Di fatti, l’uomo chiama per ben due volte “chimera” l’Avvoltoio.

    Detto questo, sull’ambientazione. Sai, avendo scelto un personaggio nuovo, che veniva da fuori, avevo proprio quest’immagine del nuovo arrivo, che si ferma ai “margini” del mondo in cui abbiamo già vissuto un’avventura. Sarà per il carro, che mi faceva venire in mente le carovane nel far west che arrivano da terre lontane!

    Aspetto curiosa anche gli interventi degli altri sui loro pezzi (tutti interessanti) e i tuoi commenti.

    Ciao

  3. Francesco Barbi:

    Intanto mi scuso per i casini che sto facendo nella formattazione del testo. Non sono ancora pratico.

    @Gabriele: Felice che tu abbia apprezzato i miei interventi pesantucci e che abbia trovato utile il confronto.

    @Lidia Perfinta: Sono contento che tu mi abbia dato occasione di discutere del tuo pezzo. Giusto una mezz’oretta fa ho deciso che i singoli brani potranno essere riveduti in qualsiasi momento dai loro autori, purché le modifiche non incidano sulla coerenza dell’intero racconto. Ci tornerò nelle prossime note.
    Gli interventi sul brano sono stati pochi. Lo riporto sotto. Tra parentesi ho inserito altre cosette che avevo pensato, ma di cui alla fine non ero certo.
    Riguardo ai due nomi dell’Avvoltoio, anch’io avevo sentito un certo fastidio, a dire il vero. Anche perché sembrerebbero entrambi soprannomi.
    Sull’ambientazione. Questo nuovo personaggio è messo piuttosto male e si è fermato ai margini. Ma è comunque arrivato. Ed è bello. A me il carro fa venire in mente la carta dei tarocchi… “Né di redini e frusta, né di spada, ha bisogno il padrone di se stesso”.

    L’AVVOLTOIO, mercante di animali molto particolari: (chimera e Avvoltoio?)

    In un’alba nebbiosa l’Avvoltoio si svegliò. Con un colpo scosse la rugiada dal collo rugoso e guardò il piccolo carro abbandonato nella radura. Aveva vegliato immobile tutta la notte, ma ora, in un fruscio di penne, saltò giù dal ramo più basso della quercia e si avvicinò. I suoi occhietti neri erano fissi sulle gabbie in cui riposavano gli animali. L’Avvoltoio allungò un artiglio affilato e sfiorò un cesto da cui uscì un sibilo furioso. L’Avvoltoio Lo ignorò, e raccolse una pipa dal fondo del carro. Quando l’ebbe accesa, tirò una lunga boccata e si sfilò il mantello foderato di penne grigie.
    “Zitto, serpiciattolo. Risparmia la lingua per il mercato. Oggi devo venderti, per forza” mormorò.
    Esaminò la gabbia di una capra con tre corna, e poi un bauletto:. Dentro c’erano cinque grossi scarafaggi neri.
    “No, no! Non siete abbastanza!”  (“Non siete abbastanza…”)
    Si sfilò una scarpa e cominciò a staccarsi una ad una le dita sozze dei piedi, che nelle sue mani si trasformarono subito in scarafaggi. Li gettò nel bauletto, soddisfatto.
    “Oggi devo liberarmi anche di voi. Sì, prima del tramonto.”
    La sua testa lunga e sottile si piegò da un lato e si appoggiò pensosa su una spalla. Ascoltò i sibili furiosi (eliminerei, in effetti) del serpente e sospirò. (Qui il soggetto sarebbe la testa, ma c’è sottinteso anche l’Avvoltoio… Alla fine avevo deciso di lasciare com’era)
    “Eh, già! A te manca una compagna per fare duba duba. Aspetta!”
    Tra una boccata di fumo e l’altra con la pipa, diede uno strattone alla propria lingua, che si allungò a dismisura e subito cominciò a sibilare. L’Avvoltoio la staccò di netto coi denti e la gettò nel cesto.
    “Ma on inite ai!” farfugliò.
    “No, non finiranno mai, mercante” disse una voce dietro di lui.
    L’Avvoltoio non si voltò, ma la sua testa ruotò completamente verso l’uomo che era apparso in fondo alla radura.
    “Io i liererò di utti oro” dichiarò. E se la sua lingua non fosse stata in un cesto a sibilare come una biscia, le sue parole forse avrebbero avuto un senso. (altrimenti “trasmesso il senso”?)
    “Per quanti pezzi ti stacchi, ne ricresceranno sempre degli altri. Non riuscirai mai a vendere tutti gli animali di cui sei fatto.” L’uomo fece una smorfia, guardando quell’essere deforme e infelice vicino al carro. “Ecco perché volevi una goccia del mio sangue, per aver ucciso per me, chimera. Volevi avere dentro di te anche l’uomo, un essere intelligente. Ma a quanto pare…” sogghignò, “è anche più maligno di tutti quelli che avevi già in corpo. Non mi sembri molto in forma. Preferisci farti a tocchetti e sparire del tutto, eh?”
    “Io i iuscioò!”
    “Ci riuscirai? E dove pensi che possano aiutare un relitto come te, chimera?”
    L’Avvoltoio mosse appena le labbra. Questa volta l’uomo non faticò a capire. Il collo lungo dell’essere era volto a est. E una sola parola poteva trovarsi in quella direzione: Tilos.

  4. Ignacio:

    Anche il mio pezzo è veramente migliorato!
    Devo ammettere che rileggendolo mi sentivo un po’ a disagio perché, diciamo la verità, non si capiva nulla! Ma è stata colpa del fatto che ho seguito il consiglio di pensare a un personaggio e mi sono ritrovato a scrivere senza sapere cosa. Ma sarebbe bastato rifletterci di più sopra visto che poi, una volta scritto il pezzo, quello è rimasto a orbitarmi nella testa e ha iniziato a crearsi una storia. Capisco qualcosa dello scrivere e di cosa intendi quando dici che se crei il personaggio e poi lo lasci vivere la storia si crea da sè.
    Comunque il pezzo è proprio bello ora e sono contento che non sia bocciato e che possa essere usato per andare avanti.
    Mi dispiace un po’ per il soprannome ma capisco la scelta. Avevo buttato troppa carne al fuoco.
    Bello anche vedere l’editing degli altri pezzi.

  5. Lidia Perfinta:

    Orbene! Si possono fare leggere modifiche ai testi? Quindi che devo fare, rispedire nel post dell’ultimo articolo? Spiega, spiega…

    Per quanto riguarda l’avvoltoio-chimera. Chimera non è un soprannome, è quello che è quell’essere. Lo si chiama avvoltoio, perché quello è l’animale predominante, quello che dà gran parte dell’aspetto esteriore della creatura. Hai presente la chimera etrusca? Per quanto si sappia che è formata da drago, capra e leone, la figura predominante, che balza subito agli occhi è quella del leone. Per me, quando immagino questa chimera, l’aspetto generale è quello dell’avvoltoio.

    Comunque, ho in mente solo un piccolo aggiustamento per liberarci del fastidio “mercante-chimera.”

    Aspetto istruzioni su come devo spedire.

  6. Francesco Barbi:

    @Ignacio: In effetti ho dovuto un pochino re-inventare la storia. Sono comunque contento di non aver stravolto o male interpretato il tuo brano. Il soprannome proprio non mi ci stava.

    @Lidia Perfinta: Sono ancora in una fase di rodaggio… L’autore può inserire le modifiche sotto al post che ha dato origine al brano, se sono poche (magari dando indicazione delle righe), oppure postare di nuovo l’intero pezzo. Io provvederò ad inserirlo all’interno della micro-storia nella side-bar (quando apparirà).
    Per quanto riguarda il discorso chimera-avvoltoio, prima di fare le tue modifiche, forse ti può essere utile sapere che avevo colto pienamente il “senso-significato” della chimera nonostante tu non l’avessi, giustamente, esplicitato. Alla fine credo (mi ci è voluto un po’ per convincermene) che si debba sempre dare fiducia al lettore. Al limite meglio risultare un pochino oscuri piuttosto che didascalici.
    Chimera non è un soprannome, per l’appunto… Ma sembrerebbe che l’uomo nella radura ne facesse uso come tale.
    A questo punto mi viene in mente che, in futuro, potresti forse giocare sul fatto che il mercante cambi nell’aspetto e il soprannome di Avvoltoio perda di significato.

  7. Lidia Perfinta:

    Eccomi, Francesco, con le mie correzioni al pezzo (aggiunte a quelle fatte da te). Sì, so che avevi capito che chimera era proprio l’essere e non un soprannome. Era proprio nel racconto che la cosa era un po’ nebulosa. Anch’io ho fiducia nel lettore, ma penso anche questo: misteriosi sì, ma confusi no. Io sono stata confusa. Vediamo un po’ se così va meglio. In fondo sono segnati i punti del brano che ho cambiato. Ora lo ritengo concluso, puoi usare questo. Spero ti piaccia, (non che sia cambiato molto, eh).

    Brano rivisto

    In un’alba nebbiosa l’Avvoltoio si svegliò. Scrollò via la rugiada dal collo rugoso e guardò il piccolo carro abbandonato nella radura. Aveva vegliato immobile tutta la notte ma ora, in un fruscio di penne, saltò giù dal ramo più basso della quercia e si avvicinò. I suoi occhietti neri erano fissi sulle gabbie in cui riposavano gli animali. L’Avvoltoio allungò un artiglio affilato e sfiorò un cesto da cui uscì un sibilo furioso. Lo ignorò e raccolse una pipa dal fondo del carro. Quando l’ebbe accesa, tirò una lunga boccata e si sfilò il mantello foderato di penne grigie.
    “Zitto, serpiciattolo. Risparmia la lingua per il mercato. Oggi devo venderti, per forza” mormorò.
    Esaminò la gabbia di una capra con tre corna, poi un bauletto. Dentro c’erano cinque grossi scarafaggi neri.
    “Non siete abbastanza!”
    L’Avvoltoio si sfilò una scarpa e cominciò a staccarsi una ad una le dita sozze dei piedi, che nelle sue mani si trasformarono subito in scarafaggi. Li gettò nel bauletto, soddisfatto.
    “Oggi devo liberarmi anche di voi. Sì, prima del tramonto.”
    La testa lunga e sottile gli si piegò da un lato e si appoggiò pensosa su una spalla. Ascoltò i sibili del serpente e sospirò.
    “Eh, già! A te manca una compagna per fare duba duba. Aspetta.”
    Tra una boccata di fumo e l’altra, diede uno strattone alla propria lingua, che si allungò a dismisura e subito cominciò a sibilare. L’Avvoltoio la staccò di netto coi denti e la gettò nel cesto.
    “Ma on inite ai!” farfugliò.
    “No, non finiranno mai” disse una voce dietro di lui.
    L’Avvoltoio non si voltò, ma la sua testa ruotò completamente
    verso l’uomo che era apparso in fondo alla radura.
    “Io i liererò di utti oro” dichiarò. E se la sua lingua non fosse stata in un cesto a sibilare come un biscia, le sue parole forse avrebbero avuto senso.
    “Per liberarti di tutti gli animali di cui sei fatto, dovresti riuscire a venderli in un colpo solo. Ma chi è quel pazzo che comprerebbe i pezzi scartati di una chimera?”
    L’uomo fece una smorfia, guardando quell’essere deforme vicino al carro.
    “Ecco perché, dopo aver ucciso per me, volevi una goccia del mio sangue” disse. “Volevi avere dentro di te anche l’uomo, un essere intelligente. Ma a quanto pare…” sogghignò, “è anche più maligno di tutti quelli che avevi già in corpo. Non mi sembri molto in forma. Preferisci farti a tocchetti e sparire del tutto, eh?”
    “Ci iusciò!”
    “Ci riuscirai? E come? Voglio proprio sapere dove accetterebbero un mercante che perde pezzi e sembra un uccellaccio mangia carogne.”
    L’Avvoltoio mosse appena le labbra. Questa volta l’uomo non faticò a capire. Il collo lungo dell’essere era volto a est. E una sola parola poteva trovarsi in quella direzione: Tilos.

    Cambiamenti:

    - Seconda frase: scrollò via la rugiada (al posto di: con un colpo scosse).
    - Rivolto agli scarafaggi: Non siete abbastanza! (tolgo: No, no!).
    - Inserito il soggetto: l’Avvoltoio (nella frase: Si sfilò una scarpa).
    – La testa lunga e sottile gli si piegò (al posto di: la sua testa lunga e…)
    - Tolto punto esclamativo da “Aspetta!” Meglio non inserirne troppi.
    - Tolto la ripetizione del sibilo furioso del serpente. Ho già reso l’idea la prima volta.
    - Tolta il riferimento a “mercante.”
    - Nella seconda frase, l’uomo non chiama l’essere chimera, ma dice proprio: “tu sei una chimera.” Così non c’è più il rischio di scambiarlo per un altro soprannome.
    Piccola nota: anche un leggero cambio nella spiegazione, qui, ora dovrebbe rendere la scena più chiara e forse rendere più facile immaginare il proseguo.
    - Tolto “infelice” dalla descrizione dell’essere. Non sono sicura che sia giusto lasciarlo. Come si fa a sapere se è infelice? E’ un intervento del narratore? O è l’uomo che lo guarda e pensa che sia infelice. Sono nel dubbio, sul PDV, in questo punto. (Accetto suggerimenti).
    - Ultimo aggiustamento della frase dell’uomo sulla goccia di sangue.
    - E riferimento al “mercante” nell’ultima frase dell’uomo, unito alla rapida spiegazione sull’aspetto da uccellaccio che ha al momento la chimera. Così si giustifica il nome “Avvoltoio”.

  8. Lidia Perfinta:

    Ops: Nel brano ho riscritto una frase e no ho aggiornato la nota corrispettiva (l’uomo non dice più chiaramente “tu sei una chimera”). Ho seguito il tuo consiglio sul non imboccare troppo il lettore, o essere didascalici. Spero di esserci riuscita.

    Ciao, ora mi leggo l’articolo sui luoghi.

  9. Francesco Barbi:

    @Lidia Perfinta: Il racconto non era confuso, ma richiedeva che il lettore facesse un momento mente locale. E questo, sempre che sia possibile, sarebbe meglio evitarlo. Il lettore ha voglia di immergersi, non di sforzarsi, anche poco, per capire.

    Comunque mi sembra che tu abbia risolto molto bene la faccenda. Figurati che ero stato lì lì per suggerirti anch’io di fargli dire qualcosa del tipo “tu sei una chimera, devi accettare…”, ma così non mi convinceva. La tua soluzione era quello che si poteva sperare di trovare.

    “Infelice” ce lo lascerei. Funziona. Quando ho rivisto l’acchiapparatti, sono impazzito nel cercare di dare rigore all’uso del punto di vista. Poi ho capito che anche in questo caso un po’ di elasticità non guasta. Leggere un romanzo che non sgarra da un’impeccabile gestione del punto di vista dà piacere, ma se la buona norma limita la possibilità di ottenere qualcosa di efficace o d’impatto, allora vale la pena fare uno strappo alla regola. Qui potrebbe essere il narratore, ma a me pare di più che si tratti dell’uomo, che considera infelice la chimera. E questo lo trovo dissonante e dunque pregno di significato, capace di aprire porte inattese. Un uomo che sembra spietato ma che è quantomeno colpito, ciò nonostante, dall’infelicità della chimera. Io non ci rinuncerei.

    Tutti gli altri sono ottimi interventi.

  10. Psicomama:

    Il pezzo di Lidia è bellissimo! Non mi sentirei mai di continuarlo ma tanto mi ispira che mi è venuto in mente di far incontrare l’Avvoltoio dalle mie bambine in fuga! O mi piacerebbe vederlo incontrare Brunilde!
    Se si sceglie di continuare una storia iniziata da altri, è possibile apportare qualche piccola modifica o è meglio di no? (Es: Brunilde non deve recarsi da un signorotto ma da un personaggio misterioso).

    Due impressioni:
    Mi sembrerebbe utile e più leggibile se le storie scelte, dopo l’editing e dal momento che sono valide per proseguire con nuovi scritti, fossero facili da rintracciare (trovo faticoso doverle andare a cercare nei vecchi post). Non mi intendo di informatica ma, se è possibile, mi sembrerebbe utile separarle dai post, forse dandogli la stessa importanza di link, ultimi commmenti, ecc.
    Sono perfezionista (almeno relativamente alle questioni formali) e non mi piace la non conformità dei trattini di dialogo, ora corti e ora lunghi. Scusa la fisima.

    Un’ultimissima cosa: se due personaggi di due autori diversi si incontrano, si può fare anche botta e risposta fra autori? E’ un po’ ambiziosa come idea ma nasce dal fatto che se Ghita incontrasse l’Avvoltoio sarei curiosa di sapere come reagirebbe davvero lui (“lui” vorrei metterlo in corsivo ma non so come si fa), non di inventare un mio (italic) Avvoltoio. Mi è piaciuto quello! ;)

    Quello che stai facendo, Francesco Barbi, è molto interessante e stimolante, grazie!

  11. Lidia Perfinta:

    @Psicomama.
    Grazie per i complimenti! :) Idea ambiziosa e intrigante assai, quella del botta e risposta tra autori, attraverso i propri personaggi. Ma, non essendo nemmeno io molto pratica di computer, non ho idea se si possa fare.

    @Francesco.
    Ok, vada per l’infelice. Resta. E’ la mia risposta definitiva, accendiamola.

  12. Francesco Barbi:

    @Psicomama: Le “intersezioni” tra i racconti erano già state preventivate (tra l’altro ci potrebbero dare modo di lavorare sul punto di vista). Vedremo più avanti se e cosa sarà possibile fare.
    Per quel che riguarda la “rintracciabilità” delle storie, aspetto l’esito del post su descrizioni-luoghi-1 per inserire le storie “sopravvissute” (nella speranza che siano almeno un paio) all’interno delle categorie nella side-bar. Cercherò di uniformare e sistemare i trattini di dialogo in quell’occasione.

    @Lidia Perfinta: Bene. Me ne ricorderò quando le pagine contenenti i racconti saranno create.

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