Descrizioni, Luoghi, 1
Scopo di una descrizione è la creazione del contesto, la definizione di una situazione. Ma il fine ultimo deve rimanere la storia: la descrizione serve, ha significato e deve avere significato per la storia.
Quando si ha a che fare con le descrizioni, sia come autori che come lettori, la noia è dietro l’angolo. A mio parere, le descrizioni sono forse i pezzi più impegnativi o comunque quelli da non scrivere di getto, “tanto per dare qualche indicazione sull’ambiente”… A meno che non ci sia davvero l’ispirazione, spesso legata all’aver intravisto o scoperto la possibile funzionalità della descrizione nella storia.
Anche i luoghi possono essere elementi attivanti per l’immaginazione e la costruzione delle vicende. Avere davanti una mappa potrebbe forse aiutare…
TRACCIA:
Scegliere uno dei 6 incipit tra quelli riportati qui. Il personaggio, per le ragioni più varie, raggiunge Fontecheta (o Sosera). Descrivere il paese o parte di esso in funzione della storia che vive il protagonista. Cercare di far percepire il luogo al lettore tramite gli occhi, il naso, le orecchie, le azioni e gli spostamenti del personaggio.
NOTA 1: La funzione di questo secondo pezzo di storia è quello di definire bene la situazione, come si è arrivati lì e cosa ci si può aspettare che succeda. Non è ancora il momento dell’azione, ma dovrebbe venir fuori il succo del racconto, la questione, o situazione, da affrontare. Potrebbe essere utile immaginare di disporre i pezzi su una scacchiera.
NOTA 2: Indicazioni spazio-temporali, nomi di paesi e luoghi, così come tutto ciò che non stravolga la storia, possono essere cambiati nei brani precedenti affinché la nuova risposta e la storia siano coerenti. Basta segnalarlo all’interno del commento che contiene il nuovo pezzo.
NOTA 3: Attenzione al punto di vista. Ad esempio, se il personaggio conoscesse bene Fontecheta sarebbe un conto, se invece fosse la prima volta che vi si recasse… Potrebbe aiutare creare delle discrepanze tra i ricordi e quello che si trova davanti ora il protagonista. Sempre che scegliate il suo punto di vista.
MATERIALE:
- A chi sentisse il bisogno di una guida o di alcune linee direttive sullo scrivere descrizioni, consiglio di leggere il compendio dedicato all’argomento redatto da Chiara-Gamberetta e disponibile in rete. Trovo che sia davvero ben fatto, sintetico ma puntuale ed esauriente. Eccolo qui.
- Se si intende “affrontare” l’eventuale viaggio o farne comunque un cenno, la mappa delle Terre di Confine è consultabile qui.
- Qui sotto riporto la mappa di Fontecheta (cliccare per ingrandire). Anche qui è possibile modificare o integrare il luogo con elementi che non compaiono nelle figure. L’obiettivo è semplicemente quello di stimolare l’immaginazione (magari non fate comunque comparire un grattacielo di 200 piani al centro del fiume…).
E qui una visione più o meno prospettica del paese:
Infine come esempio, la descrizione del paese di Ombroreggia, tratta dal seguito dell’acchiapparatti e dunque ancora provvisoria (sono ben accetti i suggerimenti). Il capitolo 6 inizia così:
Un paesino di trenta, trentacinque case. Al più centocinquanta anime. Da lontano, Ombroreggia pareva un cumulo di pietre punteggiato di lumi rossastri.
Arrivarono da nord, attraverso i campi arati, le zolle smosse. La luna era una falce sottile in cielo. Non c’erano mura, né fossati a circondare il paese. Giunsero alle prime case. Addossate l’una all’altra, diroccate e pericolanti. Interamente di pietra. Piccoli blocchi consunti e grigi si tenevano insieme in costruzioni che sfidavano il buon senso.
Nessuna via lastricata, fatta eccezione per la Vecchia Oschese, che tagliava in due l’abitato. I cavalieri si addentrarono in un vicolo buio e maleodorante che si faceva spazio tra gli edifici come fosse una galleria. Le campane suonarono sedici rintocchi. Erano passate quindici ore dall’alba. Voci e rumori di passi, la luce di fiaccole che si riverberava sui muri al termine della viuzza.
Non ebbero difficoltà a trovare ciò che cercavano. Il vicolo sbucava sulla strada principale. Di fronte, sull’altro lato, un tendone purpureo occupava uno slargo tra le case. Sopra il varco nei tendaggi, che dava accesso all’interno, spiccava l’insegna:
…
Tags: descrizione di luoghi, Fontecheta, Gamberetta, illustrazioni, Ombroreggia, paesi, Sosera



24th febbraio 2010 at 10:39
Bellissime le mappe! E l’idea che c’è sotto. Anche il mio pezzo è di sicuro migliorato dopo il tuo editing. Ma si può anche continuare la storia di un altro?
24th febbraio 2010 at 18:08
@Grillo: Certamente. Altrimenti non avrei parlato di storie a più mani. Chiunque può intervenire per scrivere anche un solo pezzo della storia.
25th febbraio 2010 at 19:18
Stavo quasi per intervenire sulla creazione del personaggio, ma non ero abbastanza convinto del mio scritto e non ho avuto tempo. Proverò a cimentarmi in questo, anche se mi sembra più difficile.
Comunque tanti complimenti, la cosa è davvero ben fatta.
26th febbraio 2010 at 10:04
Hm, sto riflettendo.
Mi dispiace molto di non avere ancora in mano il tuo libro; è un po’ fastidioso, e mi sembra irrispettoso, addentrarmi in un’ambientazione che ancora non conosco e di cui ho solo una vaga immagine. Dal 9 Marzo in poi potrò gettarmi senza paura nel tuo mondo (e giocarci anche un po’). Ora rifletto su come fare un ambiente per il personaggio, e mi sembra di camminare sulle uova. Ho paura di rompere qualcosa!
Ma non mi arrendo, la tua cartina mi ha già offerto qualche spunto, ho letto gli altri tuoi articoli, ho letto le citazioni del tuo libro su Gamberi Fantasy. Sono quasi pronta per un tentativo. Quanto mi piace questo spazio dei racconti!
Facciamo schioccare le nocche e continuamo l’avventura!
Mi farò viva fra un paio di giorni col mio nuovo pezzo, questa è una minaccia.
26th febbraio 2010 at 11:36
Intanto ne approfitto per segnalare che ho inserito, a distanza di un giorno dalla pubblicazione del post, l’esempio scritto da me. Me ne ero dimenticato e forse non ne ero convinto. Poi mi è sembrato giusto farlo. Aggiungo che si tratta di un pezzo che fa parte di un romanzo e non di un racconto breve e che le sue finalità sono un po’ diverse da quelle suggerite nel post. Ma resta comunque una descrizione di un paese.
@Il Lupo Cattivo e @Lidia Perfinta: La traccia è in effetti piuttosto ostica. Ribadisco allora che la finalità è scrivere. Punto. Spero che la traccia possa in qualche modo suscitare un’ispirazione ma aggiungo che se nel racconto che immaginate non c’è posto, o quantomeno non adesso, per un pezzo centrato sulla descrizione, non importa. Scrivete quello che sentite e vedete.
@Lidia Perfinta: Non preoccuparti affatto dell’ambientazione. Vale il discorso di sopra. Quello che mi interessa è la scrittura.
Lavora come stai facendo sul personaggio, la creazione dell’ambiente è secondaria e verrà di conseguenza. Per quanto riguarda le uova, mi sembra che te la cavi benissimo. E se anche se ne dovesse rompere qualcuna, credo di aver interiorizzato una verità profonda in proposito: gli errori, in tutti i campi (nel DNA delle specie, nella vita dei singoli individui, nelle relazioni sociali…), sono alla base del processo di evoluzione e di crescita. Basta saperli trattare come tali e agire di conseguenza: “andare avanti”.
Sono davvero felice per il tuo entusiasmo.
26th febbraio 2010 at 12:52
Anche io sono entusiasta ma sono anche un po’ intimorita dalla seconda traccia. E non ho tempo! Devo aspettare la serata giusta. Intanto digerisco pensieri…
…E non solo quelli legati alla traccia da sviluppare: queste intuizioni sul valore degli errori sono molto interessanti e ricche di implicazioni!
Quando avrò riletto il libro nella nuova edizione ti scriverò i miei pensieri sul discorso psicoanalitico celato e rivelato dal tuo romanzo.
26th febbraio 2010 at 22:18
Gufa non deve andare verso l’Asco Bosco ma verso Sosera, nel pezzo precedente. Avrei voluto vedere tutto il paese ma ho dovuto tagliare per ragioni di lunghezza. Ho seguito il personaggio mentre andava e mi sono ritrovato a scrivere questo:
Gufa scappò in tutta fretta dal pollaio con le mani piene di uova. Si tuffò di nuovo fra gli alberi.
Quella doveva essere Sosera, pensò, tornando rapidamente alla radura dove aveva acceso un fuoco. Un formaggio e quattro uova; non era male come bottino. E la gamba le doleva molto meno, dopo il pomeriggio di riposo. Doveva aver preso solo una storta, niente di più. Avrebbe potuto contare su tutta la sua agilità quella notte. Agilità e non solo…
Gufa si chiese se aveva conservato il suo bell’aspetto dopo quella nottataccia, dopo la corsa con la caviglia dolente, nel fango e nella polvere. Avrebbe dovuto lavarsi. Avere un buon odore. Si chiese se tornare al pagliaio. Le era sembrato di aver visto un pozzo. No, meglio raggiungere quanto prima Fontecheta. Non si ricordava bene il paese ed era il caso di rinfrescarsi la memoria.
Bevve due uova crude e mangiò una grossa fetta di formaggio. Ottimi. Qui sanno come si fa il formaggio. Per lo meno era in forze. Anzi, se avesse avuto anche del buon vin Cheto.
Si avviò con prudenza verso Fontecheta, seguendo poco lontano la via.
Raggiunse Fontecheta attraverso il frutteto, approfittando per rubare anche qualche pera e grappolo d’uva.
Magari avrebbe potuto recarsi alla locanda? Ricordava che c’era un’osteria o qualcosa di simile in riva al fiume. Un posto piuttosto grande, probabilmente non l’avrebbero notata. Giusto per bere un bicchiere e far passare due ore. E doveva trovare il modo di lavarsi.
Costeggiò due fattorie passando fra i campi. Intravide un orto in fondo alla vigna. Si avvicinò con maggiore circospezione. Cominciò a udire lo starnazzare di polli. Si mantenne fra gli alberi al lato della vigna per non attraversare uno spiazzo aperto e si diresse verso l’orto. Lo attraversò aggiungendo al suo bottino un grappolo di pomodori. In fondo all’orto c’era un piccolo capanno e un pozzo per le irigazioni. Gufa si spogliò rapidamente e si strofinò con energia con l’acqua gelida. Raggelò, nell’aria frizzante della serata estiva. Si asciugò sommariamente e si rivestì in fretta. Si mise qualche goccia di olio profumato e si strigò i capelli con le dita. Per fortuna erano liscissimi, scivolosi e ubbidienti.
Devo sembrare un’ombra nera, più scura della sera già illuminata dalla luna.
Devo sembrare un’ombra nera e porto la morte.
27th febbraio 2010 at 10:11
Il brano
Il paese riposava ancora lungo la riva del fiume, quando un carro trainato da un asino apparve sulla via principale di Fontecheta.
La figura che lo guidava era alta e sottile; non si poteva dire altro sul suo aspetto. Degli strati di stracci ricoprivano quasi del tutto i suoi abiti logori, e la testa china riusciva a ritrarsi alla vista in fondo a un largo cappuccio, in un modo alquanto strano.
L’uomo, perché di un uomo doveva pur trattarsi, avrebbe pensato chiunque fosse stato sveglio per assistere alla sua comparsa, fermò il carro all’altezza di un vigneto. Quando scese, fece un cenno all’asino, che proseguì da solo.
La figura intanto si mosse fra le case silenziose. Il terriccio della strada scricchiolava sotto i suoi piedi, mentre scrutava gli usci chiusi e le finestre polverose. Arrivò ai tavoli deserti di un’osteria. Per un attimo la testa, troppo stretta per un essere umano, emerse dall’ombra del cappuccio, e gli occhi da avvoltoio lessero l’insegna scolorita: Osteria l’Avvinazzato.
Da quando quell’uomo l’aveva avvelenato col suo sangue, l’Avvoltoio capiva la scrittura umana. E poteva parlare. Così, mentre attraversava morente e senza meta quelle terre, si era imbattuto nel paese di Fortevia e lì aveva capito cosa fare. L’ultima sua destinazione era Fontecheta, quel pugno di case e stalle sparpagliate in riva al fiume sarebbe stata la sua tomba, e il luogo della sua vendetta.
Un ghigno apparve sul suo volto semiumano. Si sfilò un guanto, con due dita imbottite di stoffa, e strofinò uno dei suoi tre artigli su un tavolo macchiato. Succhiò a lungo un sapore di vino, sudore e sporcizia. Solo dei bifolchi sedevano a quei tavoli; le sedie sporche di muco rappreso erano la prova che tutta la fatica delle loro giornate non andava oltre lo scaccolarsi e ripagare del vino l’osteria, con i prodotti genuini dei loro nasi.
L’Avvoltoio alzò il naso a becco e annusò odore di bestie da stalla; era ovunque, ma c’era anche odore di umani, chiusi nelle loro stalle con le porte di legno e i vetri alle finestre. Tutti, bestie e umani, sarebbero tornati utili per la resa dei conti, ma non prima che fosse iniziato il mercato. L’Avvoltoio raggiunse una piccola piazza e lì trovò il suo carro. L’asino si stava abbeverando a un fontana di pietra da cui si alzava l’unico odore fresco e pulito, in quel paese che puzzava di dita sporche di terra, polli e vestiti sudati.
L’Avvoltoio sistemò il carro in un angolo della piazza e dalla sua nicchia ombrosa cominciò ad attendere il risveglio del paese.
La prima persona che apparve, fu un uomo massiccio, con l’aria di chi comanda un esercito, ma con gli abiti stropicciati e l’odore di femmina addosso. L’Avvoltoio fiutò anche su di lui la paura. Poco tempo dopo i fori neri che aveva per occhi scintillarono alla vista di due bambine che barcollavano in direzione della fontana. La bambina più piccola piangeva senza sosta, mentre quella più grande teneva la testa alta, mostrando un viso fiero. L’Avvoltoio assaporò con delizia l’odore delle lacrime che si erano già asciugate sul suo viso.
Quello era l’inizio.
Unica nota: nel primo pezzo ho dimenticato di sostituire il nome Tilos con Fontecheta.
E poi forse, ho sbagliato a dire che l’Avvoltoio guardava a est, dato che ora arriva da via Bretella.
27th febbraio 2010 at 10:14
Di nuovo un pezzo lungo. Mi spiace, non sono riuscita a trattenermi. I tuoi spunti mi hanno dato un’idea così vivida, che ogni particolare sguscia fuori, continua a crescere, come i pezzi della chimera.
Ho continuato il mio pezzo, solo perché mi sono resa conto che il mio personaggio era l’unico forestiero e avrei avuto più difficoltà a descrivere il punto di vista di altri, che sembra conoscano già Fontecheta, o addirittura ci vivano. Ma, in realtà, dato che mi piacciono tutti i personaggi descritti, avevo avuto un’ideuzza…
Spero che agli altri autori non dispiaccia che abbia citato alcuni dei loro personaggi e, anzi, nella mente li abbia collegati tutti in un’unica grande vicenda. E quest’Avvoltoio invadente avrebbe delle offerte da fare a tutti loro. Un po’ come Leland Gaunt, negoziante maligno di Cose Preziose di Stephen King.
Non le ho inserite ancora, perché avrei dovuto anche descrivere le reazioni degli altri personaggi, credo che ognuno debba ragionare e reagire con la testa del suo autore, così il risultato potrebbe essere inatteso (questa cosa me l’ha ispirata Psicomama, con la sua idea del botta e risposta tra personaggi).
Per esempio, per irretirvi, cari autori, vi dico che…
Per convincere la gente a fidarsi di lui, due bimbette paffute ad aiutarlo nella vendita, sarebbero l’ideale per l’Avvoltoio. E per un certo soldato appena arruolato, in arrivo a Fontecheta per un “falso attacco” annunciato proprio dall’Avvoltoio, avrebbe giusto giusto un fegato da vendere per sgominare i nemici. Anzi, a chiederlo al fegato, se li mangerebbe proprio i nemici. E così via…
Ma, se anche solo Psicomama fosse ancora dell’idea di un bel confronto, io ci sto!
27th febbraio 2010 at 17:31
@Psicomama: A dire il vero, puntualmente ho l’occasione di ritrovarmi a riflettere sui perché psicologici che via via mi portano, nell’infinità di possibilità e libertà del foglio bianco, a scrivere quello che scrivo. Credo di essere in contatto stretto con i miei personaggi interni e di pensare molto a certi aspetti. Figurati che spesso interrogo ciò che ho scritto per cercare di capirmi. Ma affrontare la cosa con un lettore del libro e avere il suo punto di vista (professionale?) sui risvolti psicologici sottostanti alle pagine dell’acchiapparatti mi interesserebbe senz’altro.
@Ignacio: Anche questo brano è molto bello. Come nel precedente, manca un po’ il “succo”, ma ci sono diverse idee buone, la scrittura scorre e tutto sommato funziona. Con qualche taglio (il finale prima di tutto) e qualche facile ritocco ne verrà fuori un buon pezzo.
@Lidia Perfinta: Inizio a entusiasmarmi. Il racconto funziona, eccome. Trovo che tu ti sia calata a fondo nell’ambientazione. Addirittura in alcuni passaggi mi sembra di risentire un po’ il mio stile. A tratti, il mio vecchio stile. Infatti, a dir la verità, trovo che questo brano necessiti di più interventi rispetto al precedente… Avrei tanta voglia di metterci subito le mani, ma preferisco aspettare.
Anche i tuoi spunti-suggerimenti sulle storie sono degni di nota. Il sogno iniziale, a cui non avrei mai pensato di poter aspirare, contemplava proprio la possibilità di far scrivere e scrivere insieme una serie di racconti legati da luoghi, situazioni e personaggi che si ritrovano o si intersecano appena nello svilupparsi delle vicende. Questa, tra l’altro, è esattamente la struttura di “Marchi indelebili”, una raccolta di racconti di fantascienza che spero vedrà presto la pubblicazione.
Mi state costringendo a inserire un secondo post di “Note sulle micro-storie” prima del previsto… Eliminerò il limite riguardante la lunghezza e cercherò di rendere il tutto più flessibile e “aperto” per poter disporre al meglio del materiale che va creandosi.
Come ho dichiarato all’inizio, mi ero prefisso di unire l’utile al dilettevole, ma ora la cosa si sta rivelando più proficua del previsto. Basti dire che al momento, nella stesura del seguito dell’acchiapparatti, sono in compagnia di alcuni personaggi nelle vicinanze di Fontecheta…
27th febbraio 2010 at 20:22
@ Franesco. Grazie per i complimenti.
E sono contenta che tu stia trovando più proficuo di quanto pensassi, questo piccolo angolo di storie che hai creato e che noi ti aiutamo ad alimentare. Pensa che scrivere la storia dell’avvoltoio mi ha dato una fortissima spinta per gli ultimi capitoli del romanzo che sto scrivendo. Un entusiasmo che, con tutte le revisioni attraverso cui sono passata, si era un po’ spento (ah, non sono un’autrice pubblicata, ma ancora un’aspirante.)
In realtà non avevo mai scritto di un personaggio così derelitto, maligno e disperato allo stesso tempo. Per quanto riguarda lo stile, mi faccio guidare dal personaggio per plasmarlo.
Sì, sono d’accordo anch’io che ci voglia qualche aggiustamento. Sono curiosa di sapere se anche in questo caso abbiamo un fiuto simile per gli errori. Purtroppo, sono stata distratta. Avevo scritto il pezzo due volte e ho caricato la prima versione, cancellando per sbaglio l’altra. Mi sono mangiata le dita! Ma ormai era fatta!
27th febbraio 2010 at 21:27
@ Cara Lidia Chesorpresa, sono rimasta colpita da una coincidenza che ha alimentato la mia voglia di tentare con impegno, vista la tua disponibilità, di fare questo “scambio vivo” fra i personaggi. Una coincidenza che può sembrare banale ma è toccante. Lo capirai immedesimandoti in qualcuno che sta già pensando a cosa scrivere e si scopre anticipato da un altro nelle immagini e intuizioni. Avevo visto il mercato e le mie bimbe intorno alla fontana! Avevo immaginato l’Avvoltoio nel suo carro aggirarsi per Fontecheta e pensavo già all’ipotesi di un incontro.
Qui si parla a buona ragione di entusiasmo! C’è del magico. Del magico nel senso di Barbi, giustappunto: la magia della creatività. Cui stavolta si aggiunge la magia dell’incontro di più menti che in qualche modo funzionano in sintonia.
Adesso è il mio turno e già la mente si trova a rincorrere nuove immagini perché a me tocca giocare la magia dell’incontro! Bene. Cercherò di farlo al più presto, per stasera non ce la faccio. Intanto ci tenevo a risponderti e ad avanzare una prima ipotesi per poter concretizzare lo “scambio vivo”. Riflettendoci credo che si possa fare, se non è un problema per te e per Barbi, dandoci un appuntamento in rete, cioè stabilendo di connetterci contemporaneamente e, con la mediazione di Barbi, fare un botta e risposta. Sempre che non sia un prendere troppo spazio nel sito. Non vorrei che ci facessimo prendere troppo la mano scavalcando i propositi dell’autore.
@ Che ne pensi Francesco?
28th febbraio 2010 at 10:31
Ghita strattonò la sorella e la fece accostare alla fontana.
- Lavati la faccia – disse piegandosi sull’acqua. Si sciacquò il viso più volte. Il rettangolo d’acqua le rimandò l’immagine di una mocciosa sparuta. Cercò di assumere un piglio risoluto. Guardò la sorella che piangeva silenziosamente dondolando sui piedi e si sentì intenerire. Sospirò rendendosi conto di quanto fosse a sua volta sfinita. Bagnò l’orlo della veste e si accucciò davanti alla sorellina.
- Adesso troviamo il modo per riposare – disse passando la stoffa bagnata sulle guance di Melissa. – Poi penseremo al resto.
Melissa alzò il faccino e la fissò sconsolata. Nei grandi occhi neri la sconfitta aveva preso il posto della paura.
- Ho fame – mugolò.
Ghita si guardò intorno.
Davanti alla stalla e nella piazza poco lontano, gruppi di uomini sparsi stavano legando in fila del bestiame. Due donne avevano portato gabbie di volatili e polli e stavano montando delle tende. Davanti al fienile, era già disposto qualche carro. Si stava certamente preparando un mercato.
- Seguimi – Ghita afferrò il braccio della sorella e la trascinò verso l’albero in fondo alla piazza.
Un uomo veniva verso di loro con una fila di maiali al seguito. Le due bambine si fermarono per lasciarli passare. Li guardarono mentre sfilavano grufolando nervosamente. Proseguirono fino all’albero.
- Sali su quel carro – ordinò Ghita. Melissa dilatò gli occhi.
- Sali – ripetè Ghita. – Arrivo subito con del formaggio.
Lo sguardo di Melissa si fissò sul carretto pieno di caci che si trovava alla loro sinistra, poi si spostò verso il carro che aveva indicato la sorella. La bambina indugiò un momento. Poi si diresse verso il carro con decisione.
E’ proprio mia sorella, si disse Ghita. Il pensiero le diede coraggio. Camminò a passo svelto fino al carretto, afferrò una forma di cacio e corse indietro verso il carro. Vi salì in un baleno.
Nel buio completo sotto il tendone, la mano della sorella si aggrappò immediatamente a lei. Strane gabbie si intravedevano nell’oscurità. Un istante dopo Ghita si rese conto dei suoni agghiaccianti che provenivano dalle gabbie. Si paralizzò. Riconobbe lo stesso terrore negli occhi della sorella.
Si pentì immediatamente di essere salita su quel carro.
28th febbraio 2010 at 11:14
Che bella idea, Lidia!!!
Il fegato per l’Avvoltoio, mi pare quasi un Cose Preziose mescolato al Mago di Oz
Appena ce la faccio provo a scrivere la descrizione, magari stasera o domani sera… ora sono di fretta e la cosa mal si addice alla descrizione di un viaggio e di un villaggio, che vedo come un qualcosa di lento e calmo sia da leggere che sopratutto da scrivere.
28th febbraio 2010 at 21:01
@Lidia Perfinta: Pensa che giovedì sera ho assistito all’interessante presentazione di “Altai”, fatta da Wu Ming (non so quale dei 5, ma credo che al diretto interessato non dispiaccia) e sono rimasto colpito dalla sua lucida riflessione sui concetti di collettivo (in senso politico e come modo di lavorare nella scrittura) e “copyleft”… Sono molto contento che tu abbia ritrovato l’entusiasmo per scrivere. Sarei curioso di leggerti.
@Psicomama: La tua idea mi stuzzica. Ma forse la si può realizzare con meno complicazioni. Dato che trascorre almeno una settimana di tempo tra un post sulle micro-storie e il successivo, la cosa più semplice e proficua da attuare sarebbe il botta e risposta tramite ordinari commenti. Tutto quel che dovreste fare è commentare in successione con la battuta del vostro personaggio e qualunque altro elemento vogliate inserire nell’ambito del dialogo. Sì, perché di un dialogo si tratterà.
Anche il tuo pezzo è davvero molto bello. Qualche ritocco e direi che si affianca alla perfezione a quello dell’avvoltoio. Bene bene…
@Gabriele: Sarebbe bello avere anche il tuo brano.
1st marzo 2010 at 10:51
Ciao a tutti,
Per la continuazione della storia, io avevo in mente di fare prima un piccolo punto. Con Psicomama e chiunque volesse passare dal mercato, durante la sua vicenda, anche solo per ascoltare l’offerta dell’Avvoltoio (si può anche rifiutare, eh!), forse sarebbe meglio stabilire a priori il numero massimo di battute per ciascuno, e per ciascun eventuale dialogo. In questo caso, Francesco, credo che un limite in effetti vada posto, perché nel caso ci fossero dialoghi multipli, tra l’Avvoltoio e via via altri personaggi, si rischierebbe il corto circuito.
A questo punto, dico che, se le cose andranno bene, l’Avvoltoio dovrebbe sparire dalla scena, con la vendita dell’ultimo pezzo. Ormai smembrato, cesserebbe di essere un personaggio con la sua vicenda, e l’unico modo in cui sarebbe ancora presente, sarebbe come “pezzo” venduto ad altri personaggi, che ne farebbero ciò che vogliono, nel proseguo delle loro storie.
Le due bambine servirebbero proprio per continuare la vendita, una volta che l’Avvoltoio, nascosto sul carro, cominciasse a staccarsi e a passar loro troppi pezzi, e quindi diventasse ancor meno presentabile di quel che è già.
Eh, eh, eh…Però ho in mente una piccola sorpresa nel finale, per uno dei personaggi. So già qual è, ma più non dico.
@Gabriele. Mi hai letto nel pensiero! Il Mago di Oz era l’altra storia che avevo in mente,pensando a pezzi da vendere, a seconda dell’esigenza del personaggio.
1st marzo 2010 at 11:41
@Lidia Perfinta: Aspettiamo un paio di giorni per vedere se si aggiungono altri personaggi che potrebbero contribuire al dialogo con l’Avvoltoio. Per quel che riguarda i limiti, io non ne metterei. Chi volesse far incontrare il proprio personaggio con l’Avvoltoio non dovrà far altro che porlo nella condizione di dialogare con lui e aspettare la sua risposta nei tuoi commenti. Possiamo anche pensare di prolungare il tempo di risposta per la prossima traccia a due settimane. Poi vedremo come, e se sarà possibile, organizzare il materiale.
Magari tu potresti definire meglio la situazione iniziale della vendita, in modo che gli altri possano immediatamente entrare in contatto con l’avvoltoio che, presumo, si porrà nell’attesa di eventuali acquirenti.
La tua idea è originale, oltre che profondamente simbolica. Mi piacerebbe però che alla fine l’avvoltoio non scomparisse del tutto dalla vicenda. Spero che la tua sorpresa preveda proprio, o anche, questo.
1st marzo 2010 at 18:42
@ Francesco. In effetti, gli avvoltoi sono bestie dalla pellaccia dura, difficile scrollarseli di dosso, una volta che ti hanno puntato…
Ok, io aspetto. Mi preoccupavo perché come scadenza per il prossimo punto della storia avevi posto una settimana ma, come hai potuto vedere benissimo, non sono proprio un granché nel rispettare i limiti di spazio!
1st marzo 2010 at 18:59
Ah, dimenticavo!
Giusto, la spiegazione della scena!
Le azioni dell’Avvoltoio.
Dunque, per prima cosa, deve stabilire un contatto con le bambine salite sul suo carro. Quindi parto da lì, dalla fine del pezzo di Psicomama. L’Avvoltoio chiederà loro di aiutarlo a vendere i suoi animali, promettendo guadagni. Poi, dopo il loro scambio di battute, inizia il mercato. Se Odo, o Brunilde, o il suo amante, chiunque abbia un bisogno speciale o sia in cerca di una scorciatoia per risolvere certe questioni, l’Avvoltoio, tramite le due piccole, imbeccate, attirerà i clienti, basandosi soprattutto sugli odori che sente. C’è chi puzza di tensione, chi sa di cattive intenzioni più di altri…
L’Avvoltoio rivolgerà il primo saluto a Ghita domani. Senza di lei e senza sua sorella, il mercato non può iniziare. Poi aspetterà la risposta.
1st marzo 2010 at 19:25
@Lidia Perfinta: La scena, più o meno, me l’ero immaginata proprio così. E la questione degli odori è certamente azzeccata. Adesso devi scriverla. Ma temo che prima di un paio di giorni non inserirò il post sui dialoghi. Devo prima restituire l’editing e modificare/integrare le note sulle micro-storie. Mi piacerebbe rispettare i tempi, generalmente… Ma intanto mi permetto uno strappo alla regola e riporto qui sotto il tuo pezzo “rivisto”.
Fontecheta è più o meno a est rispetto a Fortevia e dunque lascerei immutato il pezzo precedente.
Mi sono lasciato andare a interventi discutibili, che risentono forse un po’ troppo del mio stile. Aspetto il tuo feedback. Mi riservo anche la possibilità di tornare sulla gestione del PDV a fine racconto.
L’AVVOLTOIO, chimera:
Lungo la riva del fiume il paese riposava ancora, quando un carro trainato da un asino apparve sulla via principale.
La figura che lo guidava era alta e sottile. Non si poteva dire altro sul suo aspetto. Strati di stracci ricoprivano gli abiti logori e la sua testa si ritraeva alla vista in fondo a un largo cappuccio.
L’uomo, perché di un uomo doveva pur trattarsi, fermò il carro all’altezza di un vigneto. Quando scese fece un cenno all’asino, che proseguì da solo.
La figura si mosse fra le case silenziose. Il terriccio della strada scricchiolava sotto i suoi piedi, mentre scrutava gli usci chiusi e le finestre polverose. Arrivò ai tavoli deserti di un’osteria. Per un attimo la testa emerse dall’ombra del cappuccio. Occhi da avvoltoio lessero l’insegna scolorita: Osteria l’Avvinazzato.
Da quando quell’uomo l’aveva avvelenato col suo sangue, l’Avvoltoio sapeva leggere. E poteva parlare. Era stato a Fortevia che, dopo tanto viaggiare, morente e senza meta, aveva capito cosa fare. Fontecheta, quel pugno di case e stalle sparpagliate in riva al fiume sarebbe stata la sua tomba, e il luogo della sua vendetta.
Un ghigno apparve sul suo volto animalesco. Si sfilò un guanto, passò uno dei suoi tre artigli su un tavolo macchiato. Succhiò a lungo. Sapore di vino, sudore e sporcizia. Solo dei bifolchi sedevano a quei tavoli; le sedie sporche di muco rappreso erano la prova che tutta la fatica delle loro giornate se ne andava nello scaccolarsi e nel bere vino annacquato.
L’Avvoltoio alzò il becco e annusò odore di bestie da stalla; era ovunque, ma c’era anche odore di uomini, anche loro chiusi nelle loro stalle con le porte di legno e i vetri alle finestre. Tutti, bestie e uomini, sarebbero tornati utili per la resa dei conti, ma non prima dell’inizio del mercato.
Raggiunse una piccola piazza e lì trovò il suo carro. L’asino si stava abbeverando a un fontana di pietra da cui si alzava l’unico odore fresco e pulito, in quel paese che puzzava di dita sporche di terra, polli e vestiti sudati.
L’Avvoltoio sistemò il carro in un angolo della piazza e dalla sua nicchia ombrosa cominciò ad attendere il risveglio del paese.
La prima persona che apparve fu un uomo massiccio, un uomo d’arme, ma con gli abiti stropicciati e l’odore di femmina addosso. Anche su di lui l’Avvoltoio fiutò la paura. I suoi occhi, fori neri, scintillarono alla vista di due bambine che barcollavano in direzione della fontana. La bambina più piccola piangeva senza sosta, mentre quella più grande teneva la testa alta, mostrando un viso fiero. L’Avvoltoio assaporò l’odore delle lacrime che si erano già asciugate sul suo viso.
Quello sarebbe stato l’inizio.
1st marzo 2010 at 22:55
Mi sembra di capire che non c’è più tempo. Ora o mai più!
Questo è un gioco strano, un intrigante casino. Mi piacciono i casini. Allora facciamo questo scambio, questa scrittura che sa di role playng.
Ho scelto di proseguire la storia di Brunilde. Ma devo inserire tanti cambiamenti nel finale di Grillo.
Riporto di seguito l’intero brano (compreso quello di Grillo con le modifiche):
Brunilde si svegliò ancora intontita. Si mise a sedere sul letto. La testa le girava. Afferrò la bottiglia sul comodino e ne trasse un lungo sorso. Una smorfia e si alzò in piedi. Lo specchio davanti a lei la fissava inorridito. Brunilde si avvicinò alla sua immagine riflessa.
Era ancora bella, nonostante le occhiaie. La massa di riccioli neri faceva spiccare il pallore del volto spigoloso. Le labbra screpolate sporgevano invitanti. Era ancora bella. - Tania, portami l’acqua – gridò.
Qualche istante e la giovane compagna entrò con la brocca.
- Sei agitata Bruna? – chiese. - No, sono sbronza – rispose Brunilde. – Ma devo riprendermi al più presto, la carrozza sarà qui a momenti. -
-Le altre ragazze dicono… -
-Non preoccuparti, – Brunilde le strizzò l’occhio – il mercante cadrà ai miei piedi come tutti gli altri. -
-Tra poco arriverà il servo di Argail e devo ancora andare al mercato.
- Non ci andare o farai tardi. -
- No, no, non se ne parla nemmeno. Ci devo andare. -
Brunilde rufolò nel cassetto. – Portami il fermaglio rosso. – Afferrò la spazzola e si spazzolò i capelli. – E la cipria di Joanna.
Tania scomparve dierto la porta. Brunilde spalancò la finestra e respirò profondamente. L’investì la puzza di bestiame e l’odore di sterco dalla stalla di fianco alla casa. La testa le girò un momento. La sbornia non le sarebbe passata davvero grazie all’aria di Fontecheta. Fissò la fontana circondata da vacche stanche. Sospirò. richiuse la finestra e si riattaccò alla fiaschetta.
Fontecheta era un paese composto da cinque case, due fienili, una piazza con l’abbeveratoio e un’osteria. Voleva andarsene da lì.
Poco tempo dopo Brunilde usciva dalla casa nella piazza. Il mercato stava iniziando.
2nd marzo 2010 at 00:40
@Il Lupo Cattivo: Benvenuto. Il tuo brano è corto, ma bello. La descrizione di Fontecheta a questo punto potrebbe essere ancora più concisa. Tra l’altro, a dire il vero, l’ultima parte del brano precedente era un po’ debole. A meno che Grillo non faccia obiezioni, direi che le modifiche potrebbero essere accettate.
@Lidia Perfinta: Mi ero dimenticato.
Lungo la riva del fiume il paese riposava ancora, quando un carro trainato da un asino apparve sulla via principale
del paese di Fontecheta.La figura che lo guidava era alta e sottile
;. Non si poteva dire altro sul suo aspetto.DegliStrati di stracci ricoprivanoquasi del tuttogli abiti logori,e la sua testachina riusciva a ritrarsila sua testasi ritraeva alla vista in fondo a un largo cappuccio., in un modo alquanto strano.L’uomo, perché di un uomo doveva pur trattarsi,
avrebbe pensato chiunque fosse stato sveglio per assistere alla sua comparsa,fermò il carro all’altezza di un vigneto. Quando scese,fece un cenno all’asino, che proseguì da solo.La figura
intantosi mosse fra le case silenziose. Il terriccio della strada scricchiolava sotto i suoi piedi, mentre scrutava gli usci chiusi e le finestre polverose. Arrivò ai tavoli deserti di un’osteria. Per un attimo la testa, troppo stretta per un essere umano,emerse dall’ombra del cappuccio, e gli. Occhi da avvoltoio lessero l’insegna scolorita: Osteria l’Avvinazzato.Da quando quell’uomo l’aveva avvelenato col suo sangue, l’Avvoltoio sapeva leggere.
capiva la scrittura umana.E poteva parlare. Era stato a Fortevia che, dopo tanto viaggiare, morente e senza meta,Così, mentre attraversava morente e senza meta quelle terre, si era imbattuto nel paese di Fortevia e lìaveva capito cosa fare.L’ultima sua destinazione eraFontecheta, quel pugno di case e stalle sparpagliate in riva al fiume sarebbe stata la sua tomba, e il luogo della sua vendetta.Un ghigno apparve sul suo volto animalesco. (non umano)
semiumano. Si sfilò un guanto, con due dita imbottite di stoffa,estrofinòpassò uno dei suoi tre artigli su un tavolo macchiato. Succhiò a lungo.unSapore di vino, sudore e sporcizia. Solo dei bifolchi sedevano a quei tavoli; le sedie sporche di muco rappreso erano la prova che tutta la fatica delle loro giornate se ne andava nello scaccolarsi e nel bere.non andava oltre lo scaccolarsi e il ripagare del vino l’osteria, l’oste con i prodotti genuini dei loro nasi.L’Avvoltoio alzò il
naso abecco (ha il naso o il becco?) e annusò odore di bestie da stalla; era ovunque, ma c’era anche odore di uominiumani, anche loro chiusi nelle loro stalle con le porte di legno e i vetri alle finestre. Tutti, bestie e uominiumani, sarebbero tornati utili per la resa dei conti, ma non prima che fosse iniziato il mercato.L’AvvoltoiorRaggiunse una piccola piazza e lì trovò il suo carro. L’asino si stava abbeverando a un fontana di pietra da cui si alzava l’unico odore fresco e pulito, in quel paese che puzzava di dita sporche di terra, polli e vestiti sudati.L’Avvoltoio sistemò il carro in un angolo della piazza e dalla sua nicchia ombrosa cominciò ad attendere il risveglio del paese.
La prima persona che apparve
,fu un uomo massiccio,con l’aria di chi comandaun uomo d’armeun esercito, ma con gli abiti stropicciati e l’odore di femmina addosso. Anche su di lui lL’Avvoltoio fiutòanche su di luila paura. (…)Poco tempo dopoI suoi occhi, fori neri,che aveva per occhiscintillarono alla vista di due bambine che barcollavano in direzione della fontana. La bambina più piccola piangeva senza sosta, mentre quella più grande teneva la testa alta, mostrando un viso fiero. L’Avvoltoio assaporòcon delizial’odore delle lacrime che si erano già asciugate sul suo viso.Quello
erasarebbe stato l’inizio.2nd marzo 2010 at 05:44
Hm, diciamo che qui, quello che cambia, è lo stile. Mi spiego. Tutti i cambiamenti che hai fatto sono corretti, ma diciamo che alcuni non rientrano nel mio stile. Per esempio: le frasi spezzate. Di solito non le gradisco. Ho spesso problemi di punteggiatura, i punti e virgola e i due punti sono il mio tormento, quindi spesso optare per più frasi spezzate risolverebbe molte questioni spinose. Però i troppi punti a me non piacciono.
Vado nello specifico:
-Sulla prima frase sono d’accordo, mi piaceva anche prima, ma così funziona. (Però, scusa, potremmo trovarci in qualunque posto. Sicuro che non sia meglio dire dove sono arrivato?)
- Sugli strati di stracci, idem, sono d’accordo.
- Sulla testa che si ritrae, diciamo che avrei dovuto esser più breve: più che “riuscire a ritrarsi”, avrei dovuto dire semplicemente “si ritraeva”, però “in un modo strano (via l’alquanto), per me era significativo, altrimenti è il classico tizio con cappuccio. Cercavo una distinzione.
- Sul togliere l’opinione di chiunque fosse sveglio sono d’accordo. Più breve, più efficace.
- Sapeva leggere. Funziona.
- Mi piaceva invece di più il mio passaggio su Fortevia.
(Es: magari togliere “mentre attraversava”, che è pesantuccio, ma lasciare “attraversando” quelle terre ecc.)
- Anche la frase di Fontecheta. Così è un po’spezzata, meno fluida. Magari, ad aggiungere qualcosina…
- D’accordo sul togliere “testa troppo stretta”. Era superfluo.
- Un altro esempio: non sono d’accordo sullo spezzare la frase sugli occhi che leggono la scritta. Non amo le frasi brevi. In realtà in nessun’opera di letteratura moderna. Mi danno un senso di singhiozzo durante la lettura. L’unico autore che spezza molto le frasi che mi piace è Hemingway. Io preferisco frasi medie.
-D’accordo su viso animalesco. Mi piace.
- D’accordo sulle frasi dello scaccolarsi. Più inquadrato e diretto.
- tolto naso a becco. Meglio così.
- Uomini al posto di umani. Qui, invece, sono indecisa. In teoria, umani, renderebbe più l’idea di come l’Avvoltoio li considera: uomini sa di “culturale”, mentre umani, sa di specie d’appartenenza. Ma forse avrei dovuto dire già il sangue di quell’umano che lo aveva avvelenato…Hm, forse allora è meglio così. Sì, funziona meglio con uomini.
- Uomo d’arme funziona.
- Se non “poco tempo dopo”, almeno si potrebbe lasciare poco dopo. Perché passa del tempo, in effetti. E rende meno spezzata la frase.
- Anche su di lui fiutò la paura, mi piace. Meglio ora.
- Anche gli occhi, fori neri, non mi convince: anche qui, troppo spezzata. Mi piaceva di più prima. Naturalmente, secondo lo stile che ho io.
- Quello sarebbe stato l’inizio. Meglio ora, sì.
Ecco, le cose su cui non sono d’accordo, riguardano esclusivamente il modo di costruire lo stile. Lo stile fatto di frasi brevi non mi appartiene quasi mai.
Per le altre correzioni, il testo funziona meglio. Grazie per averlo corretto così tempestivamente!
2nd marzo 2010 at 10:00
@ Francesco.
Il messaggio prima l’ho scritto appena sveglia, scusa, se è un po’ sconclusionato.
Con tutti i messaggi che sono piovuti in questi giorni mi sono sfuggite un paio di cose. Prima di tutto volevo dirti che che mi ha lusingato molto il tuo accenno alla curiosità di leggermi (ma chissà poi se ti piacerebbe). E poi un’altra cosa. Dici che l’Avvoltoio è profondamente simbolico? In che senso? Davvero, non me lo aspettavo come commento, sarei molto curiosa di capire cosa intendi.
(Questo appunto mi ha riportato al discorso di Psicomama, sul leggere i risvolti psicologici di ciò che si scrive e legge).
2nd marzo 2010 at 13:16
@Lidia Perfinta: Intanto sulla prima frase. Poteva andare anche così:
“Lungo la riva del fiume Fontecheta riposava ancora, quando un carro trainato da un asino apparve sulla via principale del paese.”
Ma, vista la conclusione del pezzo precedente, penso che sia chiaro che si tratta di Fontecheta.
Per parlare dei risvolti simbolico-psicologici, preferirei rimanere nella metafora letteraria, o al più sottolineare qualche legame tra ciò che dici nei commenti e ciò che scrivi nelle storie. Magari ci tornerò su con calma, o forse potrei fare io stesso qualche incursione nei dialoghi dei personaggi con l’Avvoltoio…
Ad esempio, nel tuo penultimo messaggio, che non mi è parso così sconclusionato, mi è piaciuto che tu abbia parlato del tuo stile. E il cenno al fatto che preferisci frasi medie mi sembra più costruttivo del limitarsi ad affermare “no frasi brevi”… Rimanendo soltanto su quest’aspetto, l’avvoltoio ha deciso, o è giunto comunque il momento per lui, di staccarsi i pezzi che ha accumulato nutrendosi di cadaveri marci, ma adesso deve e può scoprire cosa c’è al di sotto… Chi o cosa è.